“Romario è capace del quid che poi più conta: l’immediato. Il movimento della palla lanciata da lui è invisibile anche al replay, è come un flash, talmente veloce che è fermo.” (Carmelo Bene, 1998)

Negli ultimi 30 anni, nessuno ha incarnato meglio di Romario l’evoluzione del futebol brasiliano: la sua scaltrezza sotto porta ne fa il perfetto trait d’union tra il Brasile meraviglioso e perdente di Socrates e quello veloce ed efficiente di Dunga e Ronaldo. Ma Romario riassume perfettamente anche lo spirito carioca, confermando tutti gli stereotipi più diffusi sui brasiliani di Rio: festaioli, indolenti, permalosi; ma anche sensibili, generosi e cocciutamente sinceri.

Romario nasce nel 1966 a Rio de Janeiro, nella favela di Jacarezinho. Ha 16 anni e concrete possibilità di sfondare nel calcio nel 1982, quando il Brasile conosce la più terribile sconfitta sportiva dai tempi del Maracanazo: la Nazionale di Socrates, Zico e Falcao cede sotto i colpi dell’Italia di Paolo Rossi e Bearzot.

Uno choc che renderà il Brasile più “europeo”, più attento alla vittoria che alla bellezza. Romario cresce con questa attenzione alla concretezza, che con il tempo lo renderà ossessionato dal numero dei suoi gol: già a 20 anni dichiarerà il suo obiettivo di raggiungere quota 1000, come il divino Pelé.

Romario nella finale di Seul 1988 vinta dall’URSS

A 19 anni debutta nel campionato carioca, che vincerà due volte (1987 e 1988) laureandosi capocannoniere; entra giovanissimo nel giro della Nazionale, con cui partecipa alla Copa América del 1987 e alla spedizione olimpica di Seul.

Romario è piccolo, tarchiato e velocissimo: caratteristiche che gli valgono il soprannome di Baixinho, per la bassa statura. Una sorta di Maradona mulatto, che al Vasco fa coppia d’attacco con l’esperto Roberto Dinamite:

“Volete sapere cosa significava giocare accanto a Romario ventenne? Bastava passargli il pallone; di tre che gli arrivavano, due li metteva in porta.”

Molti club europei sondano il terreno con il Vasco Da Gama, che si dimostra società scafata: addirittura, attira alcuni ds assicurando loro un prezzo d’eccezione per Romario, salvo poi cambiare idea e vendere altri giocatori. Succede così che l’ambizioso Pescara si ritrovi tra le mani Edmar, mentre Baixinho finisce nella rosa del più titolato PSV Eindhoven di Guus Hiddink, fresco vincitore della Coppa Campioni.

Alla sua prima esperienza europea, Romario mette già in mostra tutto il suo repertorio. Una serie innumerevole di gol e di allenamenti saltati: per tre anni consecutivi Romario è il capocannoniere del campionato olandese. Bobby Robson, che lo allena dal 1990, dirà di lui:

Un giocatore entusiasmante, capace di svoltare un match in qualsiasi istante, ma poteva anche scomparire dal campo. Inoltre, spesso faceva tardi la sera prima di partite importanti”.

Per Romario il calcio è un lavoro, e il gol un cartellino da timbrare quanto più spesso possibile; ma senza rinunciare alla vita vera, che è fuori dal campo:“In Olanda ci lavoro, in Brasile ci vivo”. Per informazioni sulla qualità del lavoro, basta chiedere alla difesa più forte del mondo: ecco come Baixinho segna in mezzo a Baresi, Maldini e Costacurta.

Barcellona e Pasadena

È chiaro che neanche il PSV può bastare a Romario, conteso dalle squadre più forti del mondo. A spuntarla è il Barcellona di Cruijff, il Dream Team che sta rivoluzionando il calcio: con Hristo Stoichkov forma una coppia d’attacco micidiale, che porta il Barca alla vittoria in Liga e alla finale di Champions.

Qui, i catalani crollano davanti al Milan di Capello, ma l’impressione è che a Romario importi solo degli incombenti  Mondiali statunitensi: dopo la fugace comparsata a Italia ’90, Baixinho ha promesso più volte ai brasiliani che USA ’94 sarebbe stato il suo Mondiale.

Per misurarsi con Pelè i titoli in Europa non contano: è necessario vincere un Mondiale, dopo 24 anni di astinenza e due trionfi argentini; serve scacciare i fantasmi del Sarrìa di Barcellona, di quella squadra bellissima schiantata 12 anni prima.

Il Brasile di Parreira e di capitan Dunga è quadrato e sorprendentemente attento alla fase difensiva, ma davanti può vantare una coppia di attaccanti destinata a entrare nell’immaginario collettivo: Romario e Bebeto, bomber di quel SuperDepor che ha conteso lo scudetto al Barca fino all’ultima giornata.

Mazinho, Bebeto e Romario a USA ’94

Romario segna nelle tre partite del girone; e se agli ottavi contro i padroni di casa è Bebeto a risolvere i problemi, Baixinho torna a firmare il tabellino marcatori contro Olanda e Svezia. In finale, ovviamente, l’Italia: come nel 1970 con Pelé, come nel 1982 contro Paolo Rossi. Il Brasile vince ai rigori, ma tanto basta: il Brasile è tetracampeão, i fantasmi sono stati scacciati.

Romario dopo il Mondiale

USA ’94 è il grande spartiacque della vita di Romario: una volta alzata la Coppa del Mondo, cosa importa di tutto il resto? Restano i gol, certo, ma si possono segnare ovunque: nell’amata Rio, o comunque lontano da tutte le pressioni del calcio europeo. Stoichkov dirà:

“Romario non tornò mai dopo la Coppa del Mondo. Il suo corpo era a Barcellona, ma la sua mente era a Rio.”

Anche Cruijff, suo grandissimo estimatore, acconsente alla cessione. Romario saluta il Nou Camp in una notte di Champions, con un gol e un assist di tacco nel 4-0 al Manchester di Ferguson; nessuno ancora lo sa, ma è il canto del cigno del Dream Team. Romario può andarsene al Flamengo soddisfatto: sarà ricordato – forse addirittura rimpianto – anche a Barcellona.

Da quella sera, la carriera di Romario alterna ritorni a Rio de Janeiro ad avventure sempre più improbabili in tutto il mondo: Valencia, Al Saad, Miami FC e Adelaide fanno da contraltare a nove trasferimenti in quattro società del campionato carioca (Vasco da Gama, Flamengo, Fluminense, America FC).

Insomma, un contratto in giro per il mondo lo si trova sempre: ma una volta aggiornato lo score e il saldo in banca si torna a casa, a Rio. Perché le dichiarazioni altisonanti (“Solo le televisioni dovrebbero preoccuparsi di proiettare una buona immagine”) sono solo una finta: Romario non vuole essere discusso, vuole essere amato.

Romario con O’Animal Edmundo.

In campo, Romario si muove sempre meno, ma è comunque capace di segnare in ogni partita, come spiega Stoichkov: “Aveva una qualità fantastica: anche senza lavorare duro, poteva creare giocate geniali“. E anche Romario lo riconosce:

“Non sono mai stato un atleta. Se avessi avuto una vita regolare avrei segnato molti  più gol, ma sarei stato meno felice”.

Nel 2005, in un’amichevole, Romario segna ed esulta con una maglietta dedicata alla figlia Ivy, affetta dalla sindrome di down: “Tenho uma filhinha Down que é uma princesinha”. Giocatori e tifosi avversari si alzano ad applaudirlo.

Baixinho capisce che la sua popolarità può servire a smuovere l’opinione pubblica su questioni sociali di spessore; cause che ha sempre ritenuto importanti – ma alle quali ha sempre anteposto la perpetuazione del suo mito. Nel maggio 2007, stando al suo discutibile conteggio, Romario segna il millesimo gol in carriera: ora che anche questa promessa è stata mantenuta, Baixinho può ritirarsi. Stavolta per davvero.

Romario dopo il calcio

Alle elezioni del 2010 Romario si candida nelle fila del Partito Socialista Brasiliano: non ha alcuna esperienza pregressa, alla presentazione sbaglia il nome del partito e le sue prime dichiarazioni sono piuttosto vaghe. Nonostante tutto questo, risulta il sesto candidato più votato nello Stato di Rio de Janeiro e viene così eletto nella Camera dei Deputati.

Romario Deputato

In Parlamento, Romario dimostra di aver a cuore le sorti dei brasiliani ben più del mitico Pelè: mentre O’Rei fa da testimonial ai Mondiali 2014, Baixinho denuncia corruzione, sfruttamento e sfratti che si nascondono dietro il carrozzone della FIFA. Non si fa problemi a denunciare il Presidente della Federcalcio Martinaccusato di aver ordinato l’uccisione del giornalista Vladimir Herzog durante la dittatura.

Si dimostra, insomma, un deputato coraggioso e sinceramente vicino ai suoi connazionali. Perché Baixinho è generoso, e perché fare felici i brasiliani è l’unico modo che ha per essere felice a sua volta.

Anche dopo il fischio finale. Senza mai sudare troppo.