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Uno ha 49 anni e una carriera infinita alle spalle, l’altro non ha ancora compiuto 23 anni e ha già conquistato le prime pagine di tabloid e siti inglesi. Eppure sono due figure molto simili, due calciatori col gol nel sangue e Tottenham nel cuore. Parliamo del nuovo fenomeno brit con la maglia degli Spurs sulle spalle, Harry Kane, e del suo idolo d’infanzia, Teddy Sheringham.

Sheringham e il celebre “shot” a Gascoigne, Euro ’96

Harry Kane, con quel suo nome onomatopeico, si presenta fin da subito come un talento dalla forza distruttiva. Naturale e quasi scontato l’accostamento con un pezzo folk di Bob Dylan datato 1976, quella Hurricane che apre l’album Desire: una lunga, crescente cavalcata di armonica, acustica e radici blues che racconta la storia travagliata di un pugile ribelle. Prendendo le parti dell’antieroe reietto. Ma qui non siamo a Lafayette, e non ci sono di mezzo presunti omicidi e discriminazione razziale diffusa.

L’uragano inglese nasce, cresce e acquista forza in tutt’altro contesto. In un sobborgo londinese della media borghesia, di quelli coi parchi di un verde saturo e le case su due piani: Walthamstow. Dove sport fa rima con corse dei cani, ma tant’è.

Harry nasce sulla strada per l’Abbazia di Waltham – che domina la zona fin dall’anno 1030 – al confine con la parte più settentrionale di Londra, il che, significa una sola squadra: Tottenham. Fin da bambino Kane sogna quella maglia bianca con un galletto sul petto, qualche anno dopo diverrà il centravanti degli Spurs e la più grande speranza offensiva per la nazionale dei Tre Leoni dai tempi di Alan Shearer e Robbie Fowler.

Eppure per Kane mica è sempre stato tutto semplice, anzi. Anni di preparazione e crescita all’ombra di quel poster appiccicato in camera, quello con un londinese con la maglia numero 10 che ha fatto la storia degli Spurs e della Nazionale per gran parte degli anni ’90, è Teddy Sheringham. Suo idolo infantile. Icona di un calcio inglese di transizione: in lenta ma progressiva ascesa a livello di club, mai compiuto per quel che riguarda la Nazionale. Insomma, nel faticoso cammino lastricato di prati di periferia e fango fino all’anca Harry ha in testa un solo obiettivo: diventare il nuovo Sheringham. A modo suo.

Nel 2011, quando le sue innate qualità fisico-atletiche cominciano ad essere evidenti, il Tottenham decide che è ora di mandarlo a fare esperienza: si fa avanti la società geograficamente più prossima al talento di Walthamstow, il Leyton Orient. Siamo a due passi dalle villette a schiera e da quei prati rasati con tanto di steccato in legno, è un ambiente sereno ma ambizioso: dalla Terza Divisione si punta al salto in Championship.

E i 18 anni di Harry non sono forse la lettera di presentazione ideale per una società che ha come obiettivo primario i fatturati della B inglese. Nonostante ciò, Harry gioca 18 partite riuscendo a segnare 5 reti. È il primo assaggio di professionismo. E in breve tempo lo scenario cambia. Drasticamente.

Il Tottenham, che lo ha abbracciato e formato calcisticamente fin dall’età di 11 anni, lo gira in prestito. Stavolta si va in Championship, stavolta attraversando i cerchi concentrici di Londra per arrivare parecchio più a sud. Direzione: Millwall.

Una ciminiera, le ex-banchine portuali, una schiera di hooligans dalla testa rasata celebre in tutta Europa e una convivenza ardua con personalità di provenienza esterna. Quelli del motto “No one likes us, We don’t care!”. Sebbene non siano più gli anni ’80 e ’90 scanditi dalle follie della Millwall Bushwackers, la firm più incazzata ed estrema d’Inghilterra, rimane comunque un test probante. Sia psicologicamente che tecnicamente. Un test che Kane non fallisce. Anzi.

Primo anno in Championship a 19 anni, 22 presenze e 7 gol. Altrettanti assist e molte giocate che fanno (intra)vedere un potenziale enorme in divenire. È la sorpresa della stagione al nuovo The Den, dove quella gradinata tutto cori, alcol e temperamento estremo gli riserva una stima considerevole: lo accoglie. Harry ha fatto come Sheringham, ha lasciato da parte gli agi e i comfort caratteristici del Nord di Londra e si è cimentato con animo umile e grinta da vendere in un ambiente working class socialmente scorbutico e piuttosto incandescente.

Proprio come Teddy Sheringham, che qui spese 6 anni di carriera diventando il miglior giocatore dell’anno (1991). O come Harry Kane, che proprio da queste parti viene eletto miglior giovane dell’anno all’ombra delle tribune del The Den. Un gioco speculare fatto di crescita caratteriale e gol a grappoli.

L’anno seguente, però, uno stop imprevisto. Di quelli bruschi. Inizia la sua prima stagione in Premier League col Norwich City, ma dopo un pugno di giornate si frattura il metatarso del piede destro. Guaio.

Il Tottenham, che soffre di una sindrome da astinenza da gol, decide di richiamarlo a casa per curarlo e a Febbraio lo gira di nuovo in Championship, stavolta al Leicester City. Non brilla: 13 presenze e 2 gol. Ritorna così alla casa madre, agli Spurs, che stavolta decidono di tenerselo stretto; data anche l’anemia che contraddistingue la linea offensiva degli Speroni Roventi: Soldado e Adebayor sono, per ragioni diverse, la pochezza fatta centravanti.

Il potenziale c’è, ma il lungo recupero da un infortunio oltremodo fastidioso aveva limitato le sue qualità: corsa straripante, mobilità continua e grande intensità nell’arco dei 90 minuti. È un attaccante completo: idealtipo del centravanti moderno. Ha piede sensibile e buona visione di gioco, tiene sotto pressione i centrali avversari, sa svariare su tutto il fronte offensivo, con o senza una seconda punta al fianco. È, insomma, uno che “fa reparto da solo”. E a White Hart Lane se ne accorgono presto.

Il coach Mauricio Pochettino insiste per averlo a disposizione nell’attuale stagione. E mai scelta fu più azzeccata. Dopo un’iniziale fase di rodaggio, Kane si trasforma per tutti in The Hurricane: guadagna la casacca da titolare nel centro dell’attacco, sostenendo il peso offensivo della squadra praticamente da solo.

Ma non finisce qui. Sarebbe problematico anche solo immaginare un calciatore più adatto al 4-2-3-1 dinamico schierato dal tecnico argentino. Che dietro Kane piazza una batteria di alto profilo: la tecnica di Lamela, le intuizioni sublimi di Eriksen e l’eclettismo atletico di Dembelé.

Il resto è storia di oggi, cronaca. Anzi, tabellino. In poco più di mezza stagione Harry infila 2 gol in Europa League, 1 in coppa di Lega e 24 in Premier. Inanellando una continuità di prestazioni semplicemente spaventosa. Icona del riscatto di una squadra troppo spesso alla ricerca di sé, persa in acquisti altisonanti e investimenti dubbi. È la narrazione del self-made man, che spopola nel mondo anglosassone.

È l’uomo del futuro su cui costruire le fortune di una società dalla proprietà ricchissima. Ed è anche l’unica speranza per la maglia dei Lions, dove una prima punta così manca maledettamente. Ormai da un ventennio. Alan Shearer è avvisato: Harry sta arrivando a grandi falcate e pare impresa proibitiva fermarlo.

È il golden boy londinese dalla faccia pulita che ha sfondato. La favola del bambino che veste la maglia dei suoi sogni: quella del suo quartiere e del suo feticcio d’infanzia col numero 10. Che proprio oggi ammira le sue giocate dalle tribune di White Hart Lane. Magari con un parka indosso, perché l’uragano è cresciuto e adesso il vento soffia forte dalle parti di Tottenham.