Quando ho avuto la sciagurata idea di scrivere di calcio non ho avuto dubbi: scriverò di Recoba, mi sono detto. Perché, in fin dei conti, sono convinto dell’adagio “solo un interista può scrivere di Recoba”. Perché il talento bruciato a volte affascina più di quello compiuto, soprattutto quando si tratta di un giocatore della Beneamata.

La storia de el Chino – il Cinese, soprannome che nel Cono Sur viene regolarmente affibbiato a chiunque abbia fattezze vagamente orientali – ha una data precisa, uno spartiacque. Inizia nel modo più inaspettato il 31 agosto 1997 con una doppietta contro il Brescia, con cui un gracile ragazzino di Montevideo oscura il debutto di un certo Luís Nazario da Lima.

Ha 20 anni ed è arrivato appena un mese prima, forte di numeri da alieno in patria: 31 gol in 61 partite nelle due squadre della capitale uruguagia, Danubio e Nacional. Recoba viene acquistato per 3,5 milioni di euro: pochi, in confronto ai 25 milioni spesi per Ronaldo o rispetto ai 7,5 per Paulo Sousa e i 5 per Zé Elias.

Siamo alla prima giornata della stagione 1997/98, quella della Uefa ma anche delle sviste arbitrali cantate in un pezzo-cult da un nerazzurro innamorato a modo suo del campionato; l’Inter sta soccombendo 1-0 in casa contro quella mina vagante che è il Brescia di Adani, Hübner e Pirlo, quando un inviperito Gigi Simoni decide di soltár el uruguayo: Recoba risponde alla chiamata con due gol in 20 minuti.

Due reti: una da trequarti campo, l’altra con una punizione. Battuta con precisione millimetrica e potenza sbalorditiva. Prodezze degne di Enzo Francescoli e Ruben Sosa, idoli di gioventù del giovane Álvaro. Entrambi, manco a dirlo, uruguaiani e fantasisti.

Un fenomeno, si azzarda subito a dire qualcuno. Un sinistro divino e mai visto, azzarderà qualcun’altro. Tutto vero, tutto falso. Come tutto ciò che concerne il funambolo uruguagio. Ma, dopo il roboante inizio, il resto della stagione è al di sotto delle fin troppo elevate aspettative.

Per Álvaro, infatti, sono poche le presenze (appena 7) e ancor meno i gol (1). Ma il talento c’è, come dimostra anche l’unico gol segnato nel resto della stagione: uno splendido pallonetto teso da 45 metri ai danni dell’Empoli. Una magia sospesa nel vento del Castellani. Questo è Recoba, il talento discontinuo incapace di segnare gol banali.

Che non bastano però ad evitargli l’onta del prestito: sbarca nel neopromosso Venezia, allora casa del vulcanico Zamparini. Qui il Chino – in tandem con Pippo Maniero – dà vita a quella che probabilmente rimane la sua migliore mezza stagione italiana, trascinando la squadra ad un’insperata salvezza nel giro di cinque mesi.

Per lui sono 19 le presenze da titolare e 10 reti. Sostanzialmente, gli riesce tutto. Da segnalare una splendida tripletta contro la Fiorentina: tutti gol d’astuzia e tecnica sopraffina. Tutti rigorosamente di sinistro. Perché il destro, in pratica, sta lì solo per impedirgli di cadere. Un semplice appoggio. Un orpello.

Le sue prestazioni ne favoriscono il rientro a Milano, dove però è difficile rimanere. Recoba, infatti, è extracomunitario. E la rosa dell’Inter ne conta già cinque, limite massimo imposto dalla FIGC. Contro ogni sospetto, però, emerge un supposto quanto improvviso passaporto italiano. Recoba, come parecchi connazionali, sembra vantare degli avi italiani (e non spagnoli, come la dirigenza aveva paventato pochi mesi prima).

La stagione 1999/2000, forse la migliore della sua carriera in nerazzurro, si chiude con 10 gol in 27 partite per il Chino: dotato di un talento puro, raramente sbaglia un passaggio e ancor più raramente un tiro ad effetto. Riempie gli occhi dei tifosi e i replay televisivi grazie a quel modo di calciare inimitabile, secco e tremendamente naturale. Ha la faccia da bambino e un mortaio nel piede sinistro.

Persistono diversi dubbi, però. “Corre poco in fase difensiva”; “Non sa costruire per i compagni”; “Si allena poco”; “In campo si nasconde fin troppo”. Tutto vero, in effetti. Ma è giovane ed amato dai tifosi. E soprattutto dal presidente. E, in fin dei conti, gli basta una punizione per sbloccare una partita. Un lampo di genio. Perché quelli non sono mai mancati e mai mancheranno al mancino di Montevideo.

Recoba festeggia con la casacca nerazzurra (credits: sempreinter.com)

Arriva la stagione 2000/01: Recoba è ormai ben ambientato a Milano, dove preferisce la compagnia della moglie Lorena (figlia del tecnico del Danubio conosciuta all’età di 10 anni), del lago di Como e dei panini di McDonald’s – fu Cuper l’unico che riuscì a fargli cambiare idea sulla sua dieta da arresto cardiaco – alla vita notturna; al contrario molto apprezzata dai compagni Ronaldo e soprattutto Bobo Vieri.

Nel frattempo, il discontinuo rendimento del Chino basta comunque ad ingolosire le big italiane ed europee, complice il contratto in scadenza nell’estate del 2001. Ed è qui che probabilmente avviene il miglior colpo in carriera, ottiene da Moratti, suo tifoso numero uno, un faraonico rinnovo: Recoba passa dai 750.000 euro del primo contratto ai circa 7 milioni del secondo. Il Bengodi. Un contratto mai visto prima, che oltretutto comprende i diritti di immagine e, secondo la leggenda metropolitana, una percentuale sull’acquisto di alcuni suoi connazionali (leggi: Gonzalo Sorondo).

In totale si parla di 9 milioni di euro. All’anno. Uno stipendio alla Zlatan Ibrahimovic, ma quasi dieci anni prima. Una cifra fuori controllo: basti sapere che Ronaldo, il Fenomeno, guadagnava decisamente meno.

Le prestazioni si fermano ad una discreta media di 8 gol in 29 partite, con l’Inter a più di venti punti dalla Roma campione d’Italia. Ma i problemi non sono finiti: il 14 settembre 2000, i calciatori Warley e Alberto, durante una trasferta europea con l’Udinese, vengono fermati alla frontiera a causa di alcune irregolarità nei loro passaporti, che poi si rivelano essere falsi.

È l’inizio di Passaportopoli, scandalo che coinvolge sette società – dall’Inter alla Lazio, dalla Roma al Milan – e circa 14 giocatori. Tra cui Recoba, che si dichiara estraneo alla vicenda (affermando, e quindi gettando più ombre che luci sulla vicenda, di aver ricevuto inaspettatamente il passaporto da Oriali ma senza indagare sulla sua effettiva validità). Sospeso dalla società in attesa della sentenza, se la cava con una squalifica di 4 mesi, da giugno ad ottobre, rientrando in campo il 2 dicembre contro l’Atalanta.

Arrivò infine la stagione 2001/02, l’anno del famigerato Cinque Maggio nerazzurro. Probabilmente, l’ultima annata italiana degna del genietto uruguagio.

Dopo altri quattro anni in nerazzurro il bilancio è quello delleterno incompiuto. Il diez dalla giocata estemporanea che fa gridare al fenomeno, poi puntualmente smentita da due, tre partite impresentabili fra apatica indolenza ed inesistente garra agonistica. In campionato, tra infortuni e periodi bui, non supera le venti presenze con un bottino di reti che non arriva mai in doppia cifra. Suscitando una serpeggiante sensazione a metà fra odio e delusione negli animi dei tifosi nerazzurri.

Se ne va così dopo otto anni interisti, di cui tre passati come giocatore più pagato al Mondo, bloccato nel limbo del genio mai pienamente espresso: capace di spaventose fucilate da 50 metri, gol olimpici da calcio d’angolo, dribbling fulminei e gesti d’amore, come di errori banali (il rigore all’Helsingborgs) e promesse mai mantenute. È l’eterno e un po’ abulico Peter Pan nerazzurro.

Eppure, se oggi, passeggiando per le vie milanesi, fate il nome di Álvaro Recoba, potete scommettere che tutti, ma proprio tutti, se lo ricordano. E che la maggioranza ancora lo rimpiange. Non certo per i gol o i momenti leggendari. No, perché all’interista in fin dei conti piace il talento buttato: quella vena malinconica e romantica di un campione solo sulla carta. Piace forse più della grinta di Medel o della freddezza razionale di Handanovic.

Piace perché sapevi che, con lui a scaldare la panchina, nessuna partita era veramente chiusa. Bastava una punizione all’interno dei 35 metri e potevi pareggiare. O almeno sognare di farlo, che poi è la cosa che più importa in un gioco di speranze e illusioni spesso irrazionali.

Nel 2010, il 34enne Recoba torna a far parlare di sé. Rientrato in Uruguay è accolto da una folla oceanica che intasa completamente i viali di Montevideo. Nel ritmo compassato del calcio sudamericano il Chino ritrova lo smalto perduto; il popolo celeste ne chiede (invano) addirittura la convocazione per i Mondiali brasiliani. In patria è un simbolo: una mezza divinità pagana che a quasi 40 anni riesce ancora a segnare direttamente da calcio d’angolo, facendo infiammare migliaia di tifosi.

Recoba rinasce, Recoba insegna. Sull’immenso estuario del Rio de La Plata ritrova i suoi riferimenti, la sua serenità un po’ naif. Torna a dettare legge con le sue traiettorie curve e indecifrabili, viene eletto beniamino di un’intera nazione, giocando e incantando fino alla veneranda età di 39 anni. Insomma, Peter Pan è definitivamente maturato. Il “potrei ma non voglio” dei tempi meneghini è una sbiadita polaroid.

“Se avessi avuto la testa di Zanetti, avrei decisamente potuto fare di meglio”. (A. Recoba)

Ammissione laconica, sussurrata con un beffardo sorriso sulle labbra. Perché, in fin dei conti, va bene così. Fuori degli schemi, al di fuori di ogni convenzione tattica o sistema di gioco e perfino del buonsenso. Oltre ogni logica e comprensione. Va bene così, Chino.

El Dios Pigro che ha acceso le luci a San Siro con un piede sinistro che passa una volta ogni 30 anni. Quasi sempre ad intermittenza. Come i geni estremi, quelli mossi unicamente da un’ispirazione istintiva. Ma non è proprio questo il bello?

Il nostro Visual sul Chino, firmato Pierpaolo Miller