Una azienda vinicola nelle colline venete, un paio di bermuda indosso e l’aria scompigliata da post-sbornia da sagra paesana. Ma anche una Coppa Uefa e una Coppa Italia col Parma, il trionfo nel primo derby di Verona in A, una Fiorentina spettacolare e la Champions League giocata a viso aperto col Panathinaikos.

Nel mezzo: un carattere scorbutico, esultanze sanguigne ed estemporanee, virgolettati cult, sincerità senza filtri e una certosina cultura del lavoro. Chi è Alberto Malesani, l’ultimo Don Chisciotte del calcio italiano.

«Alla fine degli anni Novanta, mi mancava l’ultimo passo: arrivare ad allenare una grande tipo Inter, Milan o Juve. Non ci sono riuscito. Perché? Colpa mia: vivevo troppo da solo, sbagliavo la gestione dei rapporti con i media, pensavo che per fare l’allenatore bastasse lavorare sul campo. Invece no. Ho pagato sulla mia pelle, mi sono bruciato la carriera.»

Le dichiarazioni di Malesani non sono mai state banali. Tantomeno accomodanti, anzitutto con se stesso. Forse bisogna partire proprio da qui per andare alla scoperta di una figura complessa e pura al tempo stesso. Allenatore innovativo per parte della carriera e veterano di clamorosi fallimenti calcistici nell’ultimo decennio. Complesso immaginare un allenatore più controverso e amato di Alberto Malesani da Verona. Figura fuori tempo, personalità tout court. Costantemente controcorrente. Suo malgrado.

E pensare che correva l’anno 1999 e la classifica dei migliori allenatori d’Europa recitava: Sir Alex Ferguson, il Colonnello Valerij Lobanovski e Alberto Malesani. Sul podio, insieme al gotha del calcio mondiale. Due moloch della panchina, due innovatori del gioco, e un uomo schivo del basso Veneto che aveva appena conquistato l’Europa.

Un predestinato? Tutt’altro. Da lì in poi il lento abbraccio del dark side – progressivo ed inesorabile – fatto di scelte errate, nervi a fior di pelle e un’avversione sempre più marcata per i media e il mondo dello showbusiness che stava fagocitando il gioco del calcio. Una questione di princìpi.

«Ero un orso. E se si vuole arrivare a certi livelli, non essendo stati grandi giocatori e senza avere sponsor alle spalle, non si può essere orsi. L’ho scoperto in prima persona.»

Perché essere ritenuto il miglior allenatore italiano a cavallo del nuovo millennio – periodo storico quantomai florido per il calcio italiano, vera élite continentale – significa avere qualità non comuni. E fino a quel momento la carriera di quell’ex mediocre centrocampista veronese era stata un inarrestabile boom. Inizia a pochi passi da casa, uscio e bottega con quella piccola società sconosciuta che nel giro di un decennio diverrà la favola di provincia del calcio italiano: il Chievo.

In molti, tutt’oggi, sottovalutano il lavoro prezioso di Malesani in quel di Verona: fu proprio lui a gettare le fondamenta di quello che sarà il Miracolo Chievo degli anni successivi, quello a firma Delneri.

Ereditò una squadra senza troppe pretese in serie C1, la portò in B, salvandola prima e consolidandone lo spessore poi, arrivando a sfiorare la promozione con un 6° posto assolutamente impronosticabile. E soprattutto esprimendo un calcio innovativo e propositivo. Con un 3-4-3 che lo renderà celebre. È il passepartout per il salto nel calcio che conta, la Serie A.

Per la prima volta varca i confini regionali, abbandonando i lunghi silenzi della campagna veneta e la tranquillità di una società laboriosa che conta qualche centinaio di appassionati in città. Sarà un triplo salto mortale: Firenze. E la Fiorentina di quel bizzarro e vulcanico presidente che è Vittorio Cecchi Gori. Uomo di molto istinto e poco razionicinio, passione sfrenata e dichiarazioni altisonanti. Zafferano e folklore. Insomma, Cecchi Gori incarna l’archetipo del presidente di club italiano degli anni ’90. Con tutti i suoi pregi e i suoi difetti.

È il 1997 e Malesani viene accolto con stupore misto a curiosità in città. Sembra essere l’antitesi di Claudio Ranieri, da cui raccoglie il timone della squadra viola. In poco tempo conquisterà tifosi e giocatori. I primi gli dedicano cori in simil-veneto, i secondi fanno muro e recepiscono alla perfezione le indicazioni tattiche del mister. La Fiorentina, escluso un periodo iniziale di rodaggio, viaggia ad alta velocità.

Il materiale umano a disposizione di Malesani è ricco di talento. La Fiorentina incanta al Franchi e fuori, è una macchina da gol che schiera un tridente atipico e sorprendente: Morfeo-Batistuta-Oliveira. Con un elegantissimo étoile portoghese col numero 10 a dettare tempi e passaggi nella linea a 4 del centrocampo: Rui Costa diventa un regista. Puro. Forse la più grande intuizione del tecnico veronese.

Ma Cecchi Gori, si sa, è figura imponderabile e sanguigna. Materiale incandescente. Non lega con Malesani, cambia continuamente idea sulla guida tecnica futura, ha fame di raggiungere al più presto un traguardo prestigioso. E non gli basta il fatto che la Fiorentina giochi un bel calcio, schianti 3-0 la Juventus e che Malesani sia sublimato in idolo pop per la Curva Fiesole, dopo una corsa allucinata sotto il settore ospiti dello stadio Friuli al 2-3 definitivo in rimonta di Batistuta.

Con grande rammarico e un ottimo 5° posto, se ne va. Paga lo scarso feeling con un presidente ingombrante e capriccioso: una prima donna. Viene immediatamente chiamato dai Tanzi. Trasloca così a Parma.

“La soddisfazione più grande? Aver portato il Parma a livelli superiori rispetto a Milan, Inter e Juve. Sul tetto d’Europa. Poi, dopo l’esonero in Emilia mi sono perso: ho sbagliato ad accettare proposte che non erano di qualità. D’altronde io, se non lavoro, non sto bene: è un difetto che mi viene dall’educazione ricevuta e dal periodo trascorso dentro un’azienda prima di fare l’allenatore.”

È al Tardini che toccherà la vetta della sua carriera. Ha a disposizione una squadra fenomenale, assortita di campioni e qualche fuoriclasse, che pare adattarsi alla perfezione nel suo elastico 3-4-1-2 votato alla proposizione e all’offensività.

Costruisce però il suo modello ideale grazie ad una linea difensiva di incomparabile valore: davanti a Buffon schiera Cannavaro-Sensini-Thuram, una maginot impermeabile. Affida le chiavi del gioco al destro incantato di Juan Sebastián Veron, con la fisicità e l’acume tattico di Boghossian e Dino Baggio e i due esterni Fuser e Vanoli ad arare la fascia nella doppia fase. In attacco ha a disposizione una coppia atomica che sembra nata per condividere giocate e movimenti: Chiesa-Crespo.

È una formazione che esprime uno spartito armonioso, a tratti elettrizzante. Un calcio veloce e tecnico, che ben si sposa con i palcoscenici continentali. È il 1999 e Malesani domina l’Europa. Il giovane tecnico naif della Valpolicella è la rivelazione dell’anno, trionfa 3-0 in finale di Uefa contro il Marsiglia di Blanc e Pirés ed è pronto ad assurgere al ruolo di tecnico del nuovo millennio. Una sorta di Sacchi 2.0. Ma non andrà così. Affatto.

Dopo aver vinto la Coppa Italia a Firenze contro la sua ex squadra, chiude un’annata memorabile. È il re di coppe. In attesa della consacrazione definitiva: lo scudetto cucito sul petto. Quel traguardo sarà la sua nemesi, il biglietto di sola andata per palcoscenici modesti e scelte sempre più cervellotiche.

A Parma non riesce a vincere il campionato, collezionando un quarto e un quinto posto piuttosto deludenti; Calisto Tanzi non può aspettare, sapendo che il gioiellino Parma è un giocattolo ormai in frantumi. È solo questione di tempo e quella squadra ammirata da tutti finirà nel gorgo di fallimenti, bilanci gonfiati ad arte e crisi lunghissime.

È il crepuscolo del calcio italiano. O almeno, quello dello strapotere degli anni novanta. Vissuto stabilmente al di sopra delle proprie possibilità. Forse un po’ come quel Malesani. Che passò improvvisamente da Batistuta e Rui Costa, Crespo e Thuram, alla sua Verona.

Stavolta sponda Hellas. Dove impone un gioco redditizio in chiave salvezza, trascinando l’Hellas alla storica vittoria nel primo derby veronese in serie A. Un 3-2 al cardiopalma che gli vale gloria e un’esultanza irrefrenabile sotto la curva dei Butei. Malesani style, non c’è che dire. Istinto, passione e quell’attitudine innata a liberarsi di tensioni ed emozioni al triplice fischio. Senza filtri di sorta.

Un allenatore punk. O naif, aggettivo che tutti i media gli affibbieranno quasi come una condanna. Cosa che lo farà infuriare. Eccome. Malesani, l’uomo controcorrente, è ormai star dello stesso circo mediatico che non sopporta. Un corto circuito. Un’evoluzione degna di Peter Finch in Quinto Potere: il fustigatore che diventa a sua volta attrazione del circo, fagocitato da riflettori e attenzioni che ne derubricano la verve corrosiva a semplice spettacolo da cabaret.

Il derby dell’Arena sarà il vero spartiacque della sua carriera. Inizierà un lungo, tortuoso ed inesorabile declino. E la costante sensazione di essere diventato una sorta di attrazione mediatica permanente, figura macchiettistica da gag comica. Da commedia all’italiana alla Alberto Sordi. Soltanto con un marcato accento veneto. Farà parlare di sé quasi esclusivamente sul versante mediatico, grazie alle sue dichiarazioni diventate ormai veri tormentoni virali.

Eppure proprio in Grecia, alla guida di un team complesso come il Panathinaikos, guadagnerà fama non grazie ad un’annata difficilmente ripetibile – che portò ad un punto dallo scudetto ellenico e alla qualificazione ai gironi di Champions, strappando anche un miracoloso pareggio contro il Barcellona di Ronaldinho – ma attraverso una conferenza stampa che trasmuterà in fenomeno-pop. Un cult a tutte le latitudini.

Quella dei 21 “cazo” e del “figa” finale. Un cimelio di genuinità e voglia di rivalsa su una stampa attaccata al gossip più che al campo. Quello dove Malesani lavora 24 ore al giorno. Da sempre. Come ricorda orgogliosamente lui stesso: un’eredità del suo impiego giovanile alla Canon.

Lavoro che plasmerà la mentalità metodica e meticolosa di un allenatore da sempre attento alle innovazioni esterne e all’efficienza del proprio staff. Forse il primo in Italia a parlare, già negli anni ’90, di “transizioni negative” e “ricerca dello spazio”; uno dei primi ad intuire come la difesa a 3 in linea potesse permettere un giropalla e una costruzione di gioco più efficace fin da inizio azione ottimizzando l’ampiezza del campo.

Tutto questo fino alla parentesi alle pendici del Pireo. Perché dopo sarà tutto diverso. Faticoso. Sprecherà occasioni e annate in una sarabanda di panchine impossibili nelle province d’Italia. Manifestando uno stato confusionale nella gestione di situazioni delicate, in bilico su quel crinale tra serie A e B che segna la differenza tra vivere e morire. Metaforicamente, ma non troppo.

E così dopo i fallimenti in fila di Modena, Genoa, Bologna (unica soddisfazione), Palermo, Udinese, Empoli, Siena e cinque surreali settimane a Sassuolo, Malesani si ritira. Non ufficialmente, ovvio.

Oggi, a 60 anni suonati, è tornato su quelle colline nebbiose ricche di filari e vino. Ha aperto un’azienda vinicola che gestisce insieme alla famiglia, producendo Amarone e Valpolicella. E, tra un bicchiere e l’altro, si ferma spesso per qualche grappa al bar del paese, sfoggiando il suo tipico outfit à-la Drugo Lebowski. Un hippie per difetto.

Alberto Malesani, ultimo condottiero di un calcio essenziale e schivo. E poco importa se quei bermuda fanno ancora notizia.

«Andai nell’ufficio di Calisto Tanzi per firmare il contratto e non indossavo l’abito delle grandi occasioni, come avrebbero fatto i miei colleghi, ma un paio di bermuda. Mi guardarono sbalorditi. Credo di essere stato l’unico a presentarsi così davanti al cavaliere. Io sono così.» (A. Malesani).