“Fiore tra gli Uomini, colui che non può essere turbato da queste cose, chi rimane calmo ed equanime nel dolore e nel piacere, lui solo è degno d’ottenere l’immortalità.”

Così recita Il Beato nel Bhagavadgītā, testo sacro induista. E la nazionale indiana di calcio del 1950, l’immortalità se l’è guadagnata eccome. La Copa do Mundo del 1950 rimane famosa per due motivi: il clamoroso Maracanazo e gli innumerevoli forfait delle nazionali.

La Scozia voleva partecipare come testa di serie, altrimenti gnè gnè gnè, noi non giochiamo. A casa. I cattivoni della II guerra mondiale, Germania e Giappone, a casa anche loro (l’Italia, che non fu propriamente un fiore immacolato in quel periodo, era la cocca di mamma e fu ammessa in quanto campione in carica e poiché aveva custodito la coppa Rimet durante il conflitto bellico. Della serie, il pallone è mio e decido io). Filippine, Indonesia, Birmania e Turchia: grazie per l’invito, come se avessimo accettato.

A quel punto gli organizzatori non sapevano più dove sbattere la testa. Era già stato affittato un locale, ma alla festa c’erano tante pizzette e poche ragazze. Idea! Invitiamo quell’esotica e affascinante India, che tanto aveva incantato il mondo durante le Olimpiadi del ’48. Sì. Idea geniale. Tutto molto bello. Peccato che Cenerentola si era scordata le scarpette a casa.

Almeno così narra la leggenda, e nel Paese in cui il mito è alla base della realtà, magari è vero. Capitanati da un marcantonio del Bengala, Sailen Manna, stopper solido e incredibilmente senza baffi, gli indiani erano una squadra compatta ed estremamente interessante. Appena un anno dopo la storica indipendenza, parteciparono alle olimpiadi organizzate proprio dagli ex coloni.

Olimpiadi di Londra, 1948

Londra ’48 mostrò al mondo intero la nascita di una nuova nazione. E di una nuova nazionale. Non è paragonabile al 15 agosto 1947 (giorno dell’indipendenza), ma il 31 luglio dell’anno successivo è una data comunque storica. Quel soleggiato pomeriggio, infatti, la nazionale di calcio indiana disputò la prima partita ufficiale della sua giovanissima storia.

Siamo nell’East London, precisamente al Cricketfield Stadium di Ilford. C’è un sole estivo raro dalle parti della terra di Albione. Ci sono 34.000 paia di scarpe in tribuna e 28 paia di scarpe sul terreno di gioco, appartenenti a 11 francesi, 1 svedese, 1 italiano e 1 inglese. Gli altri undici giovanotti sono scalzi, dancing barefoot, sorridenti. Quando Gunnar Dahlen – che arbitrerà anche 2 partite del Mondiale del ’50 – soffia nel fischietto, tutti sono convinti di stare per assistere (o partecipare) ad una tonnara calcistica. Beh, non andò proprio così.

Balaidas Chatterjee – già per il nome, è il nostro allenatore preferito – scaraventa in campo undici tigri del Bengala, disposte con un 3-4-3 da far impallidire Zdenek Zeman. O quasi. Gli uomini di Chatterjee venivano da 5 vittorie consecutive. Certo, gli avversari per la preparazione dell’Olimpiade non erano dei migliori, ma insomma, sempre di vittorie parliamo. 15-0 al Department Store IX, 3-1 al Metropolitan Police FC, 9-1 al Pinner FC, 4-1 all’Hayes FC e un 8-2 a quelle schiappe dell’Alexandra Park FC.

Per la cronaca: il 14 agosto, ossia quasi in concomitanza col primo anniversario dell’indipendenza, rifilarono un roboante 4-1 all’Ajax. Terminato il tour britannico il 2 settembre con un 1-1 contro l’Athenian League All-Star Team, le tigri del Bengala tornarono in patria consapevoli della loro forza e un po’ confuse per tutto quel folklore.

Come spesso accaduto in passato, sia per volere dei regimi sia dopo l’acquisizione dell’indipendenza, una nazione e la propria nazionale pian piano si stavano forgiando. Le vittorie civili e calcistiche andavano di pari passo, la consacrazione istituzionale giunta 3 anni prima stava per essere abbracciata dalla consacrazione sportiva: la FIFA aveva invitato la squadra a partecipare alla quarta edizione della Coppa del mondo. Era tutto perfetto. Shiva danzava, il Gange scorreva indolente verso l’oceano trasportando le ceneri di Gandhi, e Raman continuava a gonfiare la rete.

Mohut Bagan, vincitori IFA (1911)

Ma la storia del calcio, che fino ad allora era stata fatta dai vincitori e dai perdenti, per la prima volta fu scritta dai non partecipanti. Sì, perchè l’AIFF, la federazione calcistica indiana, decise di non far partecipare la propria squadra al mondiale carioca.

“Ma dai! Ci sono un sacco di pizzette, è partita anche la musica e c’è perfino l’Italia! Su su, non fatevi pregare, è tutto gratis. Offriamo noi. Ingresso libero, lingue di menelicche e cappellini di carta. All inclusive. Vi rimborsiamo anche il biglietto! Mancate solo voi, non fate gli scozzesi!”. Queste, pressappoco, furono le parole di Jules Rimet. Queste, pressappoco, furono le parole di Moin-ul-Haq: “Grazie, come se avessimo accettato”. A questo punto i confini netti della storia si liquefanno, ed è così che nasce il mito. È ufficiale: l’India ai mondiali del ’50 non partecipa.

Alcuni riferiscono che inizialmente fossero state stanziate una manciata di rupie per la spedizione mondiale, salvo poi ripensarci. Altri sostengono che il “no” sia stato immediato ed irremovibile. In ogni caso, non sappiamo con certezza quale sia stata la reale motivazione. Le fonti più accreditate affermano che i dirigenti non avessero ben chiara l’importanza della competizione e ritenevano assurda una spedizione in Brasile visto che anche la Birmania si era mangiata i confetti senza partecipare al ricevimento. Le fonti più magiche, inattendibili, neorealiste e commuoventi, ci parlano della ferma volontà di 16 calciatori di giocare scalzi.

Forse erano talmente poveri da non potersi permetter egli scarpini. Forse era una decisione tecnica che gli permetteva una maggiore sensibilità. Quasi sicuramente fu usato come pretesto. Ma in un paese come l’India, è molto più importante il mito della verità. E anche la prosaicità diventa spirituale.

Postilla: 31/08/1948, siamo nel buco del culo della terra di Albione, precisamente a Sutton Coldfield, un sobborgo di Birmingham. L’India affronta il Boldmere St. Michaels FC. Piove come quel giorno che Noè iniziò a costruirsi una barchetta.

E le tigri scalze entrarono in campo per la prima volta con gli stivali. Tranne Ahmed Mohammed Khan, che rimase ligio alla tradizione. Perché in ogni gruppo, in ogni epoca, c’è sempre quello che deve farsi riconoscere. O no?

A cura di Daniele Bruni