Un cesto afro e i poster di Che Guevara e Mao Tse-tung appiccicati alle pareti di casa. Un contratto milionario coi blancos espressione diretta del regime di Franco e quella barba iconica rasata per la pubblicità di un dopobarba. Chi è davvero Paul Breitner? Splendori e miserie di uno dei calciatori più ammirati e controversi del secolo breve.

Paul Breitner, uno dei dominus del calcio tedesco, è ancora ricordato per le sue convinzioni anticonformiste fuori dal terreno di gioco e per le sue discutibili scelte professionali nell’arco di una carriera intensa, forse irripetibile, certamente paradigmatica. Esemplificazione in carne, ossa e basette del concetto di calciatore universale; uno di quelli che Sacchi apostroferà come “a tutto campo, tutto tempo”. Difensore, terzino, centrocampista metodista, regista, esterno a lunga percorrenza e perfino ala.

Breitner è anzitutto un calciatore 15 anni avanti rispetto al suo tempo: uno squarcio di modernità che spacca partite e linee tattiche grazie ad un movimento costante, una padronanza tecnica da ambidestro e un’elevata intensità di corsa connessa ad un’intelligenza tattica rara. Quello che oggi apostroferemmo come top player, ma che forse è meglio ricordare come fuoriclasse.

Ma Paul il Rosso è qualcosa di più. Trascende la dimensione calcistica, mutando in icona giovanile. A 20 anni ha il vezzo di presentarsi agli allenamenti del Bayern Monaco col Libretto Rosso di Mao Tse-tung sotto braccio, insieme ad una capigliatura degna di Jimi Hendrix o dei padri fondatori della disco-funk statunitense. Di più: è dichiaratamente schierato all’estrema sinistra. Almeno da giovanissimo.

Un bavarese per difetto, con cuore e mente vicine ad Alexander Platz. In tempi in cui la Guerra Fredda e la linea di divisione culturale est-ovest erano il fulcro di ogni avvenimento mondiale. Paul, figura scomoda e chiacchierata in quella pianura uggiosa, ordinata e conformista quale è la sua terra natia: la Baviera. Gira con un Maggiolone e una Vespa Primavera rossa, ha un salotto tappezzato in perfetto stile DDR con Che Guevara e Mao appesi come santini sul muro, è ateo ed ama fumare giganteschi sigari, ovviamente cubani.

Agli occhi di tutti è, sostanzialmente, la versione glam-pop di un esponente della Banda Baader-Meinhof. Che però, anziché progettare rapimenti armati e cercare di destabilizzare l’ordine costituito, gioca divinamente a pallone.

Facendo vincere tre Meisterschale al Bayern, un Europeo e un Mondiale alla Germania. Nonostante una convivenza da lunghi coltelli e litigate furiose col Kaiser, Franz Beckenbauer: primus inter pares di quella formidabile nazionale e del Bayern Monaco di Maier, Hoeness e Gerd Müller. Il leader borghese e tradizionalista di una nazione in forte ascesa, alla urgente ricerca di nuove imprese da consegnare ai posteri.

Paul Breitner – o meglio “Der Afro” però non è soltanto un collettore di simpatie giovanili e curiosità extra-calcistiche. È un personaggio sfaccettato, controverso. Dopo l’esperienza trionfale del Bayern e del Mondiale vinto in casa, con gol in finale all’Arancia Meccanica di Cruijff e Michels, decide di convolare a nozze con la caterva di pesetas del Real Madrid. Un trasferimento choc.

Tanti saluti alla Baviera e all’appartamento tappezzato di poster e volumi rivoluzionari, accetta i blancos e la loro strettissima vicinanza col regime franchista. Quello del Generalísimo è uno degli ultimi, soffocanti regimi autoritari proto-fascisti ancora in piedi in Europa. E la svolta di Paul il Rosso è faccenda epocale.

Breitner firma e va a conquistare due campionati, una Copa del Generalísimo e una grande beffa del destino con la camiseta blanca. Ovvero: una semifinale di Coppa dei Campioni persa proprio contro il Bayern Monaco. Con tanto di sonoro bagno di fischi nel “suo” Olympiastadion: un’umiliazione indelebile.

Contestato, subissato di fischi e insulti Breitner esce in silenzio, a capo chino, cedendo l’accesso alla finalissima ai bavaresi in quel pomeriggio di un giorno da cani. Dopo tre anni e una valanga di soldi intascati, Breitner torna in Germania. Ritorna a giocare in Bundesliga grazie alla Jägermeister. O meglio, grazie ai soldi del patron della Jäger.

Trasloca in un piovoso paese di 190.000 anime nel mezzo della Bassa Sassonia, finendo così a Braunschweig. L’esperienza dura un solo anno, in un contesto tecnicamente modestissimo e poco avvezzo a personalità straripanti come quella di der Afro. Che si congederà da compagni e società con una scarna lettera battuta a macchina:

“Vi faccio un favore a tutti: me ne vado”.

Eloquente. Glaciale. Senza fronzoli o particolari attenzioni: in perfetto stile Breitner. E qui arriva l’ennesima svolta di una carriera anomala: Monaco. Destinazione Bayern. Sì, quelli dei fischi e della contestazione violenta. Quelli che non gli avevano perdonato la fuga per flirtare con i soldi del Caudillo. Ma il Bayern ormai naviga in acque mosse, cupe: la squadra dei phänomen non esiste più, cancellata dalla carta d’identità di Kaiser Franz, di Sepp Meier e dell’amico e compagno di scorribande Uli Hoeness. Ma Paul non è tipo da scoraggiarsi, stavolta si gioca l’ultima vera chance nel pieno della maturità calcistica.

Fa da chioccia ad una nuova generazione ancora acerba, eredita la fascia di capitano e forma un duo imprescindibile assieme a quel giovane attaccante con un fisico da statua marmorea e una coordinazione da étoile del Bolshoi: è Karl-Heinz Rummenigge.

Nasce la Breitnigge, come la chiamano dalle parti dell’Altstadt. È la coppia che porterà in dono due Meisterschale e due coppe di Germania al Bayern ed un Europeo alla nazionale. Poi l’atto conclusivo – il più amaro – la finale mondiale al Bernabéu, nella Spagna appena risorta dalle ceneri del franchismo. Dove Breitner segnerà ancora una volta, ma a passare alla storia sarà il grido allucinato di un altro tuttocampista: Marco Tardelli.

Nel mezzo, per non farsi mancare un’altra scelta ad alto contenuto infiammabile, Paul decide di tirarsi fuori dal Mondiale del 1978. Lui, almeno stavolta, pare irremovibile: il Mondiale della vergogna in Argentina non lo gioca. Con Videla e la sua dittatura di generali al comando nulla da spartire.

Proprio come l’altra grande icona del calcio degli anni ’70, Johan Cruijff. Un atto tranchant, netto, inflessibile. Con lo stesso stile di quella lettera battuta a macchina e spedita ai compagni della Bassa Sassonia. Una personalità fuori dall’ordinario. In una stagione in cui ogni decisione, frase, atto e perfino vestito o capigliatura si connotavano quali precise scelte dal sapore politico.

Breitner l’indecifrabile, precursore di un calcio che si è fatto immagine e marketing. Con buona pace di Mao Tse-Tung. Paul il Rosso, una delle prime star mediatiche prestate al mondo del pallone. Suo malgrado. O forse no.