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Il 2004 fu l’anno della svolta europea. Quello dell’utopia divenuta realtà grazie ad una squadra operaia guidata da un eccentrico allenatore della Renania Settentrionale. Un’estate di follia e sudore in cui la Grecia deflagrò, uno a uno, i giganti del calcio continentale. Sotto i colpi di un cinismo (sportivo) che si sarebbe poi rivelato profetico. Mai favola fu più effimera del trionfo ellenico in Europa.

 «È vero: non posso dire che giochiamo un gran calcio, però è un calcio onesto. E questo è ciò che veramente conta.»

Her Otto onesto lo è sempre stato. E sull’onestà ha fondato buona parte della sua ampia carriera da mister di provincia. Di quelli col giaccone a vento sintetico a bordo campo e lo sguardo un po’ truce di chi pare avere una scorza dura, ma anche una determinazione unica e una generosità rara. Di quelli abituati fin dall’inizio a lottare, a sgomitare per conquistarsi qualsiasi traguardo. Anche il più piccolo. Rehhagel appartiene a quella categoria di tecnici vincenti ma costantemente snobbati dalle grandi piazze del calcio.

Re Otto, come ancora lo chiamano in Germania, è un grande normalizzatore. Al di là di paragoni superficiali all’italiana sul fatto che fu il “nuovo Trapattoni”, la sua figura si avvicina più a quella di Mr.Wolf in Pulp Fiction. Come Harvey Keitel nel capolavoro di Tarantino, lui risolve i problemi. E in fretta. Applicando un metodo. Problemi tattici, ma pur sempre spinosi.

Eppure Otto non è certo uomo da copertina, è l’antiedonismo fatto allenatore. E allo stesso modo il suo calcio: uber-pragmatico, fisico ed egualitario.

La versione tattico-atletica del concetto di classe operaia che va in paradiso. Sudando e soffrendo. Insomma, Rehhagel è uno concreto. Non è personalità da riflessioni da scuola filosofica teutonica applicata al calcio. Come invece avrebbero immaginato i visionari Monty Python un eventuale incontro fra Grecia e Germania.

E proprio con questi dettami vinse un clamoroso Meisterschale col Kaiserslautern partendo dalla Bundesliga 2; trionfò con la stessa ricetta anche sulla foce del Tejo, andando ad alzare un Europeo in faccia alla plumbea disperazione dei padroni di casa. Un finale shock. Un pezzo di storia.

Un’impresa irripetibile basata su un intreccio inestricabile di applicazione, fortuna, preparazione, determinazione, sacrificio e umiltà. E non come si è sentito ripetere spesso “soltanto grazie al catenaccio”, perché sarebbe togliere spessore e merito ad un exploit sportivo dalle modalità eroiche. O meglio, epiche. Come da millenaria tradizione ellenica.

Vincere un Europeo partendo per un’allegra scampagnata era già successo, ma la scanzonata Danimarca del ’92 era squadra ben più dotata di talento. La Grecia di Her Otto fu invece la versione fordista delle nazionali continentali. Un concentrato di compiti precisi e fatica. Rughe e barbe incolte. Libero e zona mista.

Appartiene ad altra epoca, appare vicina ad un periodo di lotte e rivendicazioni. Di picchetti e obiettivi comuni. Insomma, la Grecia del 2004, per una volta nella storia, sconfisse tutto e tutti grazie ad un’impostazione collettiva. Paritaria. Dove l’uno non esisteva, se non al servizio del bene comune. Rehhagel, tedesco di Essen, riuscì dove oggi l’Europa germanocentrica ha fallito sotto i colpi di un rigore economico che fa rima con smantellamento sociale e disuguaglianza diffusa. Soprattutto in Grecia.

Quell’Europeo fu un trionfo inaspettato e, per questo, memorabile. Una cavalcata serrata che rischiò di interrompersi ai gironi, dove soltanto un gol di Zizis Vryzas contro la Russia portò la nazionale ellenica alla fase finale. Facendo sognare un’altra Europa: quella di Vryzas. Accusato da più parti di catenaccio all’italiana, Rehhagel non si scompose più di tanto sapendo che la sua squadra, modesta ma abilissima, stava diventando uno spauracchio per molti.

Una mina vagante. Così successe che, ogni qual volta le pretendenti gli si schieravano contro, perdevano il loro smalto, la loro tempra, le loro certezze. Avvolte in una progressiva narcolessia, come nelle braccia del Dio greco del sonno: Morfeo. L’effetto fu questo. E fu letale per tutti. Esteticamente orribile, praticamente invincibile.

Dalla Francia di Zidane e Henry, campione in carica, al nobile Portogallo delle mezzepunte Deco-Cristiano Ronaldo-Figo-Rui Costa, fino alla quadratissima Repubblica Ceca di Nedved e Cech. Il gotha del calcio continentale si scopre impotente contro quella squadra povera e operaia. Una lotta di classe dove Davide vince contro Golia; pardon, Marx ed Engels trionfano sul capitalismo (pallonaro). Mettendo a nudo tutti i difetti altrui, portando avanti uno spirito collettivo difficilmente replicabile.

Insieme ad una bella dose di fortuna, ça va sans dire. Ma l’impianto di gioco di Rehhagel è qualcosa di più complesso del semplicistico tutti dietro e aspettiamo.

«Qui gioca chi se lo merita, non è un partito politico con le sue correnti. Il calcio è affare serio.»

La sua è anzitutto una squadra aggressiva, tenace, che va a pressare con sistematici raddoppi le fonti di gioco opposte. È così che asfissierà la Francia di Zizou e Vieira, scaraventandola in una crisi d’identità profonda. C’è poi quel tocco demodé, quel tassello che fa impazzire i media e manda i tifosi sull’orlo di una crisi di nervi: Traianos Dellas.

Il gigantesco difensore della Roma, in fase di non possesso, gioca 5 metri staccato rispetto alla linea di reparto. È a tutti gli effetti un libero. Che nel 2004 è oramai una figura mitologica degna della narrazione greca. Ma è una mossa decisiva.

Il copione è semplice, come nelle migliori trame, e la scalata al successo inarrestabile. Dellas, con la sua fisicità dirompente e il piglio deciso da caudillo sudamericano, sarà determinante soprattutto in semifinale. Dove riesce a segnare il silver gol della vittoria contro la Repubblica Ceca al 105°. Un’incornata epocale, nella partita più agonica della competizione. Dopo aver duellato per 100 minuti ad altezze disumane col colosso Jan Koller (202 cm), Traianos chiude il discorso con un taglio sul primo palo nel momento più insperato.

È il delirio. Incredulità. Contro una squadra solida, preparata e talentuosa come la Cechìa di Baros, Nedved, Cech e Rosicky il comandante Otto ce l’ha fatta, guadagnandosi una finale che ha dell’incredibile.

Ma l’ultimo atto è veramente territorio degli Dei. Scalata impossibile: c’è il Portogallo padrone di casa, al Da Luz, che schiera i suoi enormi talenti sulla trequarti. C’è un intero popolo che spinge, affamato di vittoria. Adesso o mai più. I lusitani non possono sbagliare, non questa volta. Hanno già perso la gara inaugurale con la Grecia e ora si trovano a fronteggiarla nel loro stadio, dopo un Europeo esaltante e al cardiopalma.

Tutto pende a favore del Portogallo: i vicoli dell’Alfama ribollono, il Castello di Sao Jorge, che domina la città, è agghindato con i colori nazionali e lungo le ampie passeggiate di Belém già si preparano i festeggiamenti per un avvenimento storico. E anche stavolta viene sottovalutato il team di Otto.

“Difensivista? Vi ricordo che il rigore contro il Portogallo l’ha causato un difensore, Seitaridis, che stava nell’area avversaria. La squadra deve essere orgogliosa di quello che ha fatto, ha unito i greci di tutto il mondo, il nostro football riesce dove non arriva la politica.”

Rehhagel ha preparato la partita come sempre, infiammando lo spogliatoio con frasi ed immagini evocative. Sa che la sua squadra è la migliore del torneo in quanto a condizione fisica e morale. Perché tutto gioca contro i portoghesi: attesa spasmodica, obbligo di fare la partita, nervi a fior di pelle.

È lo scenario ideale per la sua piccola macchina operaia, che brucia lucidità ed energia agli avversari col passare dei minuti. E lo spartito è sempre lo stesso, immutabile. Grecia ad aggredire col pressing di dieci giocatori, raddoppi sul portatore e baricentro basso. Un muro invalicabile. Che si muove a memoria, grazie anche a uomini congeniali a quel tipo di gioco speculativo e faticoso: Karagounis, Charisteas, Dellas, Seitaridis, Zagorakis e Basinas su tutti. Giocano una finale (e un Europeo) di altissimo livello.

Il resto, lo fanno la fortuna e la lucidità di Her Otto in panchina. Dopo un prevedibile inizio di marca lusitana, dove a turno Deco e un adolescente e fumoso Cristiano Ronaldo provano il colpo, la gara inizia a incanalarsi sui binari ellenici. La manovra portoghese diventa prevedibile e asfittica, all’intervallo la Grecia arriva con uno 0-0 poco sofferto e imposto ai suoi ritmi.

Insomma, l’impresa è nell’aria. Ma ancora una volta necessita di un episodio. Eccolo servito al 56°: calcio d’angolo. Va, come sempre, Basinas e, come spesso accade in quell’Europeo, incoccia il bomber Charisteas. 1-0. Potrebbe finire qui. La sensazione di impotenza davanti al muro greco è totale.

Aleggia sconforto in quel Da Luz vestito a festa. Una cappa opprimente schiaccia le meraviglie tecniche della squadra di una vecchia volpe come Scolari. Il Portogallo che aveva incantato l’Europa col Porto fresco vincitore della Champions, per mano di Mourinho, soccombe nell’appuntamento con la Storia nello stadio di casa. E a nulla valgono gli assalti finali di Rui Costa e Figo.

Sono gli ultimi spasmi di una vittima ormai cosciente del suo destino. La Grecia è sul tetto d’Europa. Per la prima volta, nel modo più inatteso. Trascinando in un baccanale di festeggiamenti senza fine un paese incredulo e orgoglioso.

«L’unica cosa che so è che se torno in Grecia in questo momento c’è spazio solo per una parola: festa. Il resto non m’interessa, sono chiacchiere inutili.»

Un’altra Europa è possibile: è quella della Grecia di Vryzas, decisivo per il miracolo con un gol che pareva inutile; è quella di un uomo competente di nome Otto, spesso snobbato in patria, che si è preso una rivincita epocale alla guida di una compagine umile e retrò, fortunata e laboriosa. Con un calcio vintage da osservare in Super8.

La favola del collettivo di outsider che piega l’individualismo. E magari, undici anni più tardi, qualcuno a Berlino o Bruxelles avrà pure preso appunti. O no?