“Ho accumulato più giorni di squalifica che gol perché non sottostavo ai soprusi degli arbitri. Dicono: bisogna credere alla buona fede. Ma per favore, ho visto furti inimmaginabili e ho pagato conti salatissimi. Una volta mi diedero 6 giornate di squalifica e 30 milioni di multa perché dissi a un guardalinee di infilarsi la bandierina proprio là dietro. Trenta milioni: all’epoca con quei soldi compravi due appartamenti. Il prezzo della libertà di opinione”.

Mai come in questa storia arriveremo a capire come i concetti di genio e follia vadano a braccetto, un doppelgänger inestricabile. Un caso freudiano di disturbo narcisistico della personalità e talento istintivo senza freni. È il caso del più grande dissacratore che il calcio italiano abbia conosciuto: Gianfranco Zigoni.

Nato il 25 novembre 1944 a Oderzo – comune di 15.000 anime immerso nella piattissima e conformista provincia trevigiana – Zigoni è figlio di una famiglia di contadini: di quell’Italia rurale e silenziosa, laboriosa e cattolica, che si alza all’alba e divide cascina e messa domenicale insieme a genitori e sei fratelli.

È quella fetta d’Italia che un tempo avremmo apostrofato come “maggioranza silenziosa”. Ed è qui che nasce e cresce il più grande trascinatore di folle che Verona ricordi, quello che gli ultras dell’Hellas ancora venerano e chiamano Dio Zigo. Perché Zigoni è cosa maledettamente seria. Come solo gli antieroi popolari possono essere.

“Balotelli mio erede? Non fatemi ridere, si vede che quello gioca solo per i soldi. E nemmeno si diverte. Io ero diverso: tutto quello che ho fatto, l’ho fatto solo per il popolo. Giocavo solo per loro. E mi divertivo come un matto.”

E divo lo è stato eccome, Zigogol. La versione mancina e al retrogusto di Valpolicella di George Best, se vogliamo. Senza l’appeal e l’aura glam del Quinto Beatles. Perché Zigoni è stato anzitutto un numero 7 di talento: immarcabile, estroso, spaccone, con colpi realmente imprevedibili e spesso risolutivi. Sempre se era in giornata. E con una vis innata che lo portava a ribellarsi ad ogni regola imposta, a qualsiasi sovrastruttura o gerarchia soffocante.

Le regole se le dettava da solo: un anarchico, nel senso più letterale del termine. Così in campo e così fuori. Prendere o lasciare. Eppure, se ancora oggi capitasse di parlare con un qualsiasi tifoso dell’Hellas, ti dirà che Zigoni rimane una figura apicale: una parentesi forse irripetibile. Materiale memorabile.

Il fatto è che Gianfranco Zigoni ce l’ha messa tutta per non passare inosservato, per diventare qualcuno. Un’ala pura, che spesso riusciva a mandare fuori giri i terzini che dovevano marcarlo a uomo come gli allenatori che cercavano di gestirlo da bordo campo. In questo senso, un nome è esemplificativo per tutti: Ferruccio Valcareggi.

Una figura d’altri tempi. Allenatore di enorme esperienza e spessore umano, che si trovò a guidare quel Verona che viveva delle fasi lunari di Zigo. Nel bene e nel male. E con lo Zio Uccio – così lo apostrofava Zigoni – un episodio più di altri è passato agli annali. 1 febbraio 1976: a Verona approda la Fiorentina di Carlo Mazzone.

Zigoni arriva al Bentegodi, scende dal pullman con i capelli scompigliati e quell’espressione un po’ truce e strafottente che lo contraddistingue. Ai piedi gli immancabili stivali da cow-boy che si trascina dietro da anni, e in testa un panama di cuoio bianco. È sostanzialmente l’alter-ego pallonaro del suo idolo John Wayne.

Insomma, Gianfranco non è tipo da mezze misure e pensa che quella partita la vincerà da solo. Perché da qualche tempo giocare al Bentegodi significa scorgere uno striscione particolare che campeggia in curva dei butei: “Dio Zigo, pensaci tu!”. Sarà quest’atmosfera da impresa solitaria, da uno contro tutti, fatto sta che Zigoni tutto si aspetta meno che lo Zio Uccio si avvicini e – con tono gentile ma fermo – gli rivolga queste parole:

“Gianfranco, oggi vieni con me: in panchina.”

Zigo è attonito. Pietrificato.

Commenterà in seguito: “Ferruccio era come un papà: non potevi volergli male, anche quando sparava cazzate. Come quel giorno. Così Zigogol scivola in panchina. Ma non può finire semplicemente così: quell’affronto doveva passare alla storia. Ed ecco il colpo di genio, la follia à-la Zigo. Mentre la squadra si avvia nel tunnel, lui temporeggia, afferra velocemente la pelliccia che era solito sfoggiare e poi s’infila il panama bianco in testa. Valcareggi non lo vede. Un paio di compagni sì. Ma cosa puoi dirgli ad uno così?

Non rimane che sorridere e godersi lo spettacolo. Sbuca fuori dal tunnel, entra in campo e in una manciata di secondi lo stadio esplode. È nuovamente lui il protagonista. La partita è ridotta a un mero pretesto, da questo momento tutti vogliono ammirare Zigoni. Si è ripreso il palcoscenico, ha offuscato tutto e tutti. Ancora una volta. E come in seguito ricorderà: “Ma la domenica dopo il vecchio Valca mi fece giocare.”

Zigoni in panchina con pelliccia e panama

Ad ogni modo, limitare una personalità straripante come quella di Zigoni a questa goliardata sarebbe ingeneroso. Se si è guadagnato l’affetto eterno di una città come Verona è soprattutto grazie alle sue giocate. Dribbling improvvisi e serpentine insistite, personalità da vendere, andatura caracollante pronta all’accelerazione bruciante, gol di precisione con un sinistro calibrato, decine di assist a stagione e – come tutti i creativi – un rendimento decisamente lunatico e scostante.

Poteva essere – come fu – uno degli alfieri ed eroi della Fatal Verona; 20 maggio 1973, quello storico 5-3 al Milan che perse lo Scudetto all’ultima giornata grazie anche ai suoi cross tagliati e alle sue sterzate in velocità semplicemente imprendibili. Poteva far segnare chiunque: come quel giorno.

Oppure potevi vederlo bloccato sul terreno di gioco, defilatissimo, alla ricerca dell’ombra della tribuna per il troppo caldo; mentre la settimana successiva poteva accadere quello che successe in un Verona – Vicenza, amichevole di fine stagione. Mancano 20 minuti alla fine della partita. E Zigoni è stato un’entità spettrale.

Riceve palla sulla trequarti: avanza col suo passo fluido, fa fuori un avversario con una finta, ne dribbla un altro con la suola e spara un tracciante di collo sinistro sotto il “sette” dai venti metri. Finita qui? Certo che no. Esulta, inizia a correre a perdifiato, ma anziché andare verso la panchina – come sembrava in un primo momento – tira dritto con le braccia alzate imboccando il tunnel degli spogliatoi. Non rientrerà più. E tutti, per l’ennesima volta, si ricorderanno di quella partita inutile grazie all’estro dadaista di Zigogol.

«Dicono che una volta si giocava al rallentatore? Balle. Questi di oggi corrono, perché non sanno fare altro. Si chiamano “calciatori” perché calciano tutto quello che gli capita sotto tiro. Noi eravamo “giocatori”, perché ci piaceva giocare.»

gianfranco zigoni

Sarebbero poi da ricordare i suoi scherzi folli, un bagaglio da far impallidire il Conte Mascetti di Amici Miei. Come quella volta che finse di essere morto dopo un tamponamento al volante della sua Porsche azzurro pastello, per poi fare l’occhiolino al compagno di squadra che lo stava seguendo e che era accorso a sincerarsi delle sue condizioni, facendolo quasi svenire per lo shock.

Oppure quella sua passione, mai nascosta, per le pistole e i fucili da caccia. In ritiro si divertiva a centrare i lampioni dalla finestra della sua stanza d’albergo, facendo svegliare tutto il vicinato e i compagni. O quella volta che, passato alla Roma, affrontò Pelé. Proprio lui che si autoproclamò il Pelé Bianco e che aveva ricevuto da giovanissimo l’investitura di suo erede anche dal grande stopper del Real Madrid, Santamaria, a cui aveva infilato due tunnel consecutivi durante un’amichevole. Per dirla con le parole di Zigoni:

“Pensavo di essere il più forte calciatore sulla terra. In campo odiavo l’avversario e lo colpivo col mio pugno, che era micidiale. Fuori però gli volevo bene e lo invitavo a bere un whisky. Un giorno, alla Roma, capita di incontrare il Santos di Pelé. In amichevole, all’Olimpico. Mi dico: “Oh, giustizia sarà fatta, oggi il mondo capirà che Zigo-gol è più forte di Pelé”. Lo aveva già detto Trapattoni dopo un Genoa-Milan 3-1 degli anni Sessanta, tripletta mia. Ero convinto della cosa, mi sentivo più bravo di Edson Arantes e di tutti i suoi cognomi.

Poi arriva l’amichevole col Santos, vedo Pelé dal vivo e mi prende un colpo. Madonna, che giocatore. Ho una botta di depressione, di malinconia, penso che a fine partita annuncerò in mondovisione il mio ritiro dal calcio. Mi preparo la dichiarazione in terza persona: “Zigoni lascia l’attività, non sopporta che sul pianeta ci sia qualcuno più forte di lui”. Poi però Pelé va sul dischetto e Ginulfi, il nostro portiere, para. Allora è umano, penso, e fu così che restai giocatore”.

Insomma, c’è tutto Zigoni in questo pensiero un po’ folle e un po’ naif. Perché Zigo poteva essere un perfetto caratterista da poliziottesco all’italiana a firma Enzo Castellari, un brigante lanciato in fuga dalla Polizia alla guida di una Alfa Giulietta turbo; oppure un filosofo di paese dall’aria scompigliata, di quelli col bicchiere di grappa costantemente in mano e la battuta sempre pronta. O più semplicemente, uno dei più grandi talenti italiani che abbia cristallizzato in tutto e per tutto l’essenza del numero 7 di provincia fuori dagli schemi.

Probabilmente rimarrà un fenomeno pop irripetibile in un panorama spesso piegato a regole formali ed apparenze, falsità e dichiarazioni di comodo. Lasciando in eredità una vita spericolata e un calcio istintivo e scostante che riuscivano a trascinare le folle.

Dio Zigo, artista in fuga: ultimo anarchico ribelle di un calcio romantico. Pensaci tu. Ancora una volta.

«Cristo e Che Guevara sono gli unici immortali transitati sulla terra. Loro vivono, noi siamo tutti morti.» (G. Zigoni).