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In un periodo che vede un costante (ri)avvicinamento tra Oriente ed Occidente, è pressoché impossibile non volgere lo sguardo al Giappone che, dagli anni ’90 in poi e dopo decenni di anonimato calcistico dettato dallo strapotere degli sport americani – baseball in testa – è stato in grado di regalare alla Serie A buoni giocatori.

Dai funambolici dribbling di Nakata Hidetoshi – ritiratosi a 30 anni perché voglioso di visitare il mondo zaino in spalla, alle insidiose punizioni mancine del Beckham d’Asia, al secolo Nakamura – ma anche parecchi flop o giocatori fantoccio, ingaggiati ad uso e consumo degli sponsor da presidenti di vedute fin troppo ampie. Ti presentiamo così la nostra personalissima Flop 3 dei giocatori del Sol Levante emigrati nel Belpaese.

3 – Nanami Hiroshi

«Lì in Giappone è uno dei migliori. Fa tutto di sinistro. Le sue specialita’ sono gli assist: sapeste quanti gol mi ha fatto segnare. E le punizioni, poi: implacabile. Mi ricorda Giuseppe Giannini.» (Salvatore Schillaci).

Terzo posto per il forse più dimenticato (e dimenticabile) giocatore sbarcato nel continente europeo. Siamo a Venezia, nell’ultimo anno del XX secolo: a rinforzare l’Armata Brancaleone di un iper-attivo Zamparini, insieme alla consueta frotta di connazionali griffati Nikon, c’è Nanami Hiroshi, allora ventisettenne centrocampista dello Júbilo Iwata (cui rimarrà sempre legato e che attualmente allena).

MVP della Coppa d’Asia nel 1996, Nanami esordì giovanissimo – in Giappone vige la regola non scritta che “impone” ai giocatori di laurearsi all’Università prima di diventare professionisti – nel 1995 a soli 23 anni. Fu il simbolo della Nazionale giapponese, con la quale ha conquistato per la prima volta nella storia la qualificazione ai Mondiali (Francia ’98), arrivò in Italia sull’onda del positivo choc causato dal roboante acquisto della stella Nakata, anche se il presidente Zamparini ha sempre smentito che si trattasse di un’operazione commerciale.

Buon assistman, discreti piedi e ottima corsa, questo centrocampista che – parole sue – s’ispirava ad Hagi e Redondo, si scontrò presto col calcio italiano, molto diverso da quello del suo paese d’origine. «Mi preoccupa un po’ il contatto fisico con i giocatori italiani. Sono molto più forti di quelli giapponesi», disse dopo poche partite. Il tipico carattere da nihonjin: pacato, retto, timido e poco appariscente, non lo aiutò nell’inserimento tattico ma neanche a legare coi compagni.

Una ventina di partite, un solo gol messo a segno, pochi lampi di talento. Troppo lento di testa, sostiene mister Spalletti, uno dei tre allenatori di Nanami in Italia; troppo poco per far dimenticare il genio di Álvaro Recoba (di cui di fatto prese il posto), transitato l’anno prima da Venezia.

A fine anno il prestito non venne rinnovato e Nanami tornò a giocare al Júbilo con Totò Schillaci, dove peraltro guadagnava il doppio di quello che percepiva in Italia. Lasciò con pochi rimpianti e ancor meno estimatori e non senza un velo di polemica col connazionale Nakata:

«Nakata crede di non essere giapponese da quando gioca nel campionato italiano. Pensa di esser diventato Superman. Io, invece, sono un essere normale».

Se ne sono accorti tutti, Hiroshi.

2 – Morimoto Takayuki

“La prima parola che ho imparato è stata minchia”. (Morimoto Takayuki).

Al secondo posto, forse troppo prematuramente, troviamo Morimoto Takayuki, vero incubo di ogni fantallenatore moderno. Classe ’88, il giapponese dalla testa rasata à-la biku sono anni che fa ben sperare ed illude. Scuola Tokyo Verdy, Morimoto è il classico esempio di come le troppo elevate aspettative possano bruciare un potenziale buon giocatore.

Arrivò in Sicilia, sponda Catania, appena diciottenne nel 2006, forte del primato del “più giovane giocatore ad esordire e segnare nella J-League”. Per lui, da Ficcadenti a Pulvirenti, da Zeman a Zaccheroni, sono tanti i big che si sono prodigati in buone parole.

Mai ricambiate, per la verità. Ottimo carattere, ancora oggi a Catania rimpiangono il picciottu educato che va pazzo per gli arancini; buonissima corsa e buon QI calcistico, in realtà il giovane Morimoto mostra da subito qual è il suo principale limite: non segna. Praticamente mai. 5 gol in 50 partite in Giappone nella prima parte della carriera.

Ma te ne fai una ragione, se il ragazzo in questione ha solo 15 anni. Segna poco anche in Italia dove, tuttavia, nel 2008/09 a soli 20 anni chiude la stagione con 9 gol. Da lì, complici anche diversi infortuni, colui che Lo Monaco definì come un “Un Pippo Inzaghi con maggior tecnica”, non si risolleverà più. Dal Catania finì al Novara; poi, dopo un’altra breve parentesi in Sicilia, all’Al-Nasr di Zenga. Infine, il ritorno in Giappone: Taka viene acquistato dal JEF United, militante in J. League Division 2.

Di lui rimane il ricordo di una storica semifinale di Coppa Italia giocata col Catania (segnò il 2-1 contro l’Udinese nei quarti), della doppietta alla Roma e – infine – del gol realizzato nel “derby” contro il Palermo. Abbastanza per farsi ricordare in Sicilia, ma troppo poco per imporsi nell’immaginario dei tifosi italiani. Tutto qua? Non proprio: Morimoto è l’unico calciatore nella storia ad aver segnato più gol in Italia che nella Serie B giapponese. Come direbbe lui: “Egao wa chikyūgo”. Ovvero: “I sorrisi sono la lingua del Mondo”. Anche se porti un apparecchio fisso da adolescente un po’ sfigato. Con buona pace dei tifosi etnei.

1 – Miura Kazuyoshi

«Dopo aver visto all’opera Juve, Inter e Milan, mi son detto che dovevo venire qui per misurarmi con i campioni più forti.» (Miura Kazuyoshi).

Al primo posto non può che esserci lui: Kazu Miura. Considerato all’unanimità – in patria – come il miglior giocatore giapponese di sempre assieme a Nakata, questo folletto è da considerare in Italia un vero e proprio bidone. Eppure, Miura è stato tutto tranne che un giocatore malvagio: un pallone d’oro asiatico, diverse coppe Nazionali, uno scudetto e circa 200 gol in carriera tra Giappone, Brasile, Italia, Croazia e Australia.

Già, perchè Miura è un vero viaggiatore, non un turista del pallone. Figlio di un membro della Yakuza (da lì la scelta di giocare col cognome della madre), sposato con la popstar Shitara Risako, è celebre per essersi trasferito appena quindicenne in Brasile, paese del quale possiede il passaporto.

Di quegli anni passati tra Santos, Palmeiras, Coritiba ed altre squadre “minori” si sa veramente poco, anche perché ad ogni partita veniva registrato con un nome diverso. I brasiliani non riuscivano a capire come si scrivesse il cognome. Fatto sta che, agli inizi degli anni ’90, giocò un torneo in patria come brasiliano e ottenne un contratto col Yomiuri FC, la prima delle sei squadre con cui ha giocato in Giappone.

Da lì, dopo quattro anni, si trasferisce nel 1994 al Genoa del presidente Spinelli. Presidente che impone la presenza del giapponese all’allenatore, in virtù del fatto che, come precedentemente concordato, l’emittente televisiva Fuji Television avrebbe versato un miliardo di lire al Genoa per ogni presenza in campo di Miura.

Nonostante l’esordio sfortunato – un’entrata da saloon di Baresi gli rompe il setto nasale dopo pochi minuti – Miura colleziona una ventina di presenze, imponendosi come titolare e segnando pure in uno storico derby della Lanterna. Partì poi con la Nazionale per la coppa d’Asia, ritrovandosi panchinato al ritorno. Anche perché, a conti fatti, in campionato ne azzeccava veramente poche.

Miura, che aveva rinunciato a più di metà dell’ingaggio per giocare in Italia – in Giappone guadagnava 3,5 miliardi di lire all’anno – a fine stagione (ri)fece le valige e tornò in patria. Firmò con i Verdy Kawasaki, coi quali nel 1998 vinse tutto, regalandosi una partecipazione – storica, essendo la prima – alla fase finale dei Mondiali di Francia ’98.

Ma la leggenda nipponica doveva ancora sorprendere: tornò in Europa, a fine carriera e con pessimi risultati, firmando per la Dinamo Zagabria. Migrò, quasi 10 anni prima di Del Piero, per giocare nel campionato australiano. Dal 2006 gioca per lo Yokohama FC, club che milita nella seconda serie nipponica e che – visti i 48 anni di età – lo rende il giocatore professionista più vecchio al mondo.

Pensate che sia finita qui? Nient’affatto: ha partecipato ai Mondiali 2012 di Calcio a 5, ed è tuttora il testimonial televisivo più ricercato tra i professionisti. Tra vitamine, automobili, sfilate e musei dedicati a se stesso, il vecchio Kazu continua a giocare.

Una leggenda vivente, insomma, che ha ulteriormente legittimato il suo ingresso nell’Olimpo dei grandi personaggi della storia del Sol Levante nel Marzo del 2017, quando è diventato l’unico giocatore professionista ad aver messo a segno un gol dopo aver superato i 50 anni (anche se nella serie Cadetta). Lo ha fatto manco a dirlo nel corso della partita tra il suo Yokohama e il Kusatsu. La rete arriva pochi giorni dopo il raggiungimento di un altro record: scendendo in campo a 50 anni e 7 giorni Miura aveva superato difatti nientemeno che sir Stanley Matthews, tra l’altro primo Pallone d’oro della storia, diventando il calciatore più anziano ad aver mai giocato una partita a livello professionistico.

Perché in fondo, come disse all’allenatore Franco Scoglio in un pomeriggio del 1994 citando un proverbio del Sol Levante: “I no naka no kawazu taikai o shirazu”, “Un ranocchio dentro il pozzo non conosce l’oceano.” E Kazu ne è saltato fuori. Come Mario Bros. O quasi.

Articolo scritto con la collaborazione di Prisco Oliva.