Maurizio Sarri è un uomo schietto, vero e polemico. Ormai lo conoscono in tanti, e non solo gli addetti ai lavori. A Empoli lo vogliono come prossimo sindaco. C’è chi dice che in tribuna ad ogni partita casalinga ci sia sempre qualche osservatore che lo venga a vedere, anche quelli dello Zenit di San Pietroburgo.

Non stiamo parlando del nuovo gioiello della cantera empolese ma del suo allenatore, colui che ha preso per mano questa piccola grande realtà di provincia e l’ha portata di nuovo in paradiso: la massima serie.

“Non scherziamo veramente. Sono figlio di operai, ciò che percepisco basta e avanza. Mi pagano per fare una cosa che avrei fatto la sera, dopo il lavoro e gratis. Sono fortunato.”

Ha confessato di essere un ammiratore di Bukowski, Fante e Vargas Llosa, un accanito fumatore di bionde e un appassionato di politica, spostato decisamente a sinistra, tanto da non aver perso occasione per chiedere a Francheschini e Landini: “Ma perché la sinistra in Italia non fa mai una cosa normale?”.

Come dice il suo avvocato Marco Titi, infatti, “se fosse stato un politico sarebbe diventato un ideologo e non un parlamentare“. Il calcio lo vive allo stesso modo, con la C maiuscola. Il suo è un amore viscerale accompagnato dall’entusiasmo di un ragazzino.

Nella sua idea di calcio niente è lasciato al caso, all’idea del momento o a un lampo di genio estemporaneo. mister Sarri è uno stakanovista del pallone: minuzia di particolari, cura dei dettagli e grande spirito di sacrificio, tanto da farlo lavorare anche 13 ore al giorno. Chi è andato a vedere gli allenamenti al Castellani dice che passa ore solo a curare i movimenti della difesa a seconda di come è posizionato il pallone e non si smette fino a quando tutto non è oliato a dovere.

Se gli si chiede quali siano le doti che un allenatore deve avere, lui risponde: personalità, facilità di parola e conoscenza”.

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Partito su una panchina di Seconda Categoria del paesello di Stia, 24 anni fa, dopo una carriera da giocatore rovinata da un grave infortunio, è arrivato in Serie A solamente quest’anno. Una scalata lenta ma inesorabile, senza mai essersi fermato neanche per un anno.

Rimasi a Figline e mi spaccai tutto: addio carriera, ma non sarei andato lontano comunque. Non ho rimpianti e in fondo ero già allenatore a 16 anni.”

Sì, perché quando una volta venne a mancare l’allenatore in rotta con la società, lui dice che si gioca lo stesso. Fa le convocazioni, mette l’autista a fare il dirigente accompagnatore e scende in campo come allenatore – giocatore. La squadra vince. L’allenatore torna e ritira le dimissioni.

Il “compagno” Maurizio Sarri nasce a Napoli il 10 gennaio di 56 anni fa ma di napoletano francamente ha ben poco. Il papà, Amerigo, lavorava nell’edilizia, mentre la mamma, Clementina, faceva la corniciaia. Come ama sottolineare anche lui: “non mi sento toscano, lo sono”. Infatti, il piccolo Maurizio cresce nella poco conosciuta Figline Valdarno, che poi diventerà famosa per aver dato fissa dimora ad un certo Sting.

Sarri ha giocato fra i dilettanti. Era un “difensoraccio”. Uno di quei mastini che ti stanno col fiato sul collo. La storia vuole che ci fossero degli attaccanti che si davano malati per non giocare a costo di non farsi marcare. Era un calcio diverso, la zona non esisteva, si marcava a uomo.

A 19 anni giocava titolare nel Figline, lo voleva il Montevarchi ma chiesero troppi soldi. Ci fu poi l’occasione per andare al Pontedera ma si negò, sbagliando, perchè salirono in C1. Ai tempi, però, non si occupava solo di calcio, per vivere si doveva fare altro, ed ecco che Maurizio, studente di Economia e Commercio, lavorava in Banca per il Monte dei Paschi.

Anche lì un po’ di carriera la fece. Si occupava di transazioni fra istituti bancari e andò a lavorare in Germania, Inghilterra e Lussemburgo. Questa esperienza, come lui riconosce, è stata importante per “aver appreso il valore dell’organizzazione e della capacita decisionale“. Tutte cose che metterà sul campo di pallone, perché come dice Mourinho, “chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio“.

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È andato avanti tra banca e campetti di provincia per 11 anni, da Stia fino al Sansovino nel 2001, in Eccellenza. Lì, capisce che quella è la sua strada e decide di abbandonare il Monte, diventando allenatore a tempo pieno. È proprio a Sansovino che nasce la leggenda dei 33 schemi. Che lui ora sopporta mal volentieri.

“Una diceria nata quando allenavo la Sansovino. Ci rimasi tre anni e gli schemi ovviamente si sommarono. Un giocatore, in una intervista, parlò di 33 schemi e ancora mi porto dietro questa cosa. In realtà sono 4-5 a partita, come tutti.”

In questa prima decade, mister Sarri è passato tra Faellese, Cavriglia, Antella, Valdema e Tegoleto, prima di approdare al Sansovino. Tutto ruota intorno tra Firenze e Arezzo. Dice di non ispirarsi a nessuno in particolare, ha le sue convinzioni calcistiche. Spesso è tutta farina del suo sacco, anche se ammette di avere una certa simpatia per il modo di attaccare di Zeman e dello Spalletti della Roma. È Ulivieri però, quello che umanamente gli assomiglia di più. Un altro toscanaccio come lui.

Nel 2001 Ulivieri passa al Parma, dopo l’addio di Sacchi, mentre Sarri sta portando il Sansovino dall’Eccellenza alla Serie C2, vincendo anche una Coppa Italia di Serie D. Si rimane ancora in terra toscana col passaggio alla Sangiovannese, la prima panchina da professionista e anche lì una promozione in serie C1. È proprio a San Giovanni Valdarno che si convince delle nuove idee tattiche, con il riposizionamento di Ciccio Baiano:

“Mi piaceva la difesa a 3, poi ho capito che era più offensiva quella a 4, che non costringe gli esterni ad arretrare. Dietro al centravanti deve esserci un giocatore che faccia sia il trequartista che la seconda punta: in questo ruolo ho spesso dovuto “inventare” giocatori, come Baiano alla Sangiovannese.”

Dopo la seconda stagione a San Giovanni, conclusasi con un ottavo posto in terza serie, Maurizio parte per l’Abruzzo: destinazione Pescara. Città che un po’ di anni più tardi rilancerà Zdenek Zeman grazie al tridente Verratti-Insigne-Immobile. Si esce dalla Toscana.

Sono passati 15 anni da Stia. Il 2005/06 è l’anno della B. Siamo dentro al professionismo che conta. Lui si presenta subito in grande spolvero, e invece della consueta conferenza stampa, grazie all’idea dell’addetto stampa, realizza una videochat con domande e risposte. Il suo interesse per la tecnologia lo sviluppa per fare altro.

“Mi sono fatto preparare programmi in cui tenere le schede dei giocatori, i test, i dati, le comparazioni. Studio l’evoluzione dei giocatori: scelgo quelli che mi possono interessare e curo i loro dati durante l’anno.”

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Il Pescara giunge undicesimo nel campionato cadetto. In rosa c’erano giocatori di cui sentiremo nuovamente parlare, come Diakitè, Avramov e vecchie volpi come gli attaccanti Gautieri e Cammarata. C’era anche un certo Daniele Croce, titolare odierno dell’Empoli targato Sarri.

La stagione, però, non si conclude come la dirigenza vorrebbe, ed ecco che Sarri viene mandato via a fine stagione. L’esordio in Serie B non è cosi fortunato come sperato, anche per uno scaramantico come lui, che andava in panchina sempre vestito di nero. Addirittura si racconta che al Pescara chiedeva ai giocatori di scurire con lo spray le proprie scarpe. Il 2006 si conclude senza una panchina su cui sedersi. Sarri non è certo uno che si dà per vinto, figuriamoci se getta il suo progetto alle ortiche per un piccolo incidente di percorso.

L’anno successivo, riparte da Arezzo, occupando pensate un po’, la panchina che fino a quel momento era di Antonio Conte. Dopo 8 giornate, infatti, il leccese viene spedito via, senza avere mai portato a casa una vittoria. Per Sarri, valdarnese doc, allenare ad Arezzo è il coronamento di un sogno. Prende una squadra in fondo alla classifica e prova ad imporre il suo camaleontico 4-2-3-1. La prima vittoria arriva proprio contro il suo vecchio Pescara.

La stagione, però, non va secondo le sue aspettative, e nonostante un bel cammino in Coppa Italia dove si ferma ai quarti di finale contro il Milan, viene esonerato. Ecco che per Sarri comincia una personale traversata nel deserto. Lui non desiste e il suo credo tattico va avanti, ormai la sua passione lo spinge nonostante gli scarsi risultati.

Ci prova ad Avellino, dove l’esperienza si ferma ad Agosto in una eliminatoria di Coppa Italia senza neanche cominciare il campionato. Subentra poi a Verona, con cui ottiene solo un punto in 5 giornate, con la squadra ultima in classifica. Prova a prendere in mano il Perugia, ma anche lì le cose non vanno. Nel 2009-10, invece, torna in Toscana, a Grosseto, dove sostituisce Gustinetti per le ultime dieci giornate di campionato.

L’anno dopo tocca all’Alessandria, dove giunge terzo in classifica in serie C1, voluto dal Presidente Camilli, lo stesso che lo aveva portato qualche anno prima a Sansovino. Dal Piemonte poi si sposta in Campania a Sorrento ma viene esonerato il 14 dicembre 2011 con la squadra sesta in classifica.

Dopo un inizio esaltante, ecco che la carriera di Sarri, dopo l’esperienza di Pescara, subisce un contraccolpo. Sei anni in cui il sogno di arrivare in serie A viene interrotto a causa di sfortuna e dirigenze che non credono molto nel suo lavoro. Verona e Perugia i suoi piu’ grandi rimpianti, dove secondo lui ha trasmesso “cupezza e negativita’“.

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Quando, però, tutto sembra andare storto, ecco che il 25 Giugno 2012 si fa avanti l’Empoli.

“Un allenatore che indovina la piazza ideale ha un gran fiuto o un gran culo. A Empoli sappiamo che la crescita di un giovane passa anche dai suoi errori”.

La società sa quello che fa. Il Presidente Corsi si e’ sempre circondato di persone intelligenti. A partire dalla scuola calcio, il vivaio empolese ha sempre sfornato giovani di grande prospettive ed è riuscito a portare la squadra in serie A a più riprese.

Come Direttore Sportivo c’è Marcello Carli. Un diesse intelligente a cui piace lavorare coi giovani e investire su persone che sanno fare calcio. Sarri è una di quelle, e il rammarico è che sia riuscito ad arrivare cosi in alto solamente in eta’ avanzata, ma non tutti si chiamano Roberto Mancini. Vabbè, Maurizio riparte da lì. Una vera e proprio rinascita, si riparte da capo. Gli esoneri, le sconfitte e le delusioni degli anni passati sono solamente un brutto ricordo.

È Carli l’artefice più importante della scalata di Maurizio Sarri e tra i due nasce da subito un’intesa totale. A Empoli ci sono Rugani, Regini, Saponara e Pucciarelli. Qualcuno è già finito in qualche club famoso, altri sono rimasti a Empoli, ma anche questi prima o poi partiranno. L’importante è valorizzarli.

I risultati si vedono dalla prima stagione. L’Empoli arriva quarto nel campionato cadetto, si qualifica ai play-off ma perde la finale col Livorno. Niente di grave, il progetto è solido, Maurizio può finalmente lavorare in un ambiente in cui ha una fiducia totale.

Ed eccoci al 2013-14. Quest’anno i frutti si vedono. Eccome. Non c’è neanche bisogno di andare ai play-off. L’Empoli arriva secondo. È finalmente Serie A, dopo 6 anni di astinenza. Sarri ce l’ha fatta, la massima serie è realtà. Una galoppata durata una vita.

Cronache dei giorni nostri. Proprio ieri sera l’Empoli si è tranquillamente portato fuori dalla zona retrocessione dopo aver schiantato il Napoli di Benítez in casa per 4-2. Contro il Milan ha dato una lezione di calcio per un tempo e mezzo. In casa è riuscito a battere la Lazio di Pioli, ora seconda in classifica. E tante le volte sono state in cui il risultato è stato un po’ bugiardo, ma ormai anche se non è salvezza matematica poco ci manca.

Al termine della partita d’andata contro la Roma, persa immeritatamente per 1-0, Garcia gli va incontro complimentandosi per il gioco, specialmente quello in fase difensiva, e con un po’ di ironia gli confessa:

“Bravo Mister, ho visto come vi muovete in difesa. Vorrei provare anch’io quei movimenti in allenamento. Ma se a Maicon gli dico che domani stiamo due ore solo a provare la linea difensiva come fai te quello mi manda a…”

Come direbbe Antonio Lubrano, la domanda sorge spontanea: può Sarri arrivare ad allenare una grande squadra? Questo non lo possiamo sapere, sicuramente rimane uno dei più preparati di tutta la serie A. Per allenare un grande club, la tattica, la conoscenza e la preparazione spesso non bastano. Lì, conta molto la gestione di uno spogliatoio zeppo di big e primedonne.

Ma questo è un problema che potrà affrontare più avanti. Una cosa per volta. Ora Sarri si deve occupare dell’Empoli, poi staremo a vedere. All’inizio del campionato lo davano per spacciato. Ora tutto è cambiato,  la situazione si è ribaltata. Il suo lavoro costante, gli allenamenti selettivi, il suo continuo scrivere sul taccuino, come Mourinho o Van Gaal, dove scrive tutte le azioni più salienti per velocizzare i montaggi video, hanno fatto la differenza.

Sarri non è solo un conoscitore di tattica, posizioni e movimenti in campo. È una delle persone più eclettiche del campionato, uno degli allenatori più colti della serie A, nonostante l’ingannevole parlata toscana con la c strascicata. Quando Sarri parla di calcio, lo fa a tutto tondo, parla di stadi da rifare, di investimenti nel settore giovanile e di diritti televisivi.

Sempre vestito di tutto punto con la sua tuta invece che con la consueta giacca e cravatta d’ordinanza. Per lui l’immagine non conta, è la sostanza che fa la differenza. È difficile sentirlo dire una banalità. È un continuo spunto di riflessione. Nonostante il successo degli ultimi mesi, delle interviste, dei passaggi televisivi, Sarri è rimasto schivo ed introverso, ma la grinta, l’energia e la passione sono ancora quelle di un tempo.

E anche se in serie A Sarri è l’allenatore che guadagna meno (Garcia prende 10 volte di più), non è certo un problema.

“Siamo una categoria di privilegiati, è giusto che chi sia forte come De Rossi prenda tanti soldi. Non ci dobbiamo lamentare di nulla. Anzi dovremmo ringraziare il cielo ogni giorno per il lavoro che facciamo.”

È l’antieroe del calcio italiano. E noi non vogliamo certo che cambi. In bocca al lupo, Mister.