21 min read

Parlare di Zdenek Zeman in maniera oggettiva non è facile, per almeno due ragioni. La prima è per l’approccio che si ha verso lo sport: quanto peso dare ai risultati? Quanto allo spettacolo?

La seconda questione ineludibile è il suo rapporto con un sistema calcio senza dubbio malato: le sue crociate contro intrighi di Palazzo e doping istituzionalizzato hanno sollevato negli anni infinite polemiche. Questa presa di posizione ne ha cambiato il destino, confinandolo ai margini del calcio che conta: ma quanto questa estromissione è diventata una comoda comfort zone?

Insomma, scrivere di Zeman impone mille scelte, che si prestano ad altrettante obiezioni: chiarire subito la mia posizione forse mi renderà più oggettivo nel raccontarlo. Sinceramente, credo il rapporto tra emozioni e trofei non sia proporzionale: l’Olanda di Cruijff e il Brasile di Socrates non hanno vinto niente, ma hanno lasciato il segno, come direbbe Lobanovski.

Quanto al metodo, non credo che “il fine giustifichi i mezzi”: vincere non è tutto, anche se le esigenze di top club multinazionali ce lo fanno credere. “Non è vero che non mi piace vincere: mi piace vincere rispettando le regole”, ama ripetere Zeman; lo sport è soprattutto divertimento e l’allenatore è anche un educatore.

Fatte queste premesse, proverò a raccontare la storia di Zdenek Zeman, il bastian contrario del calcio italiano: un funambolo in bilico tra retrocessioni, dichiarazioni scomode e spettacolo puro.

Gli esordi: tra Praga e Palermo

Zdenek Zeman nasce a Praga nel 1947: da ragazzo si diletta nell’hockey su ghiaccio e nella pallanuoto, sport caratteristici del blocco sovietico. A trasmettergli la passione per il calcio è lo zio Cestmír Vycpalek, allenatore delle giovanili del Palermo con un passato alla Juventus.

Come confesserà poi «Sono nato juventino, da piccolo dormivo con la maglia della Juve». Un inizio paradossale per l’uomo che quarant’anni dopo diventerà la nemesi storica dei bianconeri. Zdenek si trova in Sicilia quando, nel 1968, i carri armati sovietici entrano a Praga; decide quindi di restare con lo zio, e inizia ad allenare squadre dell’hinterland palermitano.

Il primo grande ispiratore del calcio di Zeman è il rumeno Stefan Kovacs, allenatore dello Steaua Bucarest e successore di Rinus Michels all’Ajax: «Aveva idee modernissime e un grande senso del collettivo. Come me veniva dalla scuola calcistica danubiana, dove già c’era l’idea del collettivo, di lavorare insieme. Solo che lì si giocava a ritmi bassi. Io ho voluto giocare ad altri ritmi ».

Un dirigente della Bacigalupo, Marcello Dell’Utri, vede giocare Zeman nel Cinisi e decide di tesserarlo: «Me lo presentò suo zio Vicpalek. Mi disse che da lui si era rifugiato questo nipote cecoslovacco, che di calcio non sapeva nulla, ma poteva essere un ottimo preparatore atletico. Così decisi di prenderlo con noi. Col tempo, si appassionò al calcio e capì che poteva essere un buon allenatore. Insomma, in un certo senso fui io a scoprirlo».

Zeman si laurea all’ISEF di Palermo con una tesi in medicina dello sport, e nel 1975 ottiene la cittadinanza italiana; fino al 1979 allena squadre dilettantistiche siciliane, finché non ottiene il patentino di allenatore a Coverciano. Per quattro anni allena le giovanili del Palermo; nel 1981 è lui a preparare il match della prima squadra contro il Milan, vinto 3-1 dai rosanero.

Nel 1983 debutta da professionista a Licata, in Serie C2: il livello del club è semidilettantistico («Qui un tecnico deve fare il magazziniere,il massaggiatore e all’occorrenza anche il medico»), ma Zeman non si fa problemi. Alla seconda stagione la squadra agrigentina vince il campionato, esibendo numeri alquanto insoliti: miglior attacco con 58 gol fatti (20 più del Frosinone) e 30 gol subiti, ben 14 in più rispetto al Sorrento arrivato secondo.

Serie C2 1984-1985, Girone D. Nelle ultime due colonne c'è già il destino di Zeman

L’anno successivo, in Serie C1, il Licata segna 40 gol, seconda squadra più prolifica del torneo: dopo un eccezionale girone d’andata (21 punti) i ragazzi di Zeman vanno in crisi nel girone di ritorno (10 punti), salvandosi solo all’ultima giornata. La squadra ha comunque messo in mostra un gran gioco e alcune buone individualità, come Maurizio Antonio Schillaci. Gli addetti ai lavori guardano incuriositi i risultati del Licata e in molti iniziano a pensare che nella provincia siciliana sia nata una stella.

Zeman prima di Zemanlandia

È l’estate del 1986 quando il ds del Foggia Pavone segnala Zeman alla famiglia Casillo, appena arrivata alla guida della società. L’allenatore boemo accetta entusiasta la proposta dei rossoneri: «Consideravo Foggia una grande piazza, ci venivano 15mila persone a vedere le partite. Era una piazza dove potevo far felici le persone». Poco prima della firma di Zeman, il Foggia è stato retrocesso d’ufficio in C2 per l’ennesimo scandalo calcioscommesse: solo il processo d’appello lima la condanna a 5 punti di penalizzazione da scontare nel campionato di Serie C1.

La squadra viene allestita frettolosamente, puntando soprattutto su alcuni giovani come Pasquale Padalino e Roberto Rambaudi. Tra i pochi elementi di continuità con il “vecchio” Foggia c’è un attaccante che guarda Zeman ammirato, e già studia da allenatore: l’attaccante si chiama Delio Rossi, e diventerà fedele seguace del culto zemaniano. Il Foggia è protagonista di una buona stagione, ma a sette giornate dalla fine Pasquale Casillo viene a sapere di un incontro tra Zeman, Luciano Moggi (ds del Torino) e Riccardo Sogliano (ds del Parma): il presidente foggiano si sente tradito e a fine anno caccia il tecnico boemo.

Zeman a Parma. Un'esperienza breve ma, al solito, intensa

Le voci non dovevano essere infondate: Zeman approda proprio a Parma, dove cercano un successore per la zona totale di Sacchi, approdato alla corte di Berlusconi. In un’amichevole estiva voluta dal nuovo patron Calisto Tanzi, il Parma di Zeman e dei giovani Apolloni e Minotti batte 2-1 il Real Madrid: La Stampa scrive «La mitica compagine spagnola è uscita battuta più di quanto non dica il punteggio nell’amichevole giocata con la squadra locale, che si presenta rinnovata per otto undicesimi».

Tutto lascia pensare alla promozione, ma la squadra fatica: Zeman non si tira indietro quando c’è da puntare il dito contro alcuni giocatori troppo rilassati, e i rapporti con la società precipitano. Appena due mesi dopo il trionfo con i Merengues, il boemo è esonerato.

L’anno successivo approda a Messina: ottavo posto in campionato, miglior attacco e seconda peggior difesa del torneo. Capocannoniere del campionato è proprio un giallorosso, Salvatore Schillaci: «Grazie alla preparazione di Zeman, io andavo a mille». A fine anno Totò firma per la Juventus, mentre Zeman decide di tornare a Foggia.

Zemanlandia

Per definire il campionato 1989/90 del Foggia la parola più adatta èschizofrenico”: roboanti vittorie in trasferta si alternano a inspiegabili debacle allo Zaccheria: peccato che dopo un promettente avvio  le sconfitte diventino una costante. A novembre, dopo quattro ko consecutivi, il boemo si consulta con il presidente Casillo.

Sembra di vederli, in un ufficio denso di fumo, a scambiarsi battute come in un western:

Casillo chiede «Tu cosa faresti al posto mio?».
Zeman, impassibile, espira una sigaretta senza filtro come la sua zona e risponde serafico: «Io caccerei l’allenatore». Casillo ci pensa su, e mentre lo guarda forse immagina quello spettacolo fino ad allora solo abbozzato. Poi scuote la testa e dice: «Io invece ti confermo».

Casillo dimostra che la pazienza, con Zeman, paga (quasi) sempre. La squadra inizia a girare ad una velocità doppia rispetto alle altre, e nei mesi successivi risale lentamente la classifica. A fine stagione, il Foggia arriva ottavo: la società è soddisfatta, i tifosi anche. Tutti sono concordi: intorno al gioco spumeggiante di Zeman si può davvero costruire il sogno promozione.

Siamo all’estate del 1990: Baggio, dopo aver fatto sollevare Firenze, sta facendo sognare l’Italia. Mentre le notti magiche infiammano lo Stivale, il Foggia si aggiudica Francesco Baiano, attaccante ripudiato dal Napoli. È l’innesto perfetto per completare il tridente rossonero: nella stagione 1990/91 Baiano, Signori e Rambaudi realizzanno 48 gol.

Il Foggia stravince il campionato e in tutta Italia si inizia a parlare di quella squadra spregiudicata e incosciente, capace di qualsiasi risultato in ogni campo. Il Foggia è tanto divertente e imprevedibile che fa tornare bambini; i giocatori – che durante la settimana faticano come in nessun altro club – giocano spensierati.

Sono velocissimi, e trasudano un divertimento coinvolgente: chi va a vedere il Foggia, qualunque sia il risultato, torna a casa leggermente intontito, come un bambino  uscito da un parco divertimenti: un luna park guidato da un Mangiafuoco taciturno, con la zazzera bionda e la sigaretta sempre accesa. Allo Zaccheria è nata Zemanlandia, il calcio che sembra un ottovolante: esportabile in tutti gli stadi di Italia. I risultati non saranno garantiti, ma lo spettacolo lo è di certo.

Il Foggia è in Serie A, e ha tutte le intenzioni di non fare la comparsa nel campionato più bello del mondo. In estate dalle macerie dell’Unione Sovietica arrivano Kolyvanov e Shalimov, protagonista di un indimenticabile coro dello Zaccheria (“L’ha mandato Gorbaciov – Igor, Igor Shalimov!”). La filosofia è semplice: il gioco è indipendente dagli interpreti e dall’avversario che si ha davanti.

Così la banda Zeman gioca alla sua maniera, a Napoli e Genova esattamente come faceva contro Avellino e Licata. Alla terza giornata, mentre Milan e Juventus pareggiano tra loro, il Foggia espugna Firenze, e il 15 settembre il Corriere dello Sport esce con un titolo destinato a fare epoca: «Juve o Milan? Meglio il Foggia».

I rossoneri sono incostanti, ma capaci di ogni risultato: il Foggia diventa la seconda squadra degli appassionati di tutta Italia, croce di ogni scommettitore del Totocalcio e delizia di ogni spettatore di 90º Minuto. A fine stagione i rossoneri arrivano noni, con il secondo miglior attacco dietro agli Invincibili del Milan.

A fine campionato, per Casillo è tempo di fare cassa: Baiano va a Firenze, Signori alla Lazio, Rambaudi all’Atalanta. La cessione in blocco del tridente dei miracoli fa pensare ad una smobilitazione irreversibile del progetto: senza il suo attacco, le montagne russe di Zemanlandia promettono di essere una picchiata senza fine verso la Serie B.

È proprio questa stagione il vero capolavoro del boemo: il Foggia riesce a salvarsi a discapito di squadre ben più quotate come la Fiorentina di Batistuta e Laudrup e il Brescia rumeno di Hagi e Lucescu.  I rossoneri forse sono meno spettacolari, ma più maturi, capace di vincere anche per 1-0: simbolo di questo nuovo Foggia è Luigi Di Biagio, centrocampista tuttofare che diventa il fulcro del gioco zemaniano.

La stagione 1993/94 è l’ultima del Maestro allo Zaccheria: il Foggia miscela i risultati spettacolari di due anni prima alla più recente concretezza. È l’ultimo campionato che assegna due punti a vittoria: tra Coppa Uefa e retrocessione ci sono 10 squadre in 6 punti. I rossoneri vedono sfumare la Uefa solo all’ultima giornata; a Foggia però si parla d’altro.

Ad aprile Pasquale Casillo viene arrestato per illecito fiscale, truffa alla CEE e camorra; l’imprenditore verrà assolto nel 2007, ma riuscirà comunque a gestire dal carcere il mercato del Foggia e della Salernitana, di cui è stato azionista fino al 1993. Zeman lascia lo Zaccheria per approdare alla Lazio.

Fedele alla linea: il 4-3-3

Zeman non ha mai nascosto il suo debito verso il calcio totale olandese di Rinus Michels:

«Il mio calcio è la miscela del vecchio calcio danubiano e del nuovo calcio, a quei tempi, olandese. Mi sono ispirato a quello e ho cercato di fare qualche cosa, compresa la regola che si difende solo verso avanti mai verso dietro ed io ho cercato di farla mia e di farla applicare alle mie squadre».

Il modulo non è mai stato in discussione: difesa a 4, una linea di centrocampo a 3 e tre punte veloci e possibilmente interscambiabili. Il 4-3-3 è l’unico modulo che permette ad ogni giocatore tre soluzioni di passaggio, e secondo Zeman «Non esiste un modulo migliore per coprire il campo».

Ai terzini si richiede un lavoro di spinta enorme, mentre il mediano deve coprire e ispirare l’azione di ripartenza connettendo terzini, interni di centrocampo e attaccanti. Il portiere tiene alto il baricentro e spesso fa anche il “libero”: Franco Mancini, numero 1 di Zeman a Foggia e Napoli, viene ribattezzato il René Higuita di Matera proprio per questa sua abilità, fondamentale per i meccanismi del boemo.

Franco Mancini Zdenek Zeman

L’indimenticato Franco Mancini. Con Zeman a Foggia, Napoli, Pescara

La marcatura a zona è un dogma, che non si mette in discussione nemmeno sulle palle inattive: «Marcare a uomo? Non dirò mai a un mio calciatore di giocare solo per controllare un avversario». Insomma, per Zeman una squadra non può né deve adattarsi al gioco altrui, né tantomeno alle individualità: deve creare gioco, e segnare un gol più dell’avversario.

Non si aspetta l’avversario, né ci si preoccupa di marcarlo a uomo: si pensa solo a costruire gioco, ricercando ossessivamente la profondità. Una versione impaziente, proletaria e verticale del tiki-taka. Il boemo ovviamente non dispone dell’incredibile potenziale tecnico del Barcellona, e deve quindi puntare sullo strapotere atletico per coprire tutto il campo in fase offensiva (scatti e verticalizzazioni) e difensiva (pressing asfissiante e baricentro altissimo).

La preparazione di Zeman non sarà scientifica, ma è incredibilmente rigida: già, perché ogni martedì si corre su e giù per i ripidissimi gradoni dello Zaccheria. Casillo ammette: «Pure io mi meravigliai dei gradoni: pensai che era pazzo» , ma Zeman spiega che «Se non c’è qualità, ci deve essere quantità». Smaltiti i carichi iniziali, le catene laterali diventano armi impressionanti: peccato che ci vogliano mesi per raggiungere una condizione fisica adatta a questo ritmo, un tempo spesso troppo lungo per la pazienza di presidenti e tifosi.

Fedele alla linea, ma spesso la linea non c’è.

Zeman tra Lazio e Roma

Arrivato alla Lazio, Zeman conferma immediatamente pregi e difetti della sua filosofia: quattro punte da cui attingere per creare il tridente (Rambaudi, Boksic, Signori e Casiraghi), gioco spregiudicato e risultati imprevedibili. Spulciando gli archivi, si fa fatica a trovare un titolo che non sia iperbolico: non c’è lunedì in cui i giornalisti esaltino il suo gioco spettacolare, salvo ravvedersi la settimana successiva per un’inaspettata battuta d’arresto. A volte – come nel derby vinto 2-0 o nello 0-3 inflitto alla Juventus a Torino – se ne critica proprio quel pragmatismo invocato a più riprese.

Quando non lo condannano i risultati, insomma, lo si accusa di abiurare le sue convinzioni; a difendere Zeman ci pensa Arrigo Sacchi, una sorta di doppelgänger del boemo:

«Uno come lui deve essere protetto. Tutti devono stare dalla sua parte: società, tifosi, giocatori. A quanti lo contestano voglio dire una cosa: la Lazio ha offerto un calcio straordinario».

A fine anno la Lazio è seconda dietro la corazzata Juventus: è il miglior piazzamento dallo scudetto del 1974. La Lazio può vantare il miglior attacco della Serie A, frutto anche dell’8-2 alla Fiorentina e del 7-1 al Foggia, e l’esplosione definitiva di un giovanissimo difensore, Alessandro Nesta.

Nella stagione 1995/1996 la Lazio non riesce a fare l’atteso salto di qualità: terzo posto dietro Milan e Juventus, con grande delusione del patron Cragnotti («Quest’anno si doveva fare di più con questo organico: non so che è successo»). Zeman è confermato, ma a Formello tira aria di rinnovamento: in estate se ne vanno Winter e Boksic e arrivano Pavel Nedved e Igor Protti, capocannoniere della stagione precedente in coabitazione con Signori.

I rapporti con la squadra non sono buoni, e i pessimi risultati fanno il resto: l’eliminazione in Coppa Uefa dopo un inspiegabile 5-3 con il Tenerife, e la sconfitta 3-0 nel derby d’andata mettono Zeman sulla graticola. I giocatori si ammutinano, scegliendo di adottare un modulo più congeniale alle loro caratteristiche nel derby di ritorno: il boemo dimostra di non gradire l’insubordinazione.

Casiraghi racconta: «Si vinse, ma il martedì Zeman si incazzò di brutto. Purtroppo il mister ha sempre dimostrato una rigidità che non gli ha mai giovato». A fine gennaio 1997, Zeman viene esonerato: a portare avanti il suo lavoro arriverà Eriksson, con cui due anni dopo la Lazio sarà Campione d’Italia.

Zeman ha lasciato la Lazio con dispiacere («Volevo solo farvi divertire») e forse con astio: quando il presidente della Roma lo chiama per ingaggiarlo, accetta immediatamente. Mi piace pensare che, con il telefono in una mano e la sigaretta nell’altra, abbia sorriso davanti alla proposta di Sensi. Cosa c’è di più provocatorio e pirotecnico? Come essere più zemaniani di così?

Il modulo del boemo, ovviamente, è un 4-3-3: Aldair guida una difesa che ha in Candela e Cafu due terzini di spinta perfetti, Luigi Di Biagio è il perno centrale di un centrocampo di fatica, al servizio del tridente Paulo Sergio-Totti-Balbo.

Antonello Venditti, Zdenek Zeman e Francesco Totti

Antonello Venditti, Zdenek Zeman e Francesco Totti

La storia di Zeman è un po’ come la sua filosofia di gioco: attendersi un campionato normale è come confidare in un ripensamento delle sue convinzioni. Banale nella sua incredibilità, anche con la Roma: i giallorossi alternano sconfitte impensabili a vittorie epocali, come il 5-0 sul Milan di Capello. La Roma chiude la stagione con 18 punti in più rispetto all’anno precedente, e la consacrazione definitiva del suo gioiellino Francesco Totti.

Il boemo trasforma Er Pupone nel Capitano, e Aldair è ben lieto di consegnare la fascia al giovane numero 10. Anche alla Roma, il primo anno è andato molto bene: tutto lascia sperare il meglio per la stagione 1998/1999, finché non inizia il Tour de France.

Zeman contro tutti

Francia, 8 luglio 1998: mentre Thuram segna una doppietta alla Croazia nella semifinale del Mondiale casalingo, a Lilla la polizia di frontiera franco-belga ferma una macchina per un controllo di routine. Nel bagagliaio ci sono anabolizzanti, anticoagulanti e duecentocinquanta dosi di eritropoietina, un ormone utilizzato per aumentare le prestazioni degli atleti aumentando la circolazione di ossigeno nel sangue: una farmacia ambulante, con tanto di provette e siringhe.

Alla guida della macchina il massaggiatore della Festina, una delle squadre più forti in lizza al Tour de France: inizia così uno dei più grandi scandali doping della storia del ciclismo.  Mentre in Italia moralizzatori di ogni sorta preparano il proprio campionario di retorica, qualche giornalista ha l’idea di intervistare Zeman a proposito di sport e doping:

«Cosa serve per essere i migliori nel calcio del Duemila? Bastano due persone, due figure che oggi sono indispensabili: un fenomeno della medicina, insomma uno che sappia di farmaci, e un altro laureato discretamente in economia, molto furbo. Il resto è solo coreografia, buona per la televisione. Spero che il calcio esca dalle farmacie e dagli uffici finanziari».

Le sue parole hanno l’effetto di un terremoto che scuote tutta la Serie A: dopo una frettolosa indagine, il CONI decide di chiudere l’inchiesta, dichiarando non esiste doping e criticando l’uso di integratori come la creatina, un prodotto border-line utilizzato anche dalla Lazio ai tempi di Zeman. Una soluzione all’italiana per l’ennesimo scandalo che ciclicamente colpisce il sistema calcio in Italia: errori e crimini sono dimenticati, e alla ripartenza del campionato le polemiche non faranno che aumentare gli ascolti.

Autoassoluzione e rimozione, come accade da sempre in questo Paese.

(credits: ansa/ungari)

A rompere l’idillio ci pensa Raffaele Guariniello, pm della Procura di Torino, che apre un’inchiesta sulle squadre sotto la sua giurisdizione: Torino e soprattutto Juventus. Zeman, chiamato a deporre, definisce “sbalorditive” le esplosioni muscolari di Vialli e Del Piero, scatenando un putiferio impensabile. Vialli lo definisce terrorista, Lippi ne chiede la radiazione, il procuratore di Del Piero minaccia querele:  il boemo però non sta puntando il dito solo contro la Juventus, ma contro la deriva che ha preso il calcio: finanza creativa, medicina sperimentale, strapotere delle tv.

Non attacca la Juventus, ma il sistema calcio: ed è tutto il sistema calcio che si schiera compatto a difesa della sua sopravvivenza. Nella stagione 1998/99, la Roma  delude le aspettative: nonostante, le promesse, a fine anno Sensi decide di non rinnovare il contratto dell’allenatore boemo. La sua carriera di fatto si interrompe: da allora Zeman è visto come un reietto.

Il messaggio è chiaro: Zeman deve rimanere un’anomalia tollerata – o addirittura utilizzata – da un sistema malato: buono finché sta in disparte, ma che nessuno si azzardi a renderlo protagonista. Perché a metterlo al centro della scena c’è il rischio che, prima di accendersi una sigaretta, illumini tutto il marcio che c’è intorno. E quello non fa audience.

Pescara: provaci ancora Zeman

Il pellegrinaggio di Zeman dopo il divorzio da Sensi è la parte trascurabile di una storia indimenticabile: nove squadre in undici anni, alla ricerca disperata di quella tranquillità che solo le piccole città del Sud Italia possono dare. Una camera con vista mare, dove si possa fumare una sigaretta senza troppa pressione: forse basta questo allo Zeman del Duemila.

Zeman Sigaretta

Anche noi a questo punto siamo perplessi, Mister

Intendiamoci: il primo colpevole del declino di Zeman è Zeman stesso. E non perché ha denunciato il doping, ma perché ha accettato la parte della comparsa, firmando contratti con società prive di progettualità. Certo, ci sono parentesi felici, come a Lecce, dove il boemo lancia Vucinic e Bojinov e assicura la salvezza ai giallorossi: ma dal tecnico più innovativo e spettacolare degli anni ’90 è doveroso aspettarsi di più.

Nel 2010 torna a Foggia, in Lega Pro, ma non basta ritrovare Casillo e Pavone per ricreare i fasti di Zemanlandia. A fine anno Zeman si dimette e se ne va a Pescara: qui  porta alla ribalta Immobile, Insigne e Verratti, e a fine anno stravince il campionato. Guardate come i giovani biancoazzurri festeggiano il Maestro, all’apparenza così burbero e schivo.

La promozione del Pescara è, al momento, l’ultimo miracolo di Zeman.

Bonus track

Zeman ha voluto portare comunque avanti la sua battaglia contro il doping, il calcio scommesse e i mille intrighi che inquinano lo sport in Italia: solo per questo, gli va riconosciuto un coraggio unico. Sappiamo tutti come in Italia non conti solo saper dirigere la propria squadra, ma anche “sapersi vendere”, assecondando una Federazione in mano a pupari e macchiette.

Con il tempo, però, questa sacrosanta battaglia è diventata la coperta sotto la quale nascondere i propri errori: l’ortodosso Zeman ha dimostrato poca minuziosità nello scegliersi gli incarichi. Perfetto e perfezionista nelle scelte tattiche, sbadato e approssimativo in quelle strategiche: non è un caso che l’unico grande club che l’abbia voluto, dopo la grande stagione a Pescara, sia stata la Roma, legata a lui da un rapporto emotivo che va oltre i risultati.

Ma Zeman è incapace di garantire successi e ricavi nel breve (e nel lungo?) periodo: Pallotta non è Sensi, e ai top club non c’è tempo per gli esperimenti.

C’è un’immagine che riassume tutto il declino dello Zeman Bis, e risale alla tournée negli USA: nella foto, il boemo è tutto quello che uno zemaniano non vorrebbe mai: è il Maestro che diventa testimonial, l’educatore in posa per ragioni promozionali, il castigatore sedotto dagli sponsor. Siamo abituati all’invadenza delle televisioni, ma pensavamo che il rigore morale elevasse Zeman a qualcosa di diverso. Più vicino al campo che non al business che gli gira intorno.

Valeva davvero la pena tornare a Roma?

Dal 1998, Zeman si è messo contro tutti quelli squadroni che comunque non l’avrebbero mai tesserato: perché è scomodo e perché non dà garanzie. D’altra parte si è guadagnato la stima dei critici e di milioni di appassionati, assicurandosi una nicchia di popolarità insensibile agli insuccessi.

Da qualche parte ci sarà sempre un presidente pronto a promettere il ritorno di Zemanlandia: i tifosi potranno sperare nonostante campagne acquisti poco convincenti, e l’alibi dello spettacolo coprirà per mesi l’assenza di risultati. Zeman si presta al gioco, con una facilità che non fa onore al suo personaggio: difficile credere che sia realmente convinto dai fantomatici progetti che puntualmente gli si parano davanti. Troppo impegnato nelle dichiarazioni, sembra che i palesi intrighi di Palazzo siano diventati una facile giustificazione.

Adesso che hai quasi 70 anni; adesso che rischi di diventare una maschera della commedia pallonara all’italiana, proprio come i tuoi nemici; adesso che anche i devoti più fedeli si nascondono. Adesso cosa vuoi fare, vecchio Zdenek?

Continuerai a inseguire ingaggi improbabili o tornerai finalmente a inseguire progetti? Lancerai altri giovani e farai sentire il centro del mondo qualche periferia del calcio? Continuerai a farti scegliere da presidenti in disarmo o finalmente sceglierai? Se aspetterai un progetto vero e un ambiente che sappia aspettarti, potrai dire ancora tanto: in campo e fuori.

Sì, perché anche le sacrosante battaglie contro le mille metastasi del calcio italiano torneranno ad avere autorevolezza appena Zemanlandia riaprirà. Torneremo a divertirci insieme, ad illuderci che un qualsiasi Foggia possa far tremare il Milan: se non vincerai lo scudetto per noi sarà lo stesso. Perché in fondo, come diceva Socrates, “Essere campioni è un dettaglio”.

Pierpaolo Barresi Zdenek Zeman

L’illustrazione di Pierpaolo Barresi su Zdenek Zeman

Torna Zeman, ma per davvero: abbiamo bisogno del tuo spettacolo di verticalizzazioni, attacchi cocciuti e incoscienti, rovesciamenti di fronte continui. Soprattutto, abbiamo bisogno di divertirci senza pensare al risultato: perché di bilanci, muscoli e bacheche gonfiate a dismisura ne siamo pieni. Abbiamo solo voglia di fare un altro giro sull’ottovolante: perché i trofei prendono la polvere, le emozioni no. La rivoluzione non può essere finita: Maestro, riportaci a Zemanlandia.