Nome: Tomas. Cognome: Repka. Soprannome: Rambo. Professione: Stopper. Segni particolari: cattiveria e cuore in abbondanza. Potrebbe essere una di quelle profilazioni simil-FBI che spesso vediamo nei serial da piccolo schermo, in realtà questa descrizione – per quanto scarna ed essenziale – corrisponde alla figura retrò ed in parte romantica di quello che un tempo avremmo chiamato stopper.

E Tomas Repka da Slavicin incarna l’archetipo di quel particolare ruolo. Un uomo votato alla difesa strenue, alla battaglia, al contatto fisico, alla voglia innata di tirare su una cortina invalicabile a protezione della propria causa. Un uomo di confine. Guardiano rude e senza fronzoli, votato alla praticità.

Oggi appare esercizio al limite del grottesco immaginarlo prima portiere e poi centravanti, ma la carriera di Tomas iniziò proprio così. Dalle parti di Brumov, piccolo e sperduto comune della Moravia meridionale: lembo di terra ricordato per le foreste di abeti, il grande freddo invernale, le collettivizzazioni sovietiche e lo stabilimento di una celebre birra pilsner decisamente in voga.

In questo scenario estremo e silenzioso il piccolo Repka inzia la sua carriera partendo dalla porta. Come spesso succede ai ragazzini più timidi, che ancora non hanno deciso dove posizionarsi in campo.

Passano gli anni e Tomas cambia squadra, arrivando allo Slim. Qui viene schierato centravanti. Soprattutto perché, appena dodicenne, già fa intravedere qualità fisiche e temperamentali non comuni. È così che si conquista una chiamata dal glorioso Banik Ostrava, che a 13 anni lo accoglie nelle sue strutture da club di prima fascia. E dopo tre anni di militanza nelle giovanili completa la metamorforsi definitiva: stopper.

Perché, nel frattempo, quel ragazzino schivo e un po’ indeciso ha lasciato spazio ad una sorta di Robocop dallo sguardo glaciale di 1,84 per 81 kili. Che non manca un allenamento e una partita (salvo squalifiche, ovviamente). È un pilastro di quella squadra che vince una Coppa Cecoslovacca e ottiene buoni piazzamenti in campionato. Il salto è oramai inevitabile, logico.

1995, una cartolina di saluti ad Ostrava. Si va nella capitale: Praga. Con i suoi tetti appuntiti, l’aria nobile e malinconica. E con quell’antico club dalla maglia granata che sarà la squadra della sua vita, lo Sparta Praga. Tomas è un giocatore in forte ascesa: fa in tempo a debuttare con la Cecoslovacchia e poi la storia fa il suo corso, sancendo la divisione geo-politica fra cechi e slovacchi già avviata con la “Rivoluzione di Velluto” del 1989.

E così Repka non può che rimanere ancorato alla madre patria, la Cechìa. Nei tre anni passati a calcare il prato dello Stadion Letnà porta a casa due campionati e una coppa di lega, insieme alle prime chiamate in nazionale e al palcoscenico della Coppa Campioni.

Repka con la casacca viola

Manca per un pelo quell’irripetibile Europeo del 1996, in cui la generazione d’oro del ’72 sbalordirà tutta Europa col suo calcio concreto e spensierato, dinamico e fantasioso. La Repubblica Ceca sbatte in faccia al continente la sua fucina di talenti: da Nedved a Poborsky passando per Smicer, Berger e Bejbl. Nomi insoliti, outsider che movimenteranno le estati italiane all’insegna del calciomercato e della guerra fratricida tra sette sorelle.

Tomas però non c’è, ha appena 22 anni e lo zoccolo duro di quella nazionale è difficile da scalfire. Ma basta poco per farlo sbarcare in Italia; basta incollarsi con fare arcigno e prepotente su un certo Gabriel Omar Batistuta, e non fargli vedere palla. Impresa da racconto ai nipoti. Che puntualmente avviene.

«Già, mi dicono che Gabriel dopo quella partita a Praga abbia suggerito il mio nome alla Fiorentina. Per questo farò il tifo per lui. Per sempre.»

È il 31 ottobre 1996, il tabellone degli ottavi di finale recita Sparta Praga-Fiorentina in Coppa delle Coppe. Il ritorno si gioca nel vecchio e angusto catino del Letnà. La partita di Tomas è semplice, elementare, ma allo stesso tempo è una mission impossible da eroe muscolare degli action hollywoodiani. In stile Die Hard: un John McClane prestato ai primi 16 metri di campo. Si incolla per 94 minuti al Re Leone e non lo molla. Mai. Un alter-ego dagli zigomi alti e dal taglio militare, in continua pressione sulla schiena e sulle caviglie del fuoriclasse argentino.

Quando si dice marcatura a uomo. Quando si pensa al sacrificio e alla perseveranza dovremmo lasciare un piccolo spazio per questo ragazzo umile che sembra partorito dai corpi speciali dell’esercito. La partita termina 1-1 con gol qualificazione di Spadino Robbiati. Per Batigol stavolta è stata una notte turbolenta, difficile. Il Rambo ceco non gli ha dato tregua, riuscendo nella sua personale impresa di limitarlo il più possibile. Fra tackle ruvidi ma corretti, richiami arbitrali e potenti colpi di testa a spazzare l’area si è guadagnato la stima del più forte centravanti d’Europa.

Arriva il 1998 e Repka viene acquistato dalla Fiorentina di Cecchi Gori, Batistuta e un certo mister Trapattoni: uno che sugli stopper affidabili aveva cementato buona parte di un’interminabile carriera. Tomas è il baluardo difensivo della linea a zona mista (a 3) del Trap, il marcatore perfetto da affiancare ad un libero vecchio stampo come Padalino.

Il ceco si rivela da subito adatto al campionato più duro del mondo, diventando protagonista di una marcia inaspettata che conduce la Fiorentina all’effimero titolo di Campione d’Inverno per chiudere una stagione anomala con un terzo posto e una finale di Coppa Italia persa soltanto grazie al tacco malefico e sublime di Hernán Crespo. Dopo che lo stesso Repka aveva segnato il suo unico gol in maglia gigliata, di testa da corner.

È ormai un leader. Ma a modo suo. Ama vivere a Firenze, isolato sulle colline, immerso in un silenzio un po’ ingombrante che gli ricorda Praga e lo scorrere lento ed inesorabile della Moldava. Non è certo un uomo copertina, non fa nulla per apparire come simbolo edonista di un calcio schizofrenico e ricchissimo. Rimane il monolitico marcatore dal cuore grande che ama fumare un pacchetto di Pall Mall rosse al giorno.

Repka con la maglia della Fiorentina

«Firenze e Praga, in fondo, hanno diversi punti in comune. La prima è più raccolta, ma in quanto a bellezza temono entrambe pochi confronti. È per questo che sono innamorato di queste due città.»

Nasce pure un coro ad hoc che la curva Fiesole gli cuce addosso: “Se non ci arriva Toldo c’è Repka, c’è Repka!”. Per l’antidivo dell’est, però, le cose non vanno esattamente come si sarebbe aspettato. Dopo un’annata da protagonista in Champions League – con tanto di storica, soffertissima vittoria a Wembley contro l’Arsenal di Wenger e Bergkamp – arriva il nuovo millennio e la bolla del calcio italiano inizia a mostrare le prime, preoccupanti crepe. Repka rimane a Firenze anche nel 2000/01 e riesce a togliersi la soddisfazione più grande: alza al cielo la Coppa Italia.

Canto del cigno di una delle sette sorelle del calcio italiano. Da lì, il baratro. Un oblìo fatto di mancati pagamenti e fallimenti societari con un Cecchi Gori in stato confusionale.

Repka è costretto ad andarsene: viene ceduto per 6 milioni di euro. Contro la sua volontà. Se ne va a Londra, un’altra casacca granata lo attende: quella del West Ham. La tradizione e il fascino provinciale degli Hammers ben si addicono ad una figura vintage come quella dello stopper ceco. Prima, però, un saluto alla sua seconda casa. In lacrime. Sembra impossibile o fin troppo retorico ma andò veramente così. Della serie: anche i duri hanno un animo (sensibile).

Con gli Hammers rimane 5 anni e indossa la fascia di capitano, affrontando tumultuose retrocessioni e altrettante risalite in Premier. Congedandosi da Upton Park come un gentleman dal tackle vigoroso, che ha riportato i Martelli lassù dove meritano.

Repka con la maglia del West Ham

A 32 anni decide che è l’ora di tornare a godere di quei tetti dal profilo dark e fascinoso: nuovamente Praga, sponda Sparta. È il 2006. Mette assieme 130 presenze e si gioca le ultime stagioni ad alto livello, quantomeno nelle coppe europee.

Si ritira definitivamente nel 2012 dopo un anno nella Dynamo Ceske Budejovice. La squadra per cui tifava quando era ancora un portiere un po’ impacciato e timoroso. Quella che come presidente ha il suo amico Karel Poborsky.

E chissà se ancora oggi quel colosso con la maglia numero 2, lo sguardo gelido e i tatuaggi da galeotto sovietico non professi ancora il verbo senza tempo della marcatura a uomo, quello dello stopper senza compromessi. E poco importa se adesso la chiamano fase difensiva.

«Il fatto è che io gioco come ho sempre fatto a Praga. Sono nato per l’uno contro uno, anche se tecnicamente so che non sono il massimo. Ma basta che tu indichi qual è il mio uomo: io mi ci incollo e non lo lascio più per tutta la partita.»