Pompare: ingigantire, esagerare un fatto accaduto, riportandolo in maniera distorta. La miglior definizione per quest’assurda storia di miliardi bruciati e soprannomi altisonanti ce la dà il dizionario della lingua italiana. È la storia del bidone del secolo: Fabio Junior alla Roma.

Gennaio 1999. Mentre impazzano i timori da Millennium Bug e i modem 56k strepitano a pieno regime nelle case italiane, a Roma si pensa in grande. Ossessionato dalla vertiginosa ascesa della Lazio di Cragnotti, Franco Sensi cerca affannosamente una risposta definitiva per il titolo di regina delle Sette Sorelle.

E il mercato di gennaio, si sa, è quel lasso di tempo strano e compulsivo in cui puoi chiudere il colpo gobbo leggi, Edgar Davids alla Juventus – oppure sobbarcarti sul groppone gli oneri e le imprecazioni da bidone sovrastimato. Ecco, questa definizione rimane la più attinente quando si pensa a quel gennaio e a quel brasiliano in arrivo dal Cruzeiro.

Fabio Junior di mestiere faceva il centravanti. Il brasiliano ebbe la (s)fortuna di trovarsi in quel periodo storico in cui bilanci gonfiati all’inverosimile, banche che elargivano credito attraverso accordi di ogni sorta e la stella splendente di Ronaldo il Fenomeno regnavano sulla Serie A. Un campionato di altissimo livello, dove ben sette squadre aspiravano allo Scudetto. Un El Dorado che accolse Fabio Junior come predestinato: erede del Fenomeno o addirittura nuovo Romario“, almeno riportando fedelmente i sensazionalistici titoli di numerosi media nostrani.

Sensi versò 30 miliardi di lire cash al Cruzeiro, più altri 2 consegnati ad intermediari brasiliani che avevano fiutato il colpo del secolo. E fu così che Fabio sbarcò nella capitale. Un vero blitz. Il Tornado Blu dei tifosi di Belo Horizonte si trasformò nel giro di poche ore dall’annuncio ne l’Uragano Giallorosso, per concludere la sua parabola qualche mese dopo in un semi-deserto aeroporto di Fiumicino al grido di “E se ne va, Er Venticello se ne va…”.

Er Venticello. In quest’estrema sintesi da trasfigurazione linguistica romanesca – sarcastica e spietata, come il folklore capitolino impone – è scolpita tutta l’epopea del nuovo Ronaldo. Nella capitale arrivò grazie ad un campionato paulista chiuso in vetta alla classifica dei cannonieri: 36 partite e 18 gol.

Addirittura il Corriere dello Sport gli dedicò una VHS speciale, intitolata “Fabio Junior: il nuovo Ronaldo”, che andò immediatamente a ruba al momento della sua uscita nelle edicole romane. Sostanzialmente, l’equivalente pallonaro della pubblicazione di Abbey Road dei Beatles. O quasi.

In questo breve eppure oltremodo enfatico filmato si parlava di lui come “attaccante impostosi grazie all’accelerazione micidiale e ai dribbling ubriacanti”. Diverrà un cult assoluto nel giro di pochi anni, tutt’oggi rimane uno dei memorabilia più amati dal popolo giallorosso (e laziale). Materiale da asta sanguinaria su e-Bay.

Perché Fabietto – l’altro soprannome che gli fu affibbiato dopo pochi mesi – più che Ronaldo ricordava da vicino attaccanti come Rebonato. Soltanto che sfruttò lo zeitgeist come nessuno: rasato a zero, con tanto di orecchino perlato al lobo, giovanissimo, brasiliano e con alcune movenze nei primissimi passi vagamente simili a quelle del Fenomeno. Questo, e i 30 miliardi di Sensi, lo resero una leggenda. Al contrario.

Non proteggeva palla, non riusciva a capire i movimenti da compiere in fase offensiva, più volte arrivava scoordinato all’impatto col pallone, spesso finiva per inciampare nel bel mezzo di uno scatto, confezionava continuamente retropassaggi e sotto porta aveva l’istinto realizzativo di Thomas Repka. Quest’impareggiabile bagaglio tecnico lo portò a diventare il bidone del secolo: il Millennium Bug calcistico.

E la vicenda si fece ancor più grottesca quando si venne a sapere che Zdenek Zeman, allenatore dei giallorossi, aveva richiesto un altro attaccante a Sensi:

“Presidente, mi porti un solo giocatore. Quel giovane attaccante della Dinamo Kiev: Shevchenko.”

Purtroppo per il boemo non andò affatto così. E lo stesso Zeman, interpellato circa le qualità del nuovo arrivo che stentavano a decollare, disse: “Fabio Junior? Non sa fare quasi niente e non ha la minima voglia di imparare”.

Una sentenza. Inappellabile. Fabietto collezionò così 16 presenze con 3 gol; insieme ad una valanga di insulti in romanesco e modi di dire che lo vedevano quale protagonista incontrastato. Suo malgrado.

Passata la pirotecnica stagione del boemo, nel giugno del 1999 il generale Fabio Capello divenne il nuovo mister della Roma. Dopo una settimana di allenamenti chiese un colloquio a Sensi e al neo-diesse Franco Baldini. Motivo: sbarazzarsi, in qualsiasi modo, di Fabietto. Impresentabile a certi livelli.

Dal canto suo Fabio Junior ingrassò pure di qualche chilo, che sommati al metro e novanta di altezza, ne fecero una figura mitologica più vicina ad un buttafuori di un disco-club di salsa sulla Prenestina che ad un centravanti con contratto miliardario. Inoltre, le sue dichiarazioni – che non mancavano di enormi dosi di autostima – lo elevarono a figura cult del panorama nazionale:

«Credo di essere al momento l’attaccante brasiliano più forte in attività. Ronaldo? Non so, non devo pensare io cosa giri nella testa degli altri e di cosa siano convinti. Devo solo sapere d’essere il più forte. E ne sono convinto».

Passarono così nove crepuscolari mesi prima che Fabio Junior salisse la scaletta del boeing che lo riportò in patria. E fu o’ gran regresso: Cruzeiro. Dove segnò 8 reti in una stagione, per poi imbarcarsi in un giro del globo degno del Barone di Münchausen: Brasile, Giappone, Israele, Emirati Arabi, Germania (seconda divisione), di nuovo Brasile. Con una media fissa, invariabile di 4 gol a stagione. La costante Junior: una sorta di regola matematica applicata alla finalizzazione del gioco.

Insomma, il pacco scotta. È merce di cui disfarsi il più rapidamente possibile. Ad ogni latitudine conosciuta.

Perché, come apostroferebbe Bob Dylan, “Here comes the story of the Hurricane, the man the authorities came to blame for something that he never done, but one time, he could been the Champion of the World.

O forse no. Per una volta si sbaglia pure il menestrello del rock, se alla fine di nome fai Er Venticello.