“Dovevo cambiare la cucina, ma mi chiamarono per giocare in Svezia. Ho chiamato un arredatore professionista per finirla.” (Richard Møller-Nielsen, allenatore della Danimarca).

Nella tarda primavera del 1992, erano già iniziate le vacanze per i giocatori della nazionale danese; la qualificazione all’Europeo di Svezia ’92 era sfumata l’autunno precedente, quando la Jugoslavia si era assicurata il primo posto nel girone battendo facilmente Austria e Far Oer. Del resto, sarebbe stata un’impresa arrivare davanti ad una formazione che poteva contare su giocatori come Boban, Suker, Pancev, Savicevic e Boksic.

Peccato solo non poter vedere all’opera Peter Schmeichel, portiere da poco approdato allo United di Ferguson: a Manchester è in corso una rifondazione che proprio nell’estate del 1992 porterà in prima squadra una generazione di fenomeni che farà le fortune dei Red Devils per un intero decennio.

Peccato anche per i fratelli Laudrup: se il giovane Brian ancora deve dimostrare tutto il suo potenziale, il fratello maggiore, Michael, sta facendo sfracelli con il Barça di Johan Cruijff. Ha appena alzato al cielo la prima Coppa Campioni della storia blaugrana, in finale a Wembley contro la Sampdoria del tandem Vialli – Mancini.

Michael Laudrup dopo la vittoria a Wembley contro la Samp

Ma in quella tarda primavera, ben altri eventi stanno scuotendo l’Europa: nel 1991 la Croazia, guidata dal nazionalista Tuđman, si era dichiarata indipendente dalla Repubblica Socialista Federale, che aveva già visto l’emancipazione della Slovenia un anno prima. Se il piccolo Stato mitteleuropeo era una perdita più che sopportabile, la separazione della Croazia non era tollerabile per Milosevic. La guerra che ne scaturisce è il primo, violentissimo conflitto europeo dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.

Il 30 maggio, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approva la Risoluzione 757: le richieste agli stati membri comprendono la limitazione dei rapporti commerciali e politici con la Jugoslavia e, marginalmente, anche la sua temporanea esclusione dalle manifestazioni sportive internazionali. La Jugoslavia, che forse avrebbe potuto avere nel calcio uno degli ultimi collanti di unità nazionale, è fuori da Svezia ’92: al suo posto la Danimarca, ripescata d’urgenza a dieci giorni dal fischio di inizio.

Michael Laudrup, capitano e uomo simbolo della Danimarca, decide di non partecipare all’Europeo; ritiene che il gioco di catenaccio e contropiede di Richard Møller-Nielsen non si adatti alle sue nobili caratteristiche esaltate dal sistema-Cruijff a Barcellona.

Otto squadre, divise in due gironi: nel girone A i padroni di casa, la Danimarca, la Francia di Cantona e l’Inghilterra dell’eterno Lineker; nel girone B, i campioni in carica dell’Olanda e i campioni del Mondo della Germania sembrano destinate a rivedersi in finale, relegando al ruolo di comparse Scozia e CSI, neonata Comunità degli Stati Indipendenti sorta dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Schemichel Denmark

La prima giornata registra un 1-1 tra Francia e Svezia e uno 0-0 tra Inghilterra e Danimarca; la seconda giornata vede i padroni di casa sconfiggere i danesi, mentre le due big decidono di non farsi male. Prima dell’ultima giornata, la Svezia guida il girone con 3 punti, seguita da Francia e Inghilterra a 2; chiude la Danimarca con un punto. Svezia – Inghilterra e Francia – Danimarca decideranno le due semifinaliste del girone.

Brolin, centrocampista totale che farà le fortune del Parma di Scala, segna il gol con cui gli scandinavi superano 2-1 gli inglesi; nell’altra partita, incredibilmente, i danesi superano 2-1 la squadra allenata da Platini. La Svezia è prima nel girone ed incontrerà la Germania, mentre la sorprendente Danimarca dovrà vedersela con gli olandesi di Rinus Michels, l’inventore del calcio totale che sconvolse il mondo quasi 20 anni prima.

A sconvolgere il calcio, a fine anni ’80, è stato invece il Milan di Sacchi; quel Milan che può schierare proprio il fulcro dell’Olanda di Michels. Rijkaard, Gullit e Van Basten, unico caso di tre connazionali e compagni di club arrivati insieme sul podio del Pallone d’Oro (1988). Sfidare lo spumeggiante e innovativo schema olandese giocando di rimessa, con Olsen a fare il libero, appare come la classica sfida dall’esito scontato.

La triade olandese del Milan di Sacchi

Tre giorni prima della semifinale, si viene a sapere la straziante storia di Kim Vilfort: il mediano danese, dopo ogni partita, torna a Copenaghen ad accudire Line, la figlia malata di leucemia. Il resto della squadra, intanto, aspetta senza ansia la semifinale con gli olandesi. Come spiega il ct Larsen:

“Possiamo solo far bene senza affanni, prendendo per buono tutto quello che verrà”.

Al 5° i danesi sorprendono i tulipani proprio con un gol di testa di Larsen, lasciato colpevolmente solo davanti all’area piccola; gli risponde Bergkamp con un tiro dal limite che sguscia sotto le mani di Schmeichel. Larsen porta ancora avanti i danesi al 33° e solo a due minuti dalla fine, Rijkaard, in mezzo ad una mischia tanto confusa quanto disperata, riesce a riportare il risultato in parità.

Il risultato non cambia nei 30 minuti supplementari, e si va ai calci di rigore; qui, i danesi si scoprono cecchini infallibili e il portierone danese fa la storia intercettando il tiro di Marco Van Basten, capitano e uomo simbolo degli Oranje. La Danimarca si ritrova così a sfidare i tedeschi campioni del Mondo, che hanno eliminato la Svezia, appagata e inappuntabile padrona di casa.

Fin dai primi minuti, si capisce che sarà la Germania a fare la partita: la solidità difensiva garantita da Kohler, l’estro di Hassler, la velocità di Klinsmann e la concretezza di Riedle sono armi impressionanti, e in pochi credono che l’organizzata Danimarca possa ripetere il miracolo avvenuto in semifinale.

Al 18° Povlsen ruba palla sul vertice dell’area a Brehme e appoggia all’indietro per Jensen, che con un bolide di collo sul primo palo porta avanti i danesi; i tedeschi non demordono e attaccano senza sosta. Ma Schmeichel è un muro invalicabile; al 23° si supera su Klinsmann lanciato a rete, deviando in corner un diagonale destinato all’angolino basso della sua porta. L’attacco tedesco è insistente, la pressione offensiva non allenta ma sembra destinata al fallimento.

Prima che la Germania possa dare il via ad un disperato assedio finale, è proprio Kim Vilfort a spegnerne definitivamente le speranze con un tiro maligno dal limite dell’area, che va a sbattere sul palo prima di finire in rete. Vilfort fa appena in tempo a dedicare il gol alla figlia, prima di essere travolto dall’abbraccio dei compagni: il suo gol chiude definitivamente la partita.

La Cenerentola danese è sul tetto d’Europa. Dai giocatori frettolosamente richiamati dalle vacanze sulla riviera adriatica al primo titolo Europeo della sua storia.

Il trionfo della Danimarca sulla Germania

Sull’ingombrante assenza di Michael Laudrup, Richard Møller-Nielsen commentò a mente fredda:

“Era senz’altro uno dei migliori giocatori del mondo all’epoca, ma il suo modo di giocare contrastava con quello della squadra. Con lui avremmo perso un sacco di palloni e probabilmente non avremmo vinto l’Europeo. Una storia bizzarra, perché puoi avere il miglior giocatore al mondo, ma essere la squadra migliore senza di lui”.