La carriera di Gheorghe Hagi, Gica per gli amici, è una storia di contraddizioni: di tempi sbagliati e di tiri giusti; di scatti brucianti e attese infinite; di dittatori caduti e di imperatori vincenti. Soprattutto, è la storia di un numero 10 che non teme confronti; del Maradona dei Carpazi che gioca, segna e litiga come il Maradona vero.

Hagi al Galatasaray

Atto Primo: È nata una stella

Gheorghe Hagi nasce il 5 febbraio 1965; ad appena tre anni viene mandato dai genitori a una scuola calcio di Constanta. Il giovane Hagi si innamora del pallone guardando l’Ajax, celebre in Romania da quando in panchina Stefán Kovács, ex allenatore della Steaua Bucarest, ha preso il posto del geniale Rinus Michels:

Io tifavo Steaua e sono cresciuto ammirando giocatori come Iordanescu e Dumitru. E poi Cruijff: era lui il giocatore che mi piaceva di più”.

Hagi cresce a Constanta, dove fin da giovanissimo si distingue come un grande talento (“A 11 anni avevo già partecipato alla Cupa Sperantei, dove per due anni di fila ero stato miglior giocatore e capocannoniere”). A 18 anni il ct Mircea Lucescu lo fa debuttare con la maglia della Nazionale, e un anno dopo lo porta agli Europei di Francia 1984. Alto solo 1,72 e con il 39 di piede, Hagi assomiglia a un altro mancino che sta facendo impazzire il mondo: Diego Armando Maradona.

A sentire gli esperti, ha tutte le carte in regola per emulare il Diez argentino anche in campo. Come spiega Gigi Corioni, all’epoca presidente del Bologna:

Per il mio lavoro viaggio da sempre nei Paesi dell’ Est. Ho avuto così l’opportunità di conoscere Hagi a 18 anni. Era già un fenomeno. Ricordo che feci di tutto per portarlo a Bologna. Me lo promettevano ma poi cambiavano idea. Questa storia andò avanti per 5 anni finché cadde il regime di Ceausescu e il Real Madrid fu il più lesto ad approfittare della situazione”.

In Romania, infatti, le frontiere sono chiuse e lo sport è fortemente controllato dallo Stato; ogni polisportiva è connessa a un sindacato o a un ministero, e i trasferimenti di giocatori avvengono tramite accordi politici. Le due principali squadre del Paese, Steaua e Dinamo, fanno riferimento all’esercito e al Ministero degli Interni; e non è un caso che il periodo d’oro della Steaua inizi nel 1983, quando viene nominato manager Valentin Ceausescu, figlio del presidentissimo Nicolae.

Il giovane Gheorghe milita fino al 1983 al Farful Constanta, passando per un anno dal Luceafarul Bucarest; a 18 anni si trasferisce allo Sportul Studentesc, di proprietà della famiglia Ceausescu. Qui vince per due volte il titolo di capocannoniere e trascina la squadra ad un sorprendente secondo posto dietro la Steaua Bucarest. La squadra della capitale vince anche la Coppa dei Campioni, battendo in finale il favoritissimo Barcellona.

Per la prestigiosa sfida di Supercoppa Europea contro la Dinamo Kiev del Colonnello Lobanovski, l’esercito rumeno non vuole correre rischi e decide di tesserare – per una sola partita – il giovane Hagi. Nel gelido febbraio 1987 si disputa a Monaco l’unica sfida di Supercoppa tra due squadre dell’Europa socialista: a risolverla è proprio Hagi, con una punizione che regala alla Steaua il suo secondo trofeo internazionale. I dirigenti sono impressionati, e decidono di tenersi il numero 10, con buona pace dei Ceasescu.

Semifinale Coppa Campioni 1989: Steaua 4 – Galatasaray 0

Grazie ai gol di Hagi, la Steaua vince campionato e coppa nazionale per tre anni di fila; in Coppa Campioni raggiunge la semifinale nel 1988 e arriva in finale nel 1989. Qui deve arrendersi allo strapotere del Milan degli olandesi, che in finale abbatte 4-0 la formazione rumena. Quando gli si chiede qual è la migliore squadra in cui ha giocato, Hagi non ci pensa un attimo:

Io ho giocato sino a 25 anni in una squadra grandissima, la più grande in Europa in quel periodo, la Steaua Bucarest. Per cinque anni abbiamo giocato un calcio splendido, abbiamo vinto abbastanza, una Coppa dei Campioni e una Supercoppa Europea. Ma siamo stati penalizzati del vivere in un mondo chiuso, non si parlava molto di noi. Peccato.

Il 25 dicembre 1989 termina il regime di Ceasescu, e l’apertura delle frontiere apre nuovi scenari per il calcio europeo: il 7 gennaio 1990 Repubblica scriveDopo i mondiali di calcio la Romania cederà all’ estero due dei suoi giocatori più rappresentativi, il centrocampista Gheorghe Hagi e l’ attaccante Mario Lacatus”. I Mondiali di Italia ’90 diventano quindi una vetrina per i giocatori rumeni, ansiosi di sbarcare nelle più prestigiose squadre europee.

La Romania si trova nel girone con URSS, Camerun e Argentina; dopo la doppietta con cui Lacatus stende i sovietici e la sconfitta contro i Leoni Indomabili dell’eterno Milla, la banda Hagi incontra l’Argentina. I campioni del mondo in carica, capitanati dal Pibe de Oro, contro i ragazzi che hanno reso eterna la Steaua Bucarest, guidati da Gheorghe Hagi, il Maradona dei Carpazi.

Italia ’90: Maradona gioca “in casa” contro Hagi

Della sfida tra i due numeri dieci si ricordano più i colpi proibiti che le magie; la vittoria ai punti va al Pibe de Oro, autore dell’assist per il momentaneo vantaggio argentino e capace di far ammonire Lacatus e Hagi, che reagisce senza timori reverenziali a un fallaccio di Diego. La Romania chiude in testa il girone, ma verrà eliminata agli ottavi dall’Irlanda. Hagi ha mostrato in mondovisione tutto il suo repertorio: accelerazioni brucianti, lanci perfetti e un temperamento a dir poco focoso; quando la Germania alza la Coppa, si è già scatenata l’asta per averlo.

Primo intermezzo spagnolo

Ad aggiudicarsi il fenomeno rumeno per 4,3 milioni di dollari è il Real Madrid, timoroso di vedersi usurpare il trono di Spagna dal Barcellona. Il Presidente Mendoza è chiaro fin dall’inizio: “Se vinciamo la Liga o la Coppa rinnovi. Altrimenti scordatelo”.

Non può bastare l’acquisto di Hagi, in un clima da fine impero, a sovvertire un avvicendamento che appare scontato tra la Quinta del Buitre e il Dream Team di Cruijff. I primi tempi sono difficili: il torrido caldo dell’estate spagnola, la lingua, le rigide gerarchie dello spogliatoio non aiutano l’inserimento del rumeno.

Hagi gioca da centrocampista offensivo, in una squadra che può (e forse deve) schierare Sanchez e Butragueno in attacco. Già a novembre, l’allenatore Toshack viene esonerato e sostituito dal leggendario Di Stefano, che toglie Hagi dall’undici titolare. Don Alfredo, da perfetto traghettatore, vince la Supercoppa di Spagna e poi lascia la squadra ad Antic, con il quale Hagi torna a giocare stabilmente nella primavera del 1991.

È il miglior momento del rumeno a Madrid: la stagione successiva, Hagi trascina il Real al titolo di inverno, inventando prodezze come il gol da 50 metri contro l’Osasuna.

Solo due settimane dopo, con un capriccio degno del peggior Florentino Perez, Mendoza esonera Antic per il gioco poco spettacolare. Grazie a questa trovata, il Barcellona riesce ad accorciare fino a trovarsi a un solo punto di distanza all’ultima giornata di campionato. Vista la differenza reti, in caso di una prevedibile vittoria blaugrana contro l’Athletic, al Real non basterebbe il pareggio contro il già salvo Tenerife.

Il Barcellona, affatto appagato dall’epica vittoria in Coppa Campioni, liquida il Bilbao con una doppietta di Stoichkov; Hagi e Hierro portano le merengues sul 2-0 a Tenerife, prima del ribaltone più folle della storia della Liga. Dopo il 2-1 di Estebaranz, i canari ribaltano il risultato grazie a due regali della difesa dei blancos. Seconda Liga consecutiva a Barcellona e fine di un amore mai del tutto sbocciato tra Hagi e Madrid.

Atto Secondo: Hagi tra orgoglio e magie

Nell’estate del 1992, Hagi lascia Madrid e firma per il neopromosso Brescia di Corioni, suo estimatore di vecchia data. L’allenatore è un’altra conoscenza di Gica, quel Mircea Lucescu che l’ha lanciato in Nazionale. Pochi mesi dopo esser arrivato, Hagi tornerà a parlare dei suoi anni a Madrid:

Al Real, arrivai concentrato, convinto di saper perfino rilanciare quel glorioso club. Purtroppo m’illudevo, purtroppo ai madridisti di oggi è rimasta giusto la consolazione dei ricordi. Sì, trovai un organico che non vale quello del Brescia attuale, e nemmeno Pelé là dentro avrebbe fatto miracoli“.

La nutrita colonia rumena (in estate firmano per le rondinelle anche Raducioiu, Mateut e Sabau) si dimostra affiatata ma incapace di sopravvivere al campionato più bello dell’epoca. Un campionato così competitivo che in 11 punti arrivano 14 squadre: a farne le spese la Fiorentina di Batistuta, retrocessa per classifica avulsa, e il Brescia di Hagi, sconfitto nello spareggio salvezza con l’Udinese.

Nell’estate del 1993 in molti bussano alla porta di Hagi, in primis il Napoli di Ottavio Bianchi, orfano di Zola: Corioni ritiene insoddisfacenti le offerte e il rumeno, dopo una lunga telenovela estiva, rinuncia a parte del suo stipendio da 600 milioni netti e rimane in Serie B con il Brescia. Anni dopo dirà: ”Avevo avuto alcune offerte in estate, ma non sono un codardo”.

Il Brescia torna in Serie A, ma la stagione per Gica non è finita: ad aspettarlo c’è un altro Mondiale. Da numero 10 e capitano, Hagi dovrà guidare la sua Nazionale a USA ’94. Una Romania finalmente matura, con tutti i suoi talenti all’apice della loro carriera: la Generazione d’oro di Hagi, Popescu, Lacatus e Raducioiu è una delle possibili outsider del Mondiale Statunitense.

Hagi Valderrama a USA ’94

I rumeni si ritrovano nel girone A con gli statunitensi padroni di casa, la Svizzera di Chapuisat e la favoritissima Colombia di Valderrama, che ha da poco firmato uno storico 5-0 in casa dei maestri argentini. La Romania di Hagi gioca alla grande quando non è favorita: senza l’ansia di dover fare la partita, i rumeni possono chiudersi e ripartire velocemente grazie alla velocità di Dumitrescu e alle giocate di Hagi, capace di imbeccare i compagni tra nugoli di gambe avversarie.

La Romania rovescia ogni pronostico annientando la Colombia: i Cafeteros giocano altissimi e si espongono ai contropiedi rumeni. Il primo e il terzo gol sono firmati da Raducioiu, lanciato alla perfezione da Hagi, che in mezzo ai due assist firma un gol capolavoro da posizione impossibile.

Hagi segna dalla distanza anche nella sconfitta (1-4) con la Svizzera; la vittoria con gli USA qualifica comunque i giallorossi come primi del girone. Non una fortuna, calcolando che come miglior terza da affrontare i rumeni si trovano davanti l’Argentina: l’Albiceleste è rimasta orfana di Diego Maradona, squalificato per doping dopo la partita con la Nigeria.

In quella che è considerata una delle partite più belle di USA 94, Gica lancia Dumitrescu per il 2-1 e con un destro in contropiede firma il 3-1 che elimina i vicecampioni in carica. Ai quarti, la Romania deve affrontare la meno quotata Svezia: Raducioiu pareggia (su assist di Hagi, al solito) all’88° il gol di Brolin.

Ai supplementari l’ex attaccante del Milan segna ancora, ma Kenneth Anderson al 116’ riporta il risultato in parità. Come quattro anni prima, i rigori condannano la Generazione d’Oro, che esce prima di affrontare il favoritissimo Brasile. “Sono convinto che con il nostro stile li avremmo battuti affrontandoli senza paura”, dirà poi Hagi, inserito comunque nell’All Star Team del Mondiale USA.

Secondo intermezzo spagnolo

La storia, per Hagi, si ripete: ancora un grande Mondiale, ancora un trasferimento in Spagna, stavolta al Barcellona. Come quattro anni prima, Gica è l’uomo giusto al momento sbagliato: il Dream Team è in fase calante, annientato dal 4-0 subito in finale di Champion’s League contro il Milan di Capello. Come alla Steaua nel 1986, come al Real nel 1990: ancora una volta, Hagi è arrivato troppo tardi.

Stavolta Hagi forse sa che i tempi sono sbagliati, ma ha deciso di seguire il cuore: se Lucescu era stato decisivo per portarlo a Brescia, c’è un altro eroe da incontrare. È Johan Cruijff, il mito d’infanzia di Gica:

Scelsi il Barcellona perché c’era Cruijff. Non mi faceva giocare sempre, ma era senza dubbio il migliore. Lavorando con lui ho raggiunto il massimo assoluto”.

A Barcellona Hagi trova anche altri due giocatori tanto talentuosi quanto intrattabili: il bulgaro Stoichkov e il brasiliano Romario. Se il primo è forse appagato dai successi del Dream Team, il secondo è ancora imbambolato dal trionfo mondiale; Hagi, dal canto suo, non brilla certo per continuità. Così, incredibile a dirsi, anche i catalani smettono di vincere scudetti a ripetizione proprio l’anno in cui arriva il rumeno, e lo scettro di Spagna torna a Madrid.

Partita emblematica dell’annata blaugrana è la manita con cui il Real, nel gennaio 1995, chiude di fatto il periodo d’oro di Cruijff. L’arrivo di Figo e Popescu – futuro cognato di Hagi – nell’estate del 1995 non migliorano di molto il rendimento di un club impegnato in un ricambio che darà i suoi frutti negli anni successivi. Nell’estate del 1996 Hagi è un giocatore oramai trentunenne che, per frontiere e tempistiche sbagliate, sembra destinato a rimanere un incompiuto; Gica firma il suo ultimo contratto importante con il Galatasaray. Hagi giocherà in Turchia, alla periferia del calcio e d’Europa.

Ultimo atto: in trionfo con l’Imperatore

L’ex giocatore del Galatasaray Fatih Terim allestisce una squadra che mescola sapientemente giovani promesse (Emre), affermati talenti turchi (Hakan Sukur, Umit, Okan) e campioni ancora affamati come Gheorghe Hagi e Claudio Taffarel.

Forse per quella maglia giallorossa, con gli stessi colori della sua amata Romania; forse per la pressione meno asfissiante rispetto alla Spagna; forse, finalmente, perché i tempi sono maturi: comunque, Hagi si sente finalmente a casa. Gioca spensierato e segna con una continuità che non aveva dai tempi di Bucarest: in quattro anni il Galatasaray vince quattro campionati e due coppe nazionali.

Anche se non ha più la bruciante accelerazione di qualche anno prima, la visione di gioco e il mancino liftato sono sempre gli stessi: Hagi gioca da pivot avanzato, e garantisce una quantità impressionante di assist per Hakan Sukur e le punte che si avvicendano accanto a lui.

Hagi e Shevchenko nella Champion’s 1999/00

La Champion’s League 1999-2000 è la prima edizione che prevede due fasi a girone: chi arriva terzo nella prima viene ripescato in una Coppa Uefa nobilitata (almeno secondo la UEFA) dall’abolizione della mitica Coppa delle Coppe. Nei minuti di recupero dell’ultima giornata il Galatasaray vince 3-2 sul Milan e si aggiudica il terzo posto, che vale l’accesso ai sedicesimi della “seconda Coppa” europea.

Bologna, Borussia Dortmund, Maiorca e Leeds cadono sotto i colpi della formazione turca, che va avanti grazie ai gol di Hasan Sas, alle parate di Taffarel e alle invenzioni di Hagi. Il Galatasaray arriva così alla finale di Copenhagen contro un’altra ripescata, l’Arsenal di Thierry Henry .

Dopo gli scontri della semifinale tra Galatasaray e Leeds, si gioca in un clima di enorme nervosismo; gli attaccanti delle due squadre si divorano gol per 90′, finché non si va ai supplementari. Hagi, trascinatore e uomo simbolo dei turchi, reagisce sgomitando ad un fallo di un altro vecchio leone, il capitano dei gunners Tony Adams. Ammonizione per l’inglese ed espulsione per il rumeno: l’Arsenal non riesce a sfruttare la superiorità, e dopo 120′ di gioco si va ai rigori.

Nel 1990 contro l’Irlanda e nel 1994 contro la Svezia la Romania era stata eliminata proprio ai penalties, nonostante l’esecuzione di Gica; per un altro paradosso del destino, la prima volta che la lotteria dei rigori sorride al talento rumeno è proprio quando non può prendervi parte. È il primo, storico, trionfo di una squadra turca in Europa: e poco importa se Hagi è stato espulso, quella Coppa è anche sua.

Hagi con la Coppa Uefa

Titoli di coda

Il 25 agosto 2000 Gheorghe Hagi torna nel Principato di Monaco, per vincere un’altra Supercoppa Europea; stavolta a uscire sconfitto è il galactico Real Madrid di Figo e Raul. Hagi si ritirerà nel 2001, dopo quindici anni di gol, assist e duelli con arbitri e avversari.

In campo, Gica sapeva aspettare il momento per lanciare il compagno, o per beffare il portiere; in fondo, la sua carriera è stata tutta un’attesa. Anni di serie cadetta e di big in declino, in mezzo a trofei e colpi memorabili. Steaua Bucarest, Romania, Galatasaray.

Per indossare e onorare tre maglie del genere, valeva la pena aspettare.