Ancora oggi è difficilissimo vedere un bambino con la maglietta di Messi o di Cristiano Ronaldo. Piuttosto mostrano con orgoglio i nomi di Gurpegui, Ekiza o Iraola. Nessuno di questi è un personaggio di fama mondiale. Per la verità non sono nemmeno personaggi. Però a Bilbao sono idoli. E proprio per questo ha fatto tanto male la decisione di Llorente di abbandonare l’Athletic. Ha rotto l’ingenuo incantesimo della gente.”  (Santiago Segurola, cronista basco).

Orgoglio Basco

L’abbandono di Llorente, il Leone di Pamplona, nonostante fosse navarro di nascita e un po’ indolente in campo a detta dei bilbaini, con il passaggio alla Juventus, ha suscitato  davvero un bel po’ di fastidio fra i tifosi baschi. Per il giocatore è stato come passare da beniamino a traditore. Per i tifosi è stato come perdere la propria “verginità sportiva”. Un ragazzino cresciuto a pane e maglie a strisce biancorosse, prende parte e se ne va. Tanti saluti.

Che c’è di strano direte voi. Fossimo in un’altra parte del mondo, in qualunque altra parte, non succederebbe un tale pandemonio. Ma a Bilbao non è la stessa cosa. Il calcio è solamente la punta dell’iceberg di un’essenza totalizzante, profonda e radicata che si chiama orgoglio basco.

L’Athletic Bilbao non è in Spagna. Qui siamo nella regione chiamata “Euskal Herria”: Paese Basco. Anche nelle stazioni ferroviarie non è difficile trovare striscioni con su scritto “Tourist remember you are not in Spain”. Qui è nata l’ETA (Euskadi Ta Askatasuna), l’organizzazione politico-terroristica attiva fino al 2011, finalizzata alla creazione di uno Stato politico indipendente.

Un’organizzazione armata che però non ha suscitato altre derive violente, e soprattutto non ha scalfito l’impegno civile e democratico del popolo Euskadi. Qui si parla basco. Parole con tante X e K: algebra. Fatto sta che è l’unico idioma isolato d’Europa tuttora vivente, ovvero una lingua che non ha alcun legame con altre famiglie linguistiche.

È resistita a dominazioni ed invasioni barbariche. Niente ha potuto scalfire l’orgoglio di questa regione e del suo popolo. L’Athletic Bilbao, se vogliamo prendere in prestito il motto del Barcellona, è infatti “més que un club, più di un club.

Indipendenza-del-Paese-Basco-e-Athletic-Bilbao

Indipendenza basca e Athletic Bilbao

L’Athletic rappresenta a pieno lo spirito incarnato da tutti questi tratti identitari. Il calcio anche questa volta amplifica un modo di essere, di vivere il proprio territorio e di rappresentarlo in uno stadio, facendo il tifo per questa squadra. Non osiamo immaginare un bilbaino che tifa Real Madrid. Ci auguriamo per lui che questo non accada. Tifare per l’Athletic ed essere di Bilbao va da sé, di default. Unica nota esterofila, la h di Athletic nel nome, di origine anglosassone.

La storia dell’Athletic Club, infatti, non può discostarsi dalla situazione presente nel Golfo di Biscaglia alla fine del 1800. L’interscambio culturale con il Regno Unito, dovuto a rapporti commerciali che facevano arrivare materie prime dall’oltremanica, ha fatto sì che si importasse a Bilbao uno sport tipicamente inglese, il football, tanto che il nome della prima squadra bilbaina fu proprio Bilbao Football Club.

Il San Mamés

Squadra dalle origini antichissime, fu fondata nel 1898. Il primo trofeo nel 1902, sconfiggendo il Barcellona nella Coppa Nazionale. È il 1910, invece, che sancisce i colori dell’Athletic: il rojiblanco. Biancorossi fino ad oggi. Ed è dopo altri 3 anni che nasce lo Stadio, il famoso San Mamés. Il catino infernale dove l’Athletic ha dettato legge per quasi un secolo.

Venne chiamato così perché sorgeva su un terreno dove in precedenza era situata una Chiesa dedicata a Mamete di Cesarea, San Mamés appunto. Per tutti gli spagnoli, questo stadio è La Catedral. La vera Cattedrale di Bilbao. Ecco cosa dice Santiago Segurola a proposito dello stadio:

“La chiesa era dedicata a San Mamés, il martire che sapeva domare i leoni. Lo stadio ne ha preso in prestito il nome. Da allora è chiamato San Mamés, sebbene tra gli appassionati sia anche conosciuto come La Catedral. L’appellativo non è ironico. Non si deve alle sue umili origini, né alla vicinanza con la piccola chiesa. È diventato La Cattedrale perché non c’è stato stadio più rispettato in tutta la Spagna e perché, al tempo stesso, nessuno stadio è stato più rispettoso delle tradizioni del calcio”.

Passione calcistica che diventa quasi religiosa. Una struttura da idolatrare quasi quanto la squadra stessa, il San Mamés non può essere considerato alla stregua di tutti gli altri. Giocare lì dentro era come entrare in Chiesa, come mettere piede in una vera e propria Cattedrale. Una Via Crucis per chi passava di lì.

Sfide fra santi. Per Diego Maradona è stato lo stadio più emozionante dove ha messo piede, più bello persino del tanto amato San Paolo. Uno stadio con un tifo passionale e viscerale ma sempre corretto e rispettoso. Come ha detto Marcelo Bielsa, allenatore dell’Athletic dal 2011 al 2013, “ciò che rende storico uno stadio non è la sua architettura, ma quello che lì dentro succede. Il San Mamés non ti lascia mai solo, parla con i suoi calciatori, ti tende la mano per non lasciarti cadere”.

Luis Fernández, calciatore francese compagno di Platini nella nazionale degli anni ottanta e allenatore dell’Athletic dal ’96 al 2000, ha affermato:

Bilbao senza il San Mamés sarebbe come Parigi senza la Torre Eiffel”.

Come prevedere il futuro. Il vecchio San Mamés non c’è più. È stato demolito nel giugno del 2013 per fare spazio ad un nuovo stadio costruito a fianco delle ceneri del “padre”. Costo dell’operazione: 173 milioni di euro. Anche a Bilbao si sono dovuti fare due conti e mettere da parte i sentimenti. Si sono lanciati nel futuro con uno stadio a 5 stelle Uefa, ma lo spirito è rimasto quello di una volta. Chiedere ai napoletani, che ad Agosto 2014 sono dovuti andare là a lottare per il preliminare di Champions League. Anche un tifo come quello di Napoli si è dovuto inchinare all’Inferno dei vivi.

Si sono dovuti arrendere anche loro, nonostante i ragazzi della Curva B in quanto a tifo passionale hanno poco da imparare in ogni parte del mondo. Ma lì non c’è stato verso. Tuttavia, tra i ricordi dei tifosi partenopei rimarrà comunque l’accoglienza dei bilbaini con applausi scroscianti, abbracci e cori di incitamento.

Episodi che dalle nostre parti spesso ce li sogniamo. Un’atmosfera completamente diversa da quella che si respira nelle nostre trasferte. E anche questo è un altro tratto distintivo della Bilbao rispettosa, come detto in precedenza. Saper riconoscere la passione altrui e onorarla a prescindere dal risultato. Tanto di cappello.

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Ibai Gomez calcia un angolo davanti ad un San Mamés gremito

La Cantera Bilbaina

In campo solamente “ragazzi del posto”. Dovete sapere che, oltre a tutta l’autarchia a cui abbiamo già fatto riferimento, i giocatori dell’Athletic possono provenire solamente o da una delle sette province basche (sia di Hegoalde che di Iparralde), o che siano originari di lì, oppure che abbiano imparato a giocare a calcio nei circuiti giovanili della società.

Ad inizio 2010 un sondaggio compiuto tra i tifosi dell’Athletic da parte della dirigenza sulla possibilità di ingaggiare giocatori stranieri, ha portato ad un 94% di risposte negative, confermando la volontà dei tifosi di non cambiare il regolamento del Clúb.

Un secondo sondaggio relativo ad un’eventuale possibilità di tesserare giocatori oriundi (stranieri con origini basche), ha portato ad un 52% di risposte positive, ma solo se di prima generazione (con genitori o nonni baschi) oppure che abbiano iniziato a giocare nelle giovanili di squadre basche o con provata fede calcistica rojoblanca.

La cantera dell’Athletic è proprio uno dei fiori all’occhiello di tutta la Spagna e dell’intera Europa. Fin dal 1912 si è imposta una politica attiva sui giovani. È la risposta antimadridista e anticatalana a “La Fabrica” del Real e aLa Masiabarceloneta. I campi sportivi del centro tecnico di “Lezama” aprono le porte ai bambini e fanno uscire dei campioni: i Leones Rojiblancos che calcheranno il palcoscenico del San Mamés.

Tra i giocatori più estrosi saliti alla ribalta negli ultimi anni, saltano all’occhio i nomi di Julio Salinas, Rafael Alkorta, Julen Guerriero, Joseba Exteberria, Asier Del Horno, Fernando Llorente e Javi Martínez. Ma se si torna un po’ più indietro nel tempo possiamo andare alla scoperta dei grandi giocatori che hanno fatto la storia del Clúb. Vediamone qualcuno.

Le Vecchie Glorie

Tutti sanno che la classifica cannonieri di Spagna si chiama Pichichi. Ma pochi di voi sapranno il motivo. Rafael Moreno Aranzadi era un bomber degli anni ’20 e giocava per l’Athletic. Il suo soprannome era proprio Pichichi. 170 reti in 200 partite giocate. È morto alla giovane età di 29 anni per un forte attacco tifoideo. Da quel momento la classifica dei goleador porta il suo nome.

Andiamo un po’ più avanti nel tempo e troviamo un’altra leggenda del calcio spagnolo: Guillermo Gorostiza. Il trascinatore del primo periodo d’oro dell’Athletic a cavallo tra 1929 e 1935. Quattro campionati spagnoli vinti, altrettante Coppe di Spagna e due classifiche cannonieri.

Arriviamo a Telmo Zarra. Una leggenda assoluta del Club. Parola di Emilio Butragueño: “Tutti sono cresciuti con il mitico nome di Zarra”. Siamo a cavallo tra ’40 e ’50. Detentore di ben 6 Trofei Pichichi, con 251 reti all’attivo con la sola maglia dell’Athletic. In nazionale ha fatto 20 su 20. Tante presenze, tanti gol. Nel 50/51 l’ha buttata dentro 38 volte. Nel 42/43 vince lo Scudetto ma gioca solo 17 volte, segnando ovviamente 17 reti. Quando c’era Zarra tutti sapevano che partivano da -1.

Siamo al 1955/56. Arriva un allenatore dalla Cecoslovacchia: Ferdinand Daucik. Un pioniere dell’attacco totale. Lo Zdenek Zeman del dopoguerra. 2 Coppe di Spagna e uno Scudetto. L’unico riuscito ad infilarsi nello strapotere madrileno firmato Alfredo di Stefano. La grande avventura in Coppa Campioni si conclude in un incredibile quarto di finale perso sfortunatamente contro il Manchester United di Bobby Charlton e Dennis Viollet.

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Iribar entra in campo con la bandiera Euskadi contro il San Sebastian

Tra gli anni ’60 e ’70 spicca il nome di Iribar. Il portierone di Zarautz, secondo solo al mitico Ricardo Zamora in quanto a portieri spagnoli fino a quel momento. Ininterrottamente a guardia della porta bilbaina dal 1962 al 1980. Conta 614 presenze, record tuttora inviolato. Su Iribar si potrebbe scrivere un libro.

È la vera bandiera basca: “Sono stato nazionalista. Nella mia terra, nazionalismo significa da sempre autonomia, indipendenza, significa radicalismo, socialismo, marxismo. La izquierda. La politica mi interessava perché mi interessava la vita. La mia e quella di chi verrà dopo di me. E se davanti alla politica gli altri alzano le spalle, be’, peggio per loro. Portando quella bandiera in campo, diventai un mito per il popolo basco”. E così fu.

Quasi arrivati ai giorni nostri. L’Athletic che qualcuno di voi forse ricorderà. I ragazzi terribili dell’84. Guidati dal tecnico Javiér Clemente, el Rubio de Barakaldo, realizzano una storica doppietta in Campionato. I nomi di quegli anni sono Goikoetxea, Zubizzarreta e Sarabía. Vittoria dello Scudetto nell’82/83 e Triplete Spagnolo nel 1984: Campionato, Coppa e Supercoppa. È sicuramente l’Athletic più bello e vincente del calcio moderno. A Bilbao non si vinceva la Liga da 27 stagioni. Sono anni di grandi rivalità con il Barcellona di Menotti, che criticava il gioco espresso dai ragazzi di Clemente.

L’episodio che però riassume tutto l’odio tra rojiblancos e azulgrana è nei piedi del gigante di Alonsotegui: Andoni Goikoetxea. Ai più conosciuto come “Il Macellaio di Bilbao” o se preferite “El Carnicero”. Uno dei giocatori più fallosi di sempre. È infatti ricordato per il suo delicato intervento su Diego Maradona in un match della Liga, giocato al Camp Nou di Barcellona il 24 settembre 1983, in cui l’argentino subì una frattura scomposta della caviglia in tre differenti punti. Per gradire saltano anche malleolo e legamenti.

A seguito di questo brutale episodio, Goikoetxea rimedia ben diciotto giornate di squalifica dal giudice sportivo. Maradona proverà a vendicarsi nella finale di Coppe del Re nel Maggio del 1984, partita divenuta celebre per la rissa scoppiata a fine partita. Goiko comunque è stato perdonato, ma quella rimarrà per sempre la sua croce.

Ecco le parole di Andoni a distanza di anni che descrivono l’atmosfera che si viveva ai tempi:

“L’Athletic campione in carica giocava in trasferta al Camp Nou di Barcellona. Io avevo 27 anni, una figlia di 17 mesi, e nel 1981 avevo rotto un ginocchio a Schuster, costringendolo a uno stop di un anno. Il tedesco, che avrebbe poi allenato il Real, era del Barcellona. Allora il calcio spagnolo era duro: noi baschi dominavamo, la rivalità con il Barça era forte, e in campo in quei primi tempi di democrazia entravano rivendicazioni politiche; pulsioni autonomiste, frustrate per anni da Franco, di regioni che ancora oggi rivendicano la propria alterità”.

La rissa tra Athletic e Barcellona nella finale di Copa del Rey dell’84

L’Athletic di oggi

Dopo questa carrellata di nomi, storie e imprese lontane nel tempo, eccoci arrivati ai giorni d’oggi. L’Athletic Bilbao non vince il campionato da quel mitico 1984, ma tanti campioni sono passati da qui e la cantera di Lezama continua a sfornare pezzi pregiati. La società è in salute e vive di un azionariato popolare che investe sulla squadra ed è vicino ai colori biancorossi. Una delle poche società calcistiche spagnole a non essere una Sociedad Anónima Deportiva, con un fatturato da più di 70 milioni di euro.

E guai ad aprirsi troppo ai dettami del calcio moderno, solamente un po’ per volta. Piccoli aggiornamenti graduali. Come quando nel 2008 è stato deciso di inserire lo sponsor sulla maglia ufficiale fronteggiando l’ira dei tifosi più agguerriti. Tutt’oggi campeggia la scritta Petronor, il nome della compagnia petrolifera basca che si è legata commercialmente all’Athletic Bilbao. Sponsorizzazione sì, ma non usciamo comunque dal territorio d’origine.

Pochi mesi fa il Torino di mister Ventura è stato l’unico club nostrano ad uscire vincitore dal nuovo San Mamés. Una vera impresa per i granata, riusciti ad espugnare la roccaforte basca con un pirotecnico 2-3 a 15 minuti dal termine. Sfatando così il mito che le italiane laggiù non possono portare a casa i 3 punti.

Chissà se uno tra Goikoetxea, Zubizzareta, Guerrero o Iribar era seduto in tribuna a vedere la partita. Se così fosse, saranno stati comunque i primi a mischiarsi tra i tifosi Euskadi per incitare i Leones Rojiblancos al grido di: “Gaztedi gorri-zuria, zelai orlegian, Euskal Herriaren, erakusgarria! Athletic, Athletic zu zara nagusia!”.

Che non sappiamo cosa vuol dire, ma ci fa tanto piacere ascoltare.

L’inno dell’Athletic Club di Bilbao