Prendete Mark Renton e fatelo urlare di piacere sul letto di una semi-sconosciuta incontrata nel bel mezzo di una notte da clubber ad Edinburgo. E neanche così ci sarete vicini. Perché questa è la storia di un calciatore trasformatosi in icona-pop per un’intera nazione nel giro di pochi secondi: è la parabola di Archie Gemmill e della sua Scozia.

È il 1978. E la Tartan Army, come viene chiamata in patria la nazionale scozzese, non è mai stata così forte. Ha meritatamente staccato il pass per i mondiali di Argentina senza faticare troppo, escludendo in uno scontro fratricida il Galles.

L’atmosfera per le strade di Glasgow è di quelle che si respirano poche volte nella storia di una nazione piccola e periferica come la Scozia. C’è fermento, attesa, speranza viva e quel pizzico di incoscienza che è humus necessario per ogni impresa sportiva che possa definirsi tale. Insomma, quel popolo mai veramente sottomesso alla Corona stavolta è sicuro: la Tartan è più forte dei cugini snob inglesi e in Argentina andrà a giocarsi le sue chance per l’approdo in finale.

Inoltre coach Mac Leod, in uno slancio di passione ed entusiasmo à-la William Wallace, sembra voler accendere la miccia esplosiva dichiarando pubblicamente: “La Scozia vincerà la Coppa del Mondo”. E in effetti quella del 1978 non è la solita Scozia tutta muscoli, drop rugbystici e tackle indiavolati. Stavolta, in quella squadra, trovano posto stelle internazionali che elevano il livello medio di un team solido e pratico.

C’è forse il miglior ariete d’area di rigore di quel tempo, Joe Jordan, aka Lo Squalo, che incorna cross ad una potenza innaturale e sforna assist aerei di sponda senza soluzione di continuità; c’è Kenny Dalglish, attaccante completo, un puntero da 172 gol con la maglia del Liverpool; c’è pure quel todocampista ante-litteram che risponde al nome di Graeme Souness, uno che in mediana fa sentire fisico, gamba e carisma.

E infine c’è Archibald, detto Archie, Gemmill. Esterno di 166 centrimetri per 71 chili, con un sinistro calibrato e uno scatto bruciante nei primissimi metri. Ma a dispetto di un allure da burocrate del catasto di Edinburgo, Archie non è uno qualunque. Tutt’altro. Gemmill è stato una delle pedine fondamentali nello scacchiere di Brian Clough al Derby County e lo sarà pure in quel Nottingham Forest che scriverà pagine di epica calcistica, sotto alla voce miracoli, alzando la Coppa dei Campioni nel cielo di Monaco nel 1979.

Ma la figura di Archie sublima in leggenda a queste latitudini, nella terra del Rio de la Plata: fra tensione psicologica insostenibile e partite memorabili; fra mitra spiegati, torture appena fuori le mura del Monumental e prodezze in serie su quel prato di un verde invernale.

È il giorno di Scozia – Olanda, ultima partita del girone. La Tartan è praticamente fuori: deve vincere con tre gol di scarto per qualificarsi alle semifinali. Fino a quel momento ha giocato un girone indefinibile: fiacco, sottoritmo, molle. Come paralizzata dalle aspettative di un intero popolo al di là dell’Atlantico. E l’inizio della sfida all’Arancia Meccanica priva del fenomeno Cruijff e del genio diabolico di Van Hanegem non è da meno: sotto di un gol dopo una manciata di minuti.

Poi, l’inspiegabile. Come spesso succede a questo popolo orgoglioso e mai arrendevole. La Scozia inizia a macinare gioco ad un’intensità come mai si era vista. Jordan è inarrivabile per i centrali oranje: stacca altissimo, fa sponda all’indietro, e l’inserimento verticale di Dalglish nel cuore dell’area è una lezione di calcio totale agli olandesi: 1-1. Intervallo.

Il secondo tempo è spogliato di ogni essenza tattica fin dall’inizio: si trasforma in voglia di rivalsa nazionalpopolare sotto forma di calcio. La pressione scozzese è continua, a tratti è un vero assedio alla squadra che ha rivoluzionato per sempre il calcio. E si risolve con un rigore a favore. Va proprio Gemmill sul dischetto e segna senza esitazione: 2-1, mancano ancora due gol.

Siamo al 67° e la palla schizza da una parte all’altra come se si trovasse in un flipper lisergico, potrebbe essere la trasfigurazione calcistica di un pezzo degli Who come Pinball Wizard. E invece, quel pallone che vaga impazzito tra l’area di rigore e il fallo laterale viene agganciato da Dalglish, che fa a spallate con Krol, poi la sfera schizza appena oltre il vertice dell’area.

Ed è qui che sbuca Gemmill. Aggancia col mancino e salta (letteralmente) un difensore, poi avanza e dribbla secco Krol sull’interno, tunnel sull’uscita in scivolata di Poortvliet e infine tocco morbido d’interno sul secondo palo, con Jongbloed bruciato in uscita. È 3-1. È un tango degno dei barrios e dei bandoneón di Buenos Aires, accarezzato col sinistro e messo in scena da un piccolo scozzese stempiato che adesso esulta a pugno chiuso. Folklore puro.

Il tango di Archibald

Delirio nelle case di Glasgow, nei pub di Edinburgo e perfino nelle Highlands: l’odore dell’impresa impossibile si fa sempre più pungente. Ma l’antieroe della Tartan Army si deve arrendere: un bolide di collo pieno di Rep spegne le speranze della Scozia appena 5 minuti dopo. È il calcio. Amaro, a volte spietato. La favola non ha il lieto fine; la partita finisce con un inutile quanto rimpianto 3-2 per gli scozzesi. Ma questo ormai poco importa, perché anche la Scozia ha il suo gol da celebrare. Ab aeterno. Come quello che otto anni più tardi un argentino della periferia di Buenos Aires consegnerà alla Storia.

Il piccolo Archibald trasmuta così in icona pop. È un santino da glorificare, un ricordo prezioso, una storia da raccontare al bancone di un pub, un coro da lanciare; diventa addirittura una canzone folk e una fedele riproposizione messa in scena a passo di danza. Ma non basta: sublima pure in una delle battute cult di un capolavoro acido del cinema degli anni ’90: Trainspotting.

Gemmill ha segnato il gol inutile più bello di sempre. Ha dato speranza ad una nazione bastonata e affranta nell’animo, facendole sognare l’El Dorado per cinque minuti al cardiopalma.

Come lo stesso commentatore, perdendo per una volta il suo aplomb british, apostrofò: “The miracle is beginning to happen’!”. Tutto il resto, è elemento accessorio. Perché per dirla con altre parole:

Non mi sentivo così bene da quando Archie Gemmill ha segnato contro l’Olanda nel ’78!”. (Mark Renton).