Lothar Matthaus è stato un ragazzino cresciuto inseguendo il mito di Kaiser Beckenbauer; un tenace Peter Pan che non voleva smettere di giocare, anche a tempo scaduto; un uomo che ha fatto innamorare milioni di tifosi, ma che si è innamorato di troppe donne. Insomma, Lothar Matthaus non era l’algido tedesco di ghiaccio così rassicurante per il nostro immaginario; anche se ha fatto di tutto per farcelo credere.

Gli esordi a Mönchengladbach

Lothar nasce nel 1961 a Erlangen, in Baviera; ha tredici anni quando Franz Beckenbauer prende le redini della Germania Ovest e la trascina ad alzare la Coppa nel Mondiale tedesco. Lothar gioca già nelle giovanili del FC Herzogenaurach, la squadra della sua città; resterà lì fino al 1979, quando il Borussia Mönchengladbach, fresco vincitore della Coppa UEFA, decide di acquistarlo.

Il nuovo tecnico, Jupp Heynckes, cerca di ricostruire una squadra che dopo il ritiro della sua bandiera, Berti Vogts, rischia di non ripetere i fasti degli anni ’70. Matthaus diventa subito titolare inamovibile del centrocampo verde; a dispetto dei suoi vent’anni, gioca da veterano e contribuisce alla cavalcata europea del Borussia, sconfitto dall’Eintracht Francoforte in finale di Coppa Uefa. Matthaus mette in mostra doti fuori dal comune: capacità di interdizione da mediano, lanci da regista di prim’ordine e un tiro potentissimo.

Lothar Matthaus Felix Magath

Matthaus e il capitano dell’Amburgo, Felix Magath

Le prestazioni con il Borussia convincono il ct della Nazionale a promuoverlo dall’Under 21, proprio alla vigilia degli Europei del 1980; la convocazione gli viene annunciata a maggio, quando Matthaus aveva già programmato le vacanze estive. Il debutto avviene il 14 giugno a Napoli, contro l’Olanda: Matthaus entra al 72’, sul 3-0 per la Germania, ed esordisce provocando un rigore per i Tulipani. La partita finisce 3-2, e il giovane Lothar si prende i rimproveri di Rummenigge per aver riaperto il match con la sua ingenuità (“Non puoi fare una cosa tanto stupida”).

La Germania vince il girone e batte il Belgio in finale, ma l’Europeo di Matthaus si è aperto e chiuso con l’errore al San Paolo.

Rientrato al Borussia, Matthaus continua la sua crescita; la capacità di spezzare il gioco altrui e di far ripartire l’azione ne fanno il faro del centrocampo nero-verde. I tifosi del Mönchengladbach lo eleggono loro nuovo beniamino, sicuri che riporterà presto la squadra a competere per la Bundesliga; come nel decennio precedente, quello delle epiche sfide contro il Bayern.

Matthaus però  vuole ripercorrere le gesta del suo idolo, Franz Beckenbauer; e per farlo deve giocare nel club più blasonato del Paese, proprio quel Bayern Monaco così odiato in Renania. Nella primavera del 1984 viene annunciato il suo trasferimento ai bavaresi: da quel momento le prestazioni del numero 8 si appannano, e il Borussia ne paga le conseguenze. La squadra perde punti in campionato e viene raggiunta da Amburgo e Stoccarda, finendo terza per differenza reti; non bastasse, nella finale di Coppa di Germania è proprio Matthaus a sbagliare il rigore decisivo, consegnando il trofeo ai suoi futuri compagni.

La consacrazione: Monaco e Messico 1986

L’arrivo di Matthaus al Bayern ha un impatto devastante sul calcio tedesco: i bavaresi tornano a vincere il campionato dopo 3 anni – un’eternità per le loro abitudini – e Matthaus è decisivo come non mai. Capocannoniere della squadra con 16 reti, regista e mediano vecchio stampo: un centrocampista a 360 gradi, che fa della costanza e della duttilità tattica le sue armi principali. Non resta che dimostrarlo al Mondiale messicano, la vetrina che Matthaus aspetta per consacrarsi a livello mondiale.

Come racconta Simon Kuper, la Germania Ovest era abituata ad avere un Kaiser, un comandante capace di guidarla dal campo, mettendo in discussione anche formazione e tattiche stabilite dall’allenatore. Così era accaduto nel mitico Mondiale del 1974 quando, dopo la sconfitta con i cugini della DDR, Beckenbauer aveva insistito per schierare titolari Holzenbein e Schof.

Nel 1986 Matthaus diventa leader de facto dei tedeschi nell’ottavo di finale contro il Marocco: all’87° Rummenigge vorrebbe battere una punizione ma Matthaus, forse ripensando a quel rimprovero di sei anni prima, se ne assume la responsabilità. Palla in rete e passaggio del turno, sotto lo sguardo compiaciuto del ct tedesco, guarda caso Kaiser Franz.

In finale, Matthaus dà vita ad un duello spettacolare contro il miglior giocatore del mondo, Diego Maradona: la coppa va all’Argentina, ma il Mondiale della Germania è da incorniciare. Matthaus, poi, rappresenta il trait d’union tra i vecchi leoni di Spagna ’82 e i giovani che ne prenderanno il posto (Brehme, Voeller, Klinsmann).

Mexico 1986 Maradona Matthaus

Maradona vs. Matthaus, primo atto

In 4 anni al Bayern Matthaus firma 69 gol, vince tre campionati ed una coppa di Germania. Matthaus è pronto per l’unico, ulteriore salto di categoria che si possa fare: la Serie A, allora il vero El Dorado del pallone. Ad acquistarlo nel 1988 è l’Inter di Ernesto Pellegrini: il trasferimento costa 5,4 miliardi di lire, e il Bayern (follia!) fa di tutto per inserire nell’accordo anche Andreas Brehme.

All’Inter Matthaus trova Trapattoni, che gli affida il numero 10; non è un fantasista, ma si tratta di un’investitura simbolica. Matthaus si prende la maglia e tutto quello che c’è dietro: la responsabilità di essere leader, nell’Inter e in una Germania stanca di secondi posti.

In Italia, sul tetto del mondo

Come era accaduto a Monaco, Matthaus vince il titolo appena arrivato a Milano: l’Inter dei record raccoglie 58 punti su 68 disponibili (26 vittorie, 6 pareggi e solo 2 sconfitte) in un campionato che annovera la Samp di Vialli e Mancini, il Napoli di Maradona e soprattutto il Milan “olandese” di Sacchi. Così, dopo l’eliminazione agli Europei casalinghi del 1988, Mattahus si prende la sua rivincita su Gullit e Van Basten, in attesa di Italia 90.

Ai Mondiali italiani, la Germania stravince il suo girone: vittorie contro Jugoslavia ed Emirati Arabi – entrambe con gol di Matthaus – e pareggio con l’acerba e promettente Colombia di Higuita e Valderrama. Gli ottavi sembrano studiati a tavolino: un derby al Meazza tra la Germania di Matthaus, Brehme e Klinsmann e l’Olanda di Gullit, Rijkaard e Van Basten.

E sono proprio gli altri due nerazzuri a liquidare i Tulipani; ai quarti tocca di nuovo a Matthaus segnare ed eliminare la Cecoslovacchia. Eliminata anche l’Inghilterra in semifinale, la Germania Ovest ritrova in finale l’Argentina di Maradona: Brehme segna sul rigore il gol che consegna ai tedeschi il loro terzo titolo. Notti magiche per capitan Matthaus, che alza la Coppa del Mondo sotto lo sguardo compiaciuto del ct Beckenbauer.

Beckenbauer, Matthaus, Brehme

Con il ct Beckenbauer e il compagno di squadra Brehme

Ritorno in Baviera

Matthaus nel 1990 vince il Pallone d’Oro e nel 1991 alza al cielo dell’Olimpico un altro trofeo: la Coppa Uefa, vinta contro la Roma in una finale tutta italiana. Nella primavera del 1992 si infortuna contro il Parma e l’Inter decide di disfarsene; Matthaus ha oramai 31 anni e – infortunio a parte – è comunque impossibile che riesca a tornare iltodocampista” di qualche anno prima. Per 3 miliardi di lire torna in Baviera, e dopo solo due mesi dal rientro in campo si ripresenta con questo capolavoro di coordinazione.

Se testa e piedi non invecchiano, lo stesso non si può dire di gambe e polmoni: Matthaus a 31 anni non può più spezzare il gioco, far ripartire l’azione ed inserirsi. Deve trovare una nuova collocazione tattica, magari più arretrata: a Monaco sanno cosa suggerirgli. Del resto, il vicepresidente del Bayern è stato un giocatore che, nato centrocampista, si trasformò quasi subito in difensore: Franz Beckenbauer.

Per duttilità tattica o per complesso di emulazione, Matthaus accetta di spostarsi in mezzo alla difesa: la trasformazione si completa nel 1994, con Trapattoni in panchina. Da centrocampista tuttofare, Matthaus diventa libero: dalla sua nuova posizione, legge e interrompe il gioco altrui e reimposta l’azione del Bayern. In 7 stagioni Matthaus riesce a vincere quattro volte la Bundesliga e tre volte la Coppa di Germania, oltre ad un’altra Coppa UEFA sotto la guida di Beckenbauer.

Nel 1999 il 38enne Matthaus è protagonista della cavalcata in Champions dei bavaresi: nella finale contro il Manchester viene sostituito sull’1-0, a pochi minuti dalla fine. Sta già pregustando la vittoria quando Sheringam e Solskjaer ribaltano il risultato: 2-1 e Coppa alla Generazione del ’92 di Sir Alex Ferguson.

Champion's League 1999

La finale di Champions del 1999

Titoli di coda

C’è tempo per un ultimo, inutile atto. Nell’estate del 2000 Matthaus firma per i New York Metrostars, per chiudere la carriera lontano da tutto: lontano da un Bayern Monaco che troppo spesso l’ha criticato, lontano da una Nazionale che l’ha rinnegato nel 1996, per poi farne il suo totem nei Mondiali del 1998 e il suo capro espiatorio agli Europei olandesi; lontano dai giornali di gossip, dalle amanti e dalle ex mogli.

Matthaus chiuderà la sua ventennale carriera con sedici dimenticabili partite nella patinata Soccer League degli Stati Uniti. Come aveva fatto Beckenbauer. Perché puoi fuggire da tutto, ma non dalle tue ossessioni.