Quello che sto per raccontare non è un fatto storico acclarato. È un miscuglio di leggenda, realtà e propaganda. Avete presente il film “Fuga per la Vittoria”? Dai, con Pelè che segna di rovesciata ai nazisti e un improbabile Sylvester Stallone portiere all’americana, tutto papere e rigori parati. Ecco, John Huston per girare quel film si è ispirato a questa storia.

Ucraina, giugno 1942. I tedeschi, freschi vincitori della seconda battaglia di Harkov e prossimi all’offensiva contro Stalingrado, fanno prove di normalizzazione in quel di Kiev. E che c’è di meglio che organizzare un bel campionato di calcio, che faccia dimenticare stragi e deportazioni?

Dal film Fuga per la Vittoria di John Huston

Sei squadre: due ungheresi, una rumena e una tedesca, tutte allestite su direttiva del comando tedesco con i soldati delle armate d’invasione che avessero una certa esperienza calcistica quando erano ancora dei civili. E due squadre locali, una creata dai collaborazionisti ucraini, e una formata prendendo i lavoratori di un panificio di Kiev confiscato dai tedeschi e diretto da un tal Kordik.

Questo tale, un ceco di Moravia, era un appassionato di calcio, ed ebbe l’idea di assumere nel suo panificio tutta una serie di ex-calciatori per poter riallestire una piccola squadra di calcio. L’idea era di alleviare un po’ le sciagure della guerra a questi suoi dipendenti, che così avrebbero reso di più al lavoro.

Così per prima cosa assunse Nikolai Trusevich, probabilmente evitandone la deportazione. Trusevich era un ingegnere pianificatore, era una persona istruita, un membro dell’intellighenzia si potrebbe dire. Un genere di persone che i nazisti fucilavano nei paesi occupati, ma che come semplice forza lavoro al servizio dei tedeschi potevano pure sopravvivere.

Però Trusevich era anche un portiere. Portiere fortissimo di una giovane ed emergente Dynamo Kiev, che prima della guerra sfiorò per tre volte la vittoria del campionato sovietico. E così ricevette l’incarico di contattare i suoi ex-compagni per convincerli a lavorare per Kordik. In fondo offriva la possibilità di un lavoro, un po’ di cibo e un minimo di protezione. Anche se accettare di lavorare per il nemico equivaleva alla diserzione.

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Non fu possibile rintracciare tutti, alcuni ex-compagni erano caduti in guerra, altri deportati, altri si erano dati alla macchia. E allora furono contattati anche ex calciatori militanti nella Lokomotyv, l’altra squadra di Kiev. Quanto bastava per arrivare a 11 elementi e poter fare qualche partitella. E così il comando tedesco, che ebbe l’idea di allestire il campionato, si trovò già pronta e ai suoi servizi una bella squadra locale, da poter maltrattare anche sul campo di calcio. O così credevano.

Kordik iscrisse i suoi al torneo, e la squadra fu battezzata FC Start. Trusevich ne divenne il capitano. Sviridovskiy, già perno della Dynamo che nel ’36 arrivò seconda nel campionato sovietico, fu l’allenatore-giocatore della squadra.

Dovevano essere la cenerentola del torneo. Lavoravano duramente tutto il giorno, erano malnultriti e in condizioni atletiche disastrose. Non avevano nemmeno le maglie. Ma la leggenda narra che pochi giorni prima dell’inizio del torneo, Trusevich e Putistin (altro veterano della Dynamo del ’36), rovistando in un magazzino abbandonato, trovarono delle divise di calcio in condizioni quasi perfette.

Colore della maglia: Rosso. Nero per il portiere. Quello era l’abbinamento anche della nazionale di calcio sovietica. E l’idea che a tutti ronzava da un po’ nella testa, si concretizzò: non potevano più combattere con le armi, avrebbero combattuto con il pallone.

7 giugno, Kiev, Stadio della Repubblica (l’attuale stadio Olimpico di Kiev): La Start gioca contro la Ruch, la squadra dei collaborazionisti. Risultato finale: 7-2. Esordio con il botto. La notizia fa subito rumore, i tedeschi spostano le partite nel più piccolo stadio Zenit per evitare assembramenti.

Lo Zenit viene subito battezzato: 6-2 sugli ungheresi. Pochi giorni dopo, è la volta della squadra rumena: 11-0. La popolazione mormora, va allo stadio e festeggia le vittorie di una squadra che ha i colori della bandiera nazionale. Bisogna stroncarli.

Il 17 luglio tocca alla squadra tedesca. È già programmata per il 19 la partita con l’altra squadra ungherese. L’idea è di triturarli subito e poi infierire due giorni dopo. Niente va come previsto dai nazisti, nonostante minacce e arbitraggi a favore: 6-0 prima, 5-1 poi. Ci s’inventa allora la ripetizione della partita contro gli ungheresi. Trusevich e compagni sono alla terza partita in quattro giorni, ma la spuntano ancora: 3-2.

In alto Kiev distrutta dalla guerra

È indispensabile che la Start venga sconfitta. Con qualunque mezzo, in qualunque occasione, ma sul campo. Fucilarli e basta vorrebbe dire farne dei martiri. Allora i tedeschi si giocano l’ultima arma: mandano a giocare a Kiev la Flakelf, la squadra della Luftwaffe, formata in buona parte da calciatori professionisti. Fuori da ogni regola, si decide che sarà una doppia finale tra la Start e la Flakelf servirà a stabilire il vincitore del torneo.

6 agosto, Kiev, Stadio Zenit, finale di andata: Mentre Stalin dà il comando “Non un passo indietro!”, la Start batte la Flakelf 5-1. È come offrire il collo al boia.

In fretta e furia i tedeschi vanno a richiamare da tutto il fronte orientale i migliori calciatori che combattono per loro. Mettono un SS ad arbitrare. Organizzano tre giorni di fanfare per ricordare a tutti che il Flakerf vincerà.

9 agosto: l’arbitro va nello spogliatoio della Start e ricorda che è obbligatorio il saluto nazista prima del fischio d’inizio. Ma una volta in campo, dopo che i tedeschi si sono esibiti nel loro “Heil Hitler!”, i sovietici, a capo chino, pensano un attimo. E subito dopo all’unisono gridano “Fitzcult Hura!”. Significa “viva la cultura fisica!”, era il motto tradizionale degli atleti sovietici. Ennesimo affronto. Pagato caro da subito.

Lo stadio è imbottito di militari armati, che sparano in campo per terrorizzare gli ucraini. E sul rettangolo verde è un rodeo. Ai tedeschi è permesso tutto, e tutte le stanno facendo pagare agli uomini della Start. Al quarto d’ora Trusevich è colpito durissimo alla testa e rimane per alcuni minuti a terra privo di sensi, i tedeschi ne approfittano e passano in vantaggio. Stadio in tripudio e raffiche di mitra verso il settore ucraino.

È in quel momento che scatta l’ultima molla di follia dei sovietici. Sanno che se la Flakelf non vince, loro sono morti. Ma l’orgoglio, sportivo e patriottico, prevale. E così punizione, tiro del centravanti Kuzmenko dai 30 metri, gol. Pareggio. Goncharenko, il numero 10 della squadra, parte in serpentina. Gol. 2-1. Ancora, cross dentro, semirovesciata di Goncharenko. Gol. 3-1. Fine del primo tempo.

I ragazzi della Start

Nell’intervallo, un collaborazionista (o un ufficiale SS), va nello spogliatoio della Start e testualmente dice: Siamo veramente impressionati dalla vostra abilità calcistica e abbiamo ammirato il vostro gioco del primo tempo. Ora però dovete capire che non potete sperare di vincere. Prima di tornare in campo, prendetevi un minuto per pensare alle conseguenze.”

Si pensa, si tentenna, si torna in campo. I tedeschi riescono a pareggiare. Ma gli ucraini non si piegano. Ribaltano ancora il risultato, e si portano sul 5-3. E ancora attaccano. Il difensore Klimenko prende palla e si fa tutto il campo saltando gli avversari. E dopo aver dribblato anche il portiere, avanza e si ferma sulla linea di porta. E lì, come segno di disprezzo, si gira e calcia il pallone verso la metà campo. È l’ultimo affronto, non serve proseguire oltre. L’arbitro fischia la fine. Della partita e delle loro vite.

Da qui ci sono varie versioni che esaltano il modo di affrontare la morte. Ma al di là di questo e delle date, tutte le storie coincidono riguardo alla morte sotto tortura di Nikolai Korotkikh, il mediano della squadra ed ex funzionario di polizia, e della fuciliazione di Klimenko, Trusevich e Kuzmenko nel campo di concentramento di Syrec. Solo Goncharenko e Sviridovskiy riuscirono a fuggire. Nel ’43 combattevano nuovamente con l’Armata Rossa. Ma fino alla morte di Stalin furono trattati come disertori. Degli altri, si persero le tracce con la loro deportazione.

Nel 1981 lo stadio Zenit fu ribattezzato stadio Start. Un monumento si trova all’ingresso dello stadio per ricordare la squadra. Sulla destra, ora campeggia una targa con dedica: “A uno che se la merita”. Dedicato a Makar Goncharenko, morto a Kiev nel 1997, autore di una doppietta nel 5-3 nella partita della morte.

Noi non sappiamo se tutto questo è vero. Ma sarebbe bello crederci.