L’iconica antenna di Alexanderplatz dista appena 30 minuti di U-Bahn da qua, ma ci troviamo nel vero centro di gravità sociale della Ost Berlin – dalle parti di Koepenick – dove soffia un vento anticonvenzionale, solidale e popolare. Da ormai 40 anni. È l’affascinante storia della società più anticonformista che ci sia, ultimo baluardo della gloriosa storia sportiva della defunta DDR: l’Union Berlin.

In questa storia troveremo di tutto: tessere sparse di un puzzle variegato e frammentario, assemblato con pazienza inesauribile da un popolo unito e ribelle. Quello di Koepenick e della sua squadra, l’Union Berlin. È la parabola orgogliosa e forse irripetibile di una società diventata cult senza mai aver vinto un trofeo. Diversi fra i diversi. Perché l’Union nasce e si sviluppa nel cuore est di Berlino, in un contesto storico in cui la parola Germania veniva costantemente affiancata da un punto cardinale: Est o Ovest. Linea geo-politica ed ideologica di divisione del mondo.

Union Berlin, campionato 1982/83

E a Koepenick siamo decisamente spostati ad Est, nella DDR. Anche se a giudicare da quello che succede in curva non sembrerebbe affatto. Eppure ci troviamo a pochissimi chilometri di distanza da MagdalenStrasse, coi suoi spazi ampi e gli alberi in fila, con quel profilo severo dominato da un unico ed inavvicinabile edificio: il Ministerium für Staatssicherheit (Ministero della Sicurezza di Stato). Tradotto: la sede centrale della Stasi.

Gli uffici di Erich Mielke e Erich Hoenecker si trovano qua. Sono, sostanzialmente, i due uomini che controllano ogni aspetto della vita all’interno della DDR.

Il primo è il capo assoluto della Stasi: alto ufficiale dell’esercito, tra i fondatori del servizio segreto tedesco che guiderà dalla sua nascita fino alla caduta del Muro. L’altro è il Presidente del Consiglio Nazionale e Presidente del Consiglio di Stato della DDR: il politico egemone che supervisiona e decide su qualsiasi avvenimento al di qua del Muro. Insomma, non esiste bisbiglio di cui i due non siano a conoscenza.

Erich Mielke in visita alla Nazionale di calcio

Ma a pochi chilometri dalle loro finestre oscurate con gli infissi in acciaio, una piccola curva all’inglese canta incessantemente cori contro la Stasi e la nomenklatura del partito, sfidando apertamente le autorità. Dando così voce e parole ad un sentimento di rivalsa popolare, dall’interno di uno strano stadio dal nome romantico e strampalato: An der Alten Foresterei. Letteralmente: Alla Vecchia Foresteria.

Con un nome così non può che essere un luogo singolare. E lo è. Eccome. Un catino simile agli stadi inglesi degli anni ’10, con le tribune incassate a picco sul terreno di gioco e l’assenza di reali barriere. Qui dentro si respira un’aria anarchica e solidale, anticonformista ed incredibilmente coesa.

È un unicum nel panorama tedesco. È un pericolo da tenere sotto sorveglianza per la Stasi di Mielke: un lusso che non si può correre. I tifosi dell’Union abitano proprio qua, all’interno di quei sobborghi razionali a pianta rettangolare disegnati a tavolino attorno al verde della Vecchia Foresteria.

Sono il quartiere, sono Koepenick. E il grigiore architettonico di questo blocco stride col popolo variegato e passionale che ogni sabato affolla quel piccolo stadio fatiscente dal nome favolistico. Un connubio strettissimo. I tifosi dell’Union non sono certo un pubblico “medio”: tra le loro fila si possono trovare impiegati e carpentieri, punk ed eroinomani, bambini e interi nuclei familiari. Tutti insieme appassionatamente.

Tutti pronti a sostenere una squadra modesta che non vincerà nessun titolo, ma che andrà sempre in direzione ostinata e contraria. Sia ad Est che ad Ovest. Autarchia pallonara all’ennesima potenza.

In questo senso, i derby contro la Dinamo Berlin rappresentano al meglio la situazione. La Dinamo è la squadra della Stasi, l’emanazione diretta dell’Io di Erich Mielke. È spartana, affidabile e razionale. Robotica. Qualcosa che si avvicina più al direttorio del KGB che non a una squadra di calcio.

L’Union Berlin è rossa, scompigliata e anarchica. Così sugli spalti, e così in campo. È l’anima di un popolo soffocato dalle spire di un controllo totalizzante, che non molla e, anzi, rilancia con (in)coscienza ed entusiasmo la propria natura naif e socialista: totalmente autonoma. Il tutto all’interno di un campionato, la DDR-Oberliga, disputato secondo un regime dilettantistico, data l’incompatibilità del professionismo sportivo con l’ideologia comunista.

Fc Karl Marx Stadt – Union Berlin, tifosi dell’Union in campo

I derby giocati sul terreno della Vecchia Foresteria non hanno quasi mai storia. La Dinamo è come un treno inarrestabile che schiaccia sotto i suoi clangori metallici ogni resistenza. È la versione calcistica del Trans Europe Express di kraftwerkiana memoria: un dispositivo che si autocontrolla e si muove in autonomia, lasciando indietro tutti gli altri con la sua corsa regolare e incessante. Ha alla base una preparazione atletica e mentale di altissimo spessore. Come da rigorosa scuola sportiva della DDR.

Ma sugli spalti non c’è storia. Su quelle gradinate, quelli di Koepenick riescono a fare e dire di tutto: cori e canti contro la Stasi, contro Erich Mielke e in favore dell’altra squadra di Berlino, l’Hertha. Quella che gioca al di là della Sprea, quelli dell’Ovest.

Scavalcando così muri e confini ideologici, guerre fredde e controlli oppressivi, rigide abitudini e cupezza diffusa. Sviluppando una radicata coscienza comune che non si può e non si potrà più fermare. Sono un piccolo popolo orgoglioso e libero, ricco di fantasia e coraggio. Un’oasi colorata di rosso nel cuore grigio cemento di Berlino Est.

Tra quelle gradinate stipate c’è pure una bambina che saltella sulle ginocchia del padre ogni sabato pomeriggio; e che un giorno diverrà un’icona da queste parti, riuscendo a fuggire dalla DDR e ad imporsi nella Londra incendiaria del 1977. Sarà la regina della new-wave e del post-punk tedesco: una ragazza dal trucco pesante e dalla chioma un po’ folle, con un’attitudine punk e dissacratoria sviluppata proprio in quello stadio.

È Nina Hagen. Una che va indifferentemente a cena con Vivienne Westwood e Johnny Rotten. Una che, un giorno, scriverà e canterà l’inno che tutt’oggi risuona all’ingresso in campo dell’Union Berlin nella Vecchia Foresteria. Synth, chitarre distorte e stilettate contro il regime e le sue regole imposte.

Nina Hagen con la sciarpa della Union Berlin

Ma per una tifosa d’eccezione, ne esistono migliaia che si sono guadagnati le prime pagine dei quotidiani grazie alla loro fede incrollabile. Si fanno chiamare Eisern Union – “Uomini di Ferro” – e sono la frangia più cult del tifo dell’Union Berlin. Sono quelli che hanno letteralmente ricostruito la Vecchia Foresteria.

Quello stadio glorioso che, all’inizio del nuovo millennio, stava cadendo a pezzi. Oltrepassando continui ritardi politici e burocratici, hanno preso la situazione in mano. Con mazzuoli, pale, mattoni e calcestruzzo. Anzitutto tifosi, ma anche artigiani, muratori, geometri e volontari del cemento: esponenti della classe operaia che qua la fa da padrona.

Hanno organizzato cene sociali e raccolte fondi: un’operazione di crowdfunding 1.0 che ha portato decine di migliaia di euro su base totalmente volontaria e che ha così permesso di ridare nuova forma e vita a quello stadio unico. Gli Uomini di Ferro hanno speso quasi tutti i week-end, le ferie e il tempo libero nella costruzione di questo sogno operaio: il rifacimento totale del catino della Foresteria.

Da queste parti, per anni, è stato normale scorgere decine di abitanti del quartiere passare il sabato a mischiare rena e acqua, pranzare insieme, bere una lager e posizionare assi di legno in fila. Una favola popolare, una saga working class che ha preso forma e sostanza. Mattone su mattone. Cementando una grande famiglia attorno ad un vecchio stadio dimenticato dalle autorità. Ma non da loro.

Tifosi dell’Union alla Vecchia Foresteria in occasione dei Mondiali 2014

E gli Eisern, con il loro nome da romanzo fantasy à-la Tolkien, si sono guadagnati pure un monumento. Una stele in ferro, dominata da un elmo da operaio color rosso fuoco. Il colore della passione, il colore dell’Union. Grazie a loro è rimasta pure una piccola e affascinante testimonianza dell’impianto che fu: il tabellone manuale che segna punteggio e minuto della partita.

È congelato sul risultato di 8-0. Rifilato pochi anni fa proprio agli storici antagonisti della Dinamo Berlin, squadra oramai decaduta nei gironi delle serie regionali: malinconica testimonianza del lato oscuro della vertiginosa crescita del calcio tedesco (esclusivamente dell’Ovest) e dell’oblio per gli storici club dell’ex DDR.

Quel risultato è una cesura epocale. Un tocco retrò che fa tanto Goodbye Lenin. O se vogliamo Ostalgie, come la chiamano a queste latitudini. Con la differenza che adesso l’Union Berlin non gioca più in Oberliga ma in Bundesliga 2, cioè l’equivalente della nostra Serie B. Così il sogno popolare si è avverato. E il puzzle ricomposto.

È la lunga parabola calcistica del riscatto sociale di un quartiere speciale: Union Berlin, la via fai-da-te al Socialismo. Con buona pace della nomenklatura e del compagno Mielke. Perché il tempo, a volte, sa davvero essere galantuomo.