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“Roberto Baggio contro Pagliuca. Scusate, contro Taffarel. Ecco Roberto… alto! Il campionato del mondo è finito. Lo vince il Brasile ai calci di rigore. È una conclusione che ci lascia con grande amarezza.”

È la voce del dodicesimo uomo in campo, del Bruno Pizzul che tutti conosciamo e che molti rivorrebbero a commentare le partite della Nazionale, almeno per un’ultima volta. Una voce che ci ha unito, a volte fatto addormentare, più spesso emozionare e saltare davanti allo schermo. Un marchio di fabbrica durato anni, fatto di lunghe digressioni narrative, gaffe colossali e invenzioni linguistiche come “Tutto molto bello”, “Il centravanti ha un problema nel girarsi”, “Dare respiro alla manovra”, “Lotteria dei rigori” e quel “Gòl” liberato a piena voce.

Una voce inconfondibile, nata per fare quel mestiere e per entrare nelle televisioni di tutti gli italiani per decenni. Insieme a Nicolò Carosio e Nando Martellini, Bruno Pizzul entra di diritto nell’Olimpo dei telecronisti azzurri. L’ultima voce della Nazionale Italiana.

Quelle parole di commiato in cima all’articolo sono l’ultima pagina dei mondiali del 1994. La spedizione americana chiude i battenti contro un Brasile che vince fortunatamente ai rigori. Le parole di Pizzul, quelle parole, sono nella memoria di tutti noi sportivi, amanti del calcio e dei colori azzurri. Si sovrappongono, così, alla mestizia di Baggio, fermo, immobile, con la testa rivolta verso il basso, consapevole che quel momento mai se ne andrà dalla memoria collettiva.

Un errore che lo segna per sempre. La voce di Pizzul scandisce il ritmo di quel mondiale, partito nel peggiore dei modi e se vogliamo finito ancora peggio. Finalmente poteva vincere una Coppa del Mondo, ma anche lì, la fortuna gli ha girato le spalle. Un’altra volta Pizzul è uscito dal Mondiale.

Sì, perché come forse sapete, la voce del giornalista friulano non è mai riuscita ad esultare e a gioire per un Mondiale vinto. Il destino ha voluto che lasciasse il posto di primo telecronista dell’Italia proprio dopo il 2002, con un’altra eliminazione storica contro la Corea del Sud. Byron Moreno si è messo in mezzo. Cose che capitano, ma non è finita qui. Il primo mondiale che ha visto protagonista Pizzul è stato quello del 1986, il Mondiale di Maradona, quattro anni dopo la vittoria dell’Italia a Spagna ’82.

Nando Martellini lascia da vincitore e arriva Pizzul. Vabbè, sarà per un’altra volta, ma ecco che anche nel ’90 il fato si mette in mezzo. Semifinale Italia – Argentina al San Paolo, gol di testa di Caniggia, pareggio dell’albiceleste. Anche lì, parte la “lotteria dei rigori” e Pizzul si trova davanti un Goycoechea strepitoso. Italia fuori dai Mondiali a casa propria. E se vogliamo dirla tutta anche l’Europeo del 2000 non è andato per il verso giusto. Tutto bene fino alla finale, fino agli ultimi 5 minuti. Poi arrivano Wiltord e Trezeguet. Pizzul, per l’ennesima volta, è costretto a raccontarci con voce sommessa che anche stavolta si torna a casa con le pive nel sacco.

Ecco, tutta questa sequela di sconfitte, inanellate una dietro l’altra, ha fatto nascere una diceria sul fatto che portasse sfortuna. Le solite malelingue all’italiana. Oddio, un fondo di verità c’è, più di un fondo. Arriva Civoli nel 2006 e l’Italia si laurea Campione del Mondo. Se c’era Pizzul non si vinceva, dicevano i soliti malfidati.

“Che posso farci? È andata così, e certe occasioni andate male bruciano, ma mica dipende da me. E quella che brucia di più non è nemmeno mondiale, ma europea, l’incredibile finale con la Francia della Nazionale del mio amico Zoff.”

Già, Dino Zoff. Con Pizzul sono ottimi amici, due friulani doc, come i vini che amano degustare nella tranquillità del loro “buen retiro”. Nel 2007, infatti, furono tra i primi promotori della campagna in difesa del Tocai friulano, battaglia persa a causa della decisione dell’Unione Europea  di vietare l’utilizzo del nome “Tocai” a partire dal marzo del 2007, in quanto troppo simile a quello doc ungherese Tokaj e all’omonima zona di produzione.

“È una causa sacrosanta. Parlo da vecchio estimatore di quello che è il vino simbolo del Friuli,  mi ricordo quando da bambino i vecchi non chiedevano vino bianco ma un tocai; sarebbe una perdita di grande valore culturale, oltre che un danno di marketing”. 

E così è andata. Potreste trovare del Tocai venduto con questo nome in Australia, ma non in Friuli. Adesso va chiamato “Friulano”. Ma anche questo non è un problema per Pizzul, etichettato per questa sua passione, anche come “Brunello”. Quello che conta è bere in compagnia. Che sia Zoff, Pertini o il grande giornalista scomparso prematuramente Beppe Viola, tutti amici di Bruno, l’importante è condividere le piccole gioie della vita. Ed è quello che sta facendo adesso, nella sua Milano, tra un giro in bicicletta e una partita a carte con gli amici. Briscola e Tressette.

Torniamo al 2006. Sono passati quasi nove dai Mondiali tedeschi, e il tempo come sempre guarisce tutti i mali. Pizzul non porta più sfortuna, anche perché nel 2010 e nel 2014 le cose non sono andate meglio. Bruno, però, non è tipo che se la prende a male facilmente. Come la sua voce posata e flemmatica, anche l’animo di questo attempato signore del nord-est, non si lascia scalfire dalle solite dicerie da Bar Sport.

Ora è tornato sulla cresta dell’onda. Su internet si sprecano le pagine che osannano il telecronista udinese: Someone Still Loves You, Bruno Pizzul è una di quelle che va per la maggiore, tanto da avere creato anche un blog con lo stesso nome, riscuotendo un enorme successo.

Nato a Udine nel lontano 1938, la carriera di Pizzul comincia come calciatore, come non molti sanno. Storie di parrocchia, nella piccola Cormòns in Provincia di Gorizia. Il grande salto a 20 anni, dal Friuli in Sicilia, alla volta di Catania. Clamoroso al Cibali, direbbe Sandro Ciotti. Per il giovane Bruno parte l’avventura nel professionismo di livello. Ruolo: centrocampista o difensore. È il 1958. Sono ricordi estremamente piacevoli:

”È stato un bel periodo. La città di Catania viveva momenti favorevoli, era nota come la Milano del Sud. Una città viva, molto brillante e la squadra era seguitissima, anche se il terreno di gioco del Cibali non era così bello verde e tirato come oggi giorno, era quasi di lava triturata. Però ho solo bei ricordi perché oltre a giocare, io frequentavo anche l’Università, quindi, ho avuto un impatto molto piacevole nei due anni in cui sono stato lì. Posso dire che ha dato più Catania a me, di quanto abbia dato io come calciatore.”

Alle prese con Omar Sivori (4.bp.blogspot.com)

Pizzul ricorda i compagni come se fosse passato una settimana: “Il capitano Buzzin, Macor, Prenna, Calvanese, Michelotti.Nomi che a noi non dicono niente, ma per Bruno riaprire l’album dei ricordi fa un enorme piacere. Peccato che l’avventura calcistica finisca presto a causa di un infortunio, giusto il tempo di vestire le maglie dell’Ischia Isolaverde, della Cremonese e della sua amata Udinese.

Si diceva di Cormòns. Riparte tutto da lì.

“Il mondo studentesco di quel paese all’epoca era molto spaccato: la mia futura moglie faceva parte di quel gruppo che andava a sentire Beethoven e quelle balle lì, io ero più da osteria. L’ho conosciuta una sera a un ballo di Carnevale al Ricreatorio, a cui ero arrivato tardi e probabilmente già un po’ alticcio, e ho avuto un approccio non molto delicato nei suoi confronti. Lei mi trattò malissimo, e lì ci siamo conosciuti. Siamo sposati dal 1965: io insegnavo, stavo bene, mi ero fatto un certo nome come giocatore di briscola e tressette e grazie a questo avevo una mia collocazione naturale nella società cormonese di allora”.

Ma anche lì, il salto verso un altro tipo di professionismo, quello giornalistico. Giornalismo vero. Tutt’altra scuola rispetto agli “urlatori” dell’ultim’ora, pronti a gridare le notizie per ottenere un effetto istantaneo. Bruno non era così e non lo è tuttora. Non ha mai coltivato intenti autocelebrativi né si è mai preso troppo sul serio. Ha rinnovato il linguaggio sportivo “sottovoce, piano piano come piace a noi” direbbe Gigi Marzullo.

Giocando con quella bonaria ironia e con una proprietà di linguaggio fuori categoria, tanto da trovare metafore ed espressioni azzeccate, non si è mai appiattito in luoghi comuni e scelte gergali da quattro soldi. Un professore di sociolinguistica applicata al calcio, con un impatto popolare devastante, checché ne abbiano detto gli uccelli del malaugurio. Sempre pronto ad analizzare con grande lucidità anche i colleghi e i loro stili:

Ai miei tempi c’erano tre culture. La sudamericana: enfatica. La nordica: composta. E la latina che cercava di mediare tra le due. Avere vicino certi latinoamericani poteva essere duro. Strilli a parte, se prendevano un gol, come niente si sfilavano una scarpa e attaccavano a picchiarla sul tavolo. Quando non era il microfono. Spesso mi ritrovavo accanto a un collega belga. Quasi muto. Lo guardavo preoccupato: Avrà un problema in cuffia? Gli chiamo un tecnico? Invece no, era il suo stile. Sosteneva: che bisogno c’è di dire “colpo di testa” se l’hanno visto tutti?”

Ma la strada è lunga e il Dr. Pizzul (con una laurea in legge) si affaccia al mondo del giornalismo nel 1969, dopo aver vinto un concorso. Infatti, Radio Trieste, aveva bandito un concorso per programmisti e siccome non si era presentato praticamente nessuno, la Rai inviò una lettera a tutti i laureati di Gorizia. Pizzul si presentò e per non dirgli che non era adeguato gli suggerirono un’alternativa: “C’è un concorso per telecronisti, perché non prova?

Bruno Pizzul “in montura” (napolista.it)

E così è andata, tanto che l’anno successivo, Brunello, si ritrova in Messico a prendere il sole e a commentare i Mondiali di Pelè e Gigi Riva. La prima partita come telecronista fu, però, uno spareggio Juventus – Bologna di Coppa Italia. Le cose non partirono così bene, infatti, Pizzul si presentò con 15 minuti di ritardo, colpa anche del suo storico amico Beppe Viola:

”Avevo pianificato la partenza alle ore 10:30 da Milano, giocavano alle 3 del pomeriggio. Mentre stavo per imbarcarmi passò Beppe Viola che mi dice: “ma dove vai, sei matto…così presto? Ma giocano alle 3 del pomeriggio, ti accompagno io, ci impieghiamo una mezz’oretta! Beppe non aveva fatto il conto con la Brianza bianconera che andava allo stadio, quindi facemmo ritardo. Fortunatamente la partita era in differita ed ebbi modo poi di riparare prima che andasse in onda. Quando in Rai “aprirono un’inchiesta” per capire cosa fosse successo e seppero che avevo incrociato Beppe Viola mi dissero: “Se c’è Viola di mezzo, va bene così“.

Le partite in differita e Beppe Viola non ci sono più. Anzi, per ben due volte anche Pizzul era stato dato per morto, le solite bufale che corrono sul web. La prima nel 2009, quando, durante una partita a scopa, gli arriva la telefonata del collega triestino Marzini: “Allora te sé vivo, brutto mona”. Con Pizzul si entra così in un territorio di leggenda, anche quando racconta che c’erano delle partite “che non venivano trasmesse in una zona di cento chilometri attorno allo stadio per salvare l’incasso allo stadio medesimo.”

La sua carriera, però, oltre a Mondiali, enologia e siparietti divertenti, ha dovuto far fronte anche a episodi drammatici. Non si può, infatti, dimenticare la sfortunata telecronaca dell’Heysel nel 1985, una partita che non scorderà mai. Dover parlare di calcio quando fuori dal campo di gioco ci sono 39 morti, come sottolinea Pizzul, “è una ferita acuta che ci si porta dentro la coscienza“.

Pizzul, preceduto da Enrico Ameri, annuncia la strage

Show must go on. Lo spettacolo, a torto o a ragione, deve comunque continuare. E così è andato avanti fino al 2002. Ultima partita della nazionale commentata: Italia – Slovenia il 21 di Agosto. 0-1 per gli ospiti. Anche se in realtà, e non molti lo sanno, l’ultima partita assoluta, quella del pensionamento, è stata la finale del Torneo Giovanile di Arco di Trento dedicato a Beppe Viola, che per Pizzul era come un fratello. Amici per sempre.

Oggi Bruno è un pensionato a tutti gli effetti. Viene chiamato spesso a fare l’ospite in TV, in radio e per qualche telefonata in diretta, ma non toglietegli amici, cantine e tavolo verde: “Il pomeriggio vado al bar per vedere di fare qualche partita a carte, ma ultimamente ci hanno squalificato perché litighiamo troppo”.

Pizzul che litiga non ce lo vediamo proprio, ma forse ci sbagliamo, perché Bruno è anche un tipo sanguigno. Del resto, si sa, il vino “fa buon sangue”. Quando gli chiedono cosa ne pensa del calcio di oggi e del modo di fare la telecronaca, Pizzul risponde che, ovviamente, tutto è radicalmente cambiato. Oggi va di moda la telecronaca veloce, un mare di parole, l’opinionista accanto, la pausa non esiste. Anche lui aveva dei bei commentatori, ma erano di un’altra epoca e avevano altri tempi televisivi. Due su tutti: gli indimentabili Giacomo Bulgarelli ed Eraldo Pecci.

La partita è un prodotto da vendere, non si può dire che “la partita è brutta”, tutto deve essere accelerato e ingigantito all’ennesima potenza. Un passaggio d’epoca in cui non si può guardare troppo al passato. O forse sì. In Germania stanno tornando alla telecronaca ad una voce:

Prima o poi si torna indietro, quasi sempre” – dice Bruno – “quello che non invidio ai giovani colleghi di oggi è la frenesia e il ritmo che devono tenere sul lavoro: noi avevamo il tempo di diventare anche amici con i calciatori e gli sportivi di primo piano, vivevi il tuo mondo appieno”. Insomma, come passare da una vecchia cabina telefonica allo smartphone.

Bruno Pizzul in compagnia di Dino Zoff (quotidiano.net)

E sul calcio in generale cosa ne pensa Pizzul?

”In passato, anche se la passione è stata sempre molto forte e le polemiche abbastanza accese,  posso dire che era un calcio dove era più facile sorridere. C’era una maggiore possibilità di confronto di carattere personale, di stare assieme, di chiacchierare e di litigare. Ora è tutto più liofilizzato attraverso questi moderni mezzi di comunicazione.

Allora, anche se il ritiro non ha mai fatto piacere a nessuno, si stava molto più assieme giocando a biliardo, ci si prendeva in giro. Adesso i giocatori, quando si vive il momento istituzionale di dover stare uniti, ognuno va per conto proprio, magari chiusi in camera con i videogames. Tutto molto meno caratterizzato dal piacere e dalla condivisione dei momenti che ti fanno un po’ arrabbiare.” 

La passione per il calcio, comunque, è quella di una volta, rimasta intatta. Anche quando viene chiamato per un’ospitata è sempre il più puntuale ad arrivare. Per i mondiali l’abbiamo visto insieme a Trapattoni in uno spot pubblicitario. Due simpatici anziani che si divertono, che appena vedono il richiamo del pallone uno parte con la telecronaca e l’altro si mette a spiegare la tattica:ci avevano pure scritto il copione, ma il Trap ovviamente glielo ha stravolto tutto. Il tempo sembra non passare mai per questi personaggi, come dei monumenti viventi destinati a rimanere in eterno.

Oggi Pizzul gira in bicicletta, segue il figlio che si è buttato in politica: “Guardo da lontano. Sorrido sempre un po’ ripensando ai suoi nonni, lei immagina, il Friuli, l’Est d’Italia in quei tempi. Scherzando un po’, ci dicevano che rispetto all’Italia noi dovevamo considerarci prigionieri politici.”

Milano gli piace, più di Roma, nella Capitale dice non ci si può stare: “troppo bella per lavorare”. E quando gli chiedono se anche la bela Maduninaha un problema nel girarsi”, lui risponde che “se ne può parlare. Ma se lo fa dovrebbe provarci davvero, girarsi di parecchio a guardare un po’ di passato e ritrovarsi più educata e tollerante, sarebbe un grande risultato”.

Pizzul è la quintessenza del legame tra il calcio di una volta e quello spettacolarizzato di oggi, è quel filo tra passato e presente che a volte ci fa guardare indietro con spirito critico e fermarsi un attimo a riflettere: alla moviola. Tempi un po’ più lunghi, come le sue telecronache.

E non si può trovare di meglio per un’operazione del genere, perché come diceva Beppe Viola parlando di Bruno, “la sua massima aspirazione è quella di diventare il più forte giocatore di boccette del quartiere.” In direzione ostinata e contraria.
o-BRUNO-PIZZUL-facebookE come amava ripetere in telecronaca, oggi vogliamo dirlo anche noi: “Tutto molto bello”.