Dopo una prima parte dedicata a tre pipponi che hanno afflitto il calcio italiano in diverse epoche, pare doverosa un’operazione di par condicio pallonara applicata al paese del Sol Levante. Stavolta la musica cambia: parliamo dei tre migliori calciatori nipponici passati dal Belpaese. Quelli che hanno lasciato dietro di sé un buon ricordo e diverse giocate da applausi. Ecco la nostra top 3 dagli occhi a mandorla.

Shunsuke Nakamura

“È il Baggio del Giappone.” (Zico).

Terzo posto per il fu reggino Shunsuke Nakamura, che tutt’ora disegna traiettorie negli Yokohama Marinos (squadra della sua città). Quando a fine millennio Nakata sorprese l’Umbria ed il campionato italiano coi suoi dribbling insidiosi, era in realtà Shun colui che incantava maggiormente i connazionali. Anche perché la carriera di Shun, in pratica, è sempre stata quella del predestinato.

Già fenomeno nazionale a soli 12 anni, entrò nella Nissan FC (poi Yokohama Marinos) Youth Academy polverizzando ogni record di precocità nel 1991. Fu proprio coi Marinos, salvo una parentesi presso la squadra del Toko Gakuen High School (scelta per motivi di vicinanza da casa), che esordì nella massima serie nel 1997.

Nello stesso anno segnò anche il primo goal come professionista, proprio contro quel Bellmare che annoverava tra le sue fila nientemeno che Hidetoshi Nakata. Venerato in patria, scatenò non una ma ben due simil-rivolte popolari, quando venne scartato per i Mondiali del ’98 – “È troppo inesperto”, il laconico commento di coach Okada – e del 2002  – “Non ha recuperato dall’infortunio”. Nel frattempo, continuò a disegnare tiri ad effetto, dribbling fulminei ed assist millimetrici. Perché tecnica e visione non sono mai mancati. Forse il fisico. La corsa. Quella è sempre mancata, probabilmente.

Nel frattempo le occasioni per mettersi in mostra arrivano: nel 2000 guida la Nazionale U23 (che annoverava Ono, Nakata e Yanagisawa) alla vittoria della Coppa D’Asia, venendo eletto Miglior giocatore d’Asia. Da lì, sembra tutto in discesa, tanto che bussa alla porta nientemeno che il Real Madrid. Real che ottiene un’opzione sull’acquisto, ma che lo lascia ancora un anno in patria a farsi le ossa. Sarà il peggior anno della carriera: complice un infortunio alla caviglia, infatti, salterà parte della stagione e mancherà la convocazione ai Mondiali asiatici (in Nazionale ha sempre fatto enorme fatica, anche perché utilizzato come ala sinistra, ruolo in cui ha sempre reso pochissimo).

Oramai voglioso di tentare un’avventura europea, Shun accettò l’offerta di Foti e della Reggina. Presidente Foti che, per sua stessa ammissione, nei tre anni amaranto ha “Guadagnato circa 4 milioni solo per merchandising, 40 in totale considerando tutto il resto”. Ma non è solo un fenomeno mediatico: uomo di mondo, del tipo genio e sregolatezza, Shun è sempre stato un grandissimo studioso del gioco. Si ricordano ancora, sullo Stretto, di quando Mutti espulse il temuto Goro – personalissimo traduttore di Shun – da un allenamento, in quanto reo d’essere chiamato troppo in causa per spiegazioni varie.

Dopo qualche problema d’adattamento al calcio italiano (“So che andrò incontro a marcature ferree, rigide, dure. Ed io, con un fisico leggero, potrei soffrirne. Dovrò iniziare gli allenamenti per potenziare anche la muscolatura”), Shun si adattò benissimo anche fuori dal campo: grande amante della pasta, il timido e retto giapponese si adattò al caos di Reggio Calabria senza troppi patemi. Frequentatore pure della Soga Gakkai come il collega Roberto Baggio, lasciò con qualche rimpianto e alcuni infortuni di troppo dopo soli 3 anni, volando verso i Celtic di Glasgow.

Tra punizioni telecomandate e dribbling lenti ma precisi, Shun continuò ad ammaliare tra Scozia e Spagna, prima di rientrare nel 2012 a casa, nei Marinos (coi quali vinse il Campionato nel 2013). Di mezzo, un Mondiale dimenticabile e diversi spot pubblicitari. Sempre col sorriso sulle labbra. Perché, “Egao wa noryoku.” (Un sorriso emana competenza).

Yuto Nagatomo

“Io non capisco lui, lui non capisce me, quando parla nessuno capisce niente e tu ridi, gli puoi dire qualsiasi cosa e non si offende tanto nemmeno lui capisce. Parliamo di tutto, di cibo, di donne, capisce solo “ti voglio bene”, “stai bene?” e roba simile.” (Antonio Cassano).

Al secondo posto, impossibile non volgere lo sguardo verso Milano, sponda nerazzurra. Solitamente, su una delle due fasce, trovate a scorrazzare un piccolo giapponese di neanche 170 cm, Yuto Nagatomo. Figlio di un professionista di Keirin e appassionato di umeboshi (prugne secche), il piccolo Yuto comincia fin da piccolo ad accarezzare l’idea di una carriera calcistica degna di Holly e Benji. Ma, almeno in un primo momento, va tutto male; inizialmente posizionato come trequartista, al Liceo viene infatti bocciato a diversi provini. Compreso quello più importante, ovvero quello per l’Ehime FC, squadra della sua città.

Nel 2005 la svolta: al primo anno di College viene spostato sulla fascia destra, diventando uno dei migliori terzini del campionato universitario, venendo convocato nello stesso anno per l’All Star Game e – l’anno dopo – per le Universiadi che si svolgono a Bangkok. Qui viene opzionato da un osservatore dell’FC Tokyo, club col quale esordì nella massima serie nello stesso anno. Finì subito in Nazionale, sorprendendo per facilità di corsa e buon piede, tanto da destare l’interesse di diversi club europei (tra i quali, per sua stessa ammissione, l’Arsenal di Wenger).

Ma a bruciare tutti fu il marchigiano Massimo Ficcadenti, che, ben prima dell’esplosione di Nagatomo ai Mondiali in Sudafrica, aveva convinto il Tokyo FC a lasciar partire Yuto in prestito. Col diritto di riscatto di lì ad un anno. Yuto in effetti si trasferisce, subito dopo i Mondiali, in Emilia-Romagna. Più precisamente a Cesena. Qui sorprende subito, mostrandosi subito ben disposto e perfettamente integrato nella nuova realtà e sfoggiando – dopo poche settimane – anche diverse frasi preconfezionate in dialetto cesenate.

Contestualmente all’uscita della sua autobiografia (“Mai dire Nagatomo” in italiano), arriva infine la chiamata da Milano, sponda nerazzurra.

Qui Nagatomo mette in mostra i suoi limiti, faticando in una difesa che “Gioca troppo alta rispetto alle mie abitudini” e mostrando a tratti un tocco di palla negli ultimi 20 metri non proprio degni del miglior Brehme. Ma, da subito, entra nei cuori dei tifosi. “Corre come un pazzo”. “Ci mette sempre la faccia”. Tra prestazioni sbiadite, goal, scherzi a compagni (“È un pazzo scatenato” dichiarò Sneijder) e goliardate con Antonio Cassano, Nagatomo è anche diventato il primo capitano asiatico della storia della Serie A. Quanta strada ha fatto, dalla provincia di Saijo, quel ragazzino orfano di padre che ha cominciato a giocare “Per far colpo su una bella compagna di classe”.

Tra camionate di determinazione, libri (sta studiando per ottenere la laurea italiana) e chilometri macinati sulla fascia, il piccolo Yuto auspica un giorno di diventare il “miglior terzino al Mondo”. In effetti manca ancora molto ma, come vi risponderebbe lui: “Ichinen iwa omo toosu.” (La forza di volontà attraversa anche le rocce).

Hidetoshi Nakata

“Se tutti i giapponesi cominciassero a giocare come lui, saremmo perduti. Sa cosa vuol dire tirare la palla, dribblare. Meno male che per il momento i giapponesi si occupano d’altro.” (Diego Armando Maradona).

Ovviamente al primo posto non poteva che esserci lui: Hidetoshi Nakata. Miglior calciatore asiatico per ben due volte, è l’unico giocatore asiatico candidato e al Pallone d’Oro e al FIFA World Player. Coetaneo di Francesco Totti, col quale ha diviso alcune stagioni calcistiche romane e con cui non ha mai stabilito un gran rapporto, Nakata ha da sempre diviso ed ammaliato i giapponesi. Tra sfilate di moda, spot pubblicitari, grandiose giocate ed alcuni passi falsi (tra cui le non esaltanti stagioni inglesi), si è ritirato ad appena 29 anni per: “Girare e conoscere il Mondo”.

Ora, ad appena 38 anni, ha visitato 107 paesi zaino in spalla e – da circa 4 anni – sta visitando il suo. Perché come ha spiegato: “Lo conoscevo poco, essendo venuto via molto presto”. E, in effetti, un po’ precoce Nakata lo è sempre stato. Ha infatti esordito a 18 anni nella massima serie nipponica, a 21 anni in quello che era il miglior campionato del Mondo, nella squadra rivelazione per eccellenza della storia del calcio italiano: il Perugia di Rapajc, Bucchi e Olive. E, soprattutto, del vulcanico Gaucci. Unico in grado di puntare così forte su di un giocatore nipponico.

Unico nella gestione dei propri giocatori – memorabile quando licenziò il coreano Ahn “colpevole” di aver affossato l’Italia ai Mondiali del 2002 -, nella capacità d’intuire il talento ed unico anche nella capacità di darsela a gambe (preferibilmente verso i Caraibi). Già, Gaucci: correva l’anno 1998 quando i suoi osservatori lo convinsero a puntare su quel ragazzo appena ventenne. Fu amore a prima vista: “Ancora oggi ripenso a Nakata: gli ho chiesto la cortesia di chiamarmi almeno una volta l’anno per rivivere quei magici momenti assieme”.

Esordì contro la Juve, siglando una doppietta che non valse la vittoria ma che lo lanciò nel calcio che conta. In un anno fece 10 gol, incantando per capacità tecniche ma anche per l’inserimento fuori dal campo: “Venivo dalle Montagne, Perugia inizialmente mi pareva una metropoli”. Dopo un’altra mezza stagione, venne comprato per la circa 30 miliardi dalla Roma di Sensi.

Rimarrà poco, chiuso dai fenomeni della rosa giallorossa ma soprattutto dai vincoli posti al numero di extracomunitari (impossibile togliere un posto a Batistuta, Cafù o Samuel), ma contribuì con 30 partite e soprattutto un gol decisivo nello scontro diretto contro la Juve. Senza mai una polemica, partì dopo solo una stagione prima verso Parma, poi Bologna per poi chiudere tra Fiorentina e Bolton una carriera per certi versi inimitabile.

Simbolo del calciatore moderno, uomo immagine per eccellenza della globalizzazione del calcio, ne ha capito l’importanza solo molto tardi: “Lì per lì non ho capito l’ìmportanza del calcio, di quel che stessi facendo. Avevo iniziato a giocare solo perchè mi permetteva d’essere indipendente economicamente dai miei. Poi, dopo il ritiro, ho notato che i romani ancora mi ricordavano per aver contribuito a quello scudetto. E che, soprattutto, in qualsiasi parte del mondo andassi venivo riconosciuto come “quello forte di FIFA”.

Nel 2001, durante la partita d’addio, l’allenatore degli Internationals che sfidavano i Nakata’s Friends, un certo Josè Mourinho, lo sfidò a calciare un rigore ad occhi chiusi. E fu rete. Forse, come diceva Gaucci, “Nakata ha gli occhi così stretti che nessuno capisce mai dome calcia”. O semplicemente Nakata ci sapeva fare.

In effetti, è stato l’unica star orientale in uno sport per occidentali. Colui che, semplicemente giocando una banale partita dall’altra parte del Mondo, ha polverizzato l’audience di Hanshin-Tigers di baseball, sport nipponico nazionale da sempre. Pioniere dei due mondi.

Si ringrazia Prisco Oliva per la collaborazione.