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Gianni Comandini è stato un attaccante, un centravanti-boa di rigorosa tradizione anni ’90. Gianni Comandini ha abbandonato il calcio giocato a 28 anni, iniziando una seconda vita decisamente più affascinante.

Strane storie quelle dei centravanti di provincia. Di quelli nati con un discreto talento ma non sufficiente per garantire una carriera rosea fatta di picchi sportivi e grandi ingaggi. Una costante ineluttabile nel percorso calcistico che proietta un ragazzo della Romagna alla ribalta, magari su palcoscenici di spessore internazionale. Ascesa, effimera esplosione e progressivo declino: normalizzazione. Soprattutto se sei un centravanti.

È un copione che si potrebbe applicare all’infinito, una sceneggiatura usurata passata di mano in mano, ma che ancora continua a circolare. A meno che non ti chiami Gianni Comandini. E decidi di fare a modo tuo. Improvvisamente.

«Il calcio? L’ambiente era bello ed emozionante ma anche poco umano. Questo fu uno dei motivi che mi portò alla decisione di lasciare, non mi sentivo più a mio agio».

Potrebbe essere il soggetto di un film di Park Chan-wook, di quelli dove il colpo di scena rivela la vera identità di un personaggio. La personalità troppo a lungo soffocata in un contesto disgiunto, esterno, coercitivo. Ma qui, come ben sappiamo, non siamo a Seul e tantomeno ci sono di mezzo vendette sanguinolente ed efferate. Ci troviamo nell’epicentro della Zona Rossa, nella città di Raoul Casadei e del buon vino. Sangiovese e colline, riviera e cantautorato nostrano. E calcio.

Il gioco che scandisce le pause e i pomeriggi di ogni ragazzo italiano cresciuto in provincia; quello che decide di intraprendere come percorso di vita un giovanissimo attaccante dalla chioma ingellata, il fisico asciutto e la barba incolta. Il prototipo del centravanti anni ’90. Che a 18 anni si trova catapultato in Serie B, esordendo con la maglia della sua città: Cesena.

Gianni Comandini è ancora un attaccante acerbo e dall’aria trasognata, ma deciso a puntare in alto. Sgomitando e facendo a spallate per guadagnare una posizione di rilievo nel calcio che conta. Proprio come era solito fare in area di rigore. Umiltà e carattere a profusione. Doti essenziali, se non nasci con i piedi o la visione di gioco di Riquelme. Doti nelle quali Comandini eccelle.

È il 1995, l’Italia è una sorta di El Dorado tecnico del pallone: Serie A e Serie B sono campionati incredibilmente competitivi. Basti pensare che due anni prima la classifica marcatori della serie cadetta recitava: Condor Agostini in testa, e poi una batteria di bomber da far tremare i polsi: Batistuta, Bierhoff, Galderisi, Carnevale, Chiesa, Tovalieri e Filippo Inzaghi. Insomma, esordire a 18 anni in questo scenario rischia di far rima con “bruciarsi la carriera”. E invece no. O meglio, non ancora.

Comandini assaggia il primo boccone di calcio professionistico e va a farsi le ossa in Toscana, scendendo in C1 al Montevarchi. Da che esiste il mondo, la categoria dove giovanissimi calciatori vengono gettati in terreni da gioco infami e ambienti accesissimi. L’equivalente calcistico di un romanzo di formazione à-la Goethe. Torna a Cesena dopo un anno e tre gol in categoria, con litri di sudore lasciati sul campo e un’esperienza formativa che gli permette di affrontare la C1 da protagonista. Cosa che puntualmente avviene: infila 6 gol, rivelandosi poi determinante per la promozione in B dei romagnoli.

È il 1998, si è appena concluso il Mondiale di Francia con le due storiche zuccate di Zidane al Brasile, mentre qualche centinaio di kilometri più a sud un bomber di provincia cavalca l’onda della Serie B con la squadra della sua città, trascinandola alla salvezza grazie a delle incornate perentorie. Lo score finale è da attaccante di spessore: 35 presenze e 14 gol, ad appena 21 anni.

Il nome inizia a girare, le attenzioni si fanno pressanti. La spunta il Vicenza di un allenatore esperto, un goriziano di poche parole che fa di concretezza e abnegazione i suoi tratti distintivi: Edy Reja. È il mister ideale per una personalità come quella di Comandini. Che sboccia definitivamente. A fine anno il Vicenza vince nettamente il campionato cadetto e Comandini domina con 21 gol. Al pari di un bucaniere come Dario Hubner. Forma una coppia d’attacco tutta grinta ed esplosività col Toro di Sora, Pasquale Luiso, trascinando i biancorossi in Serie A.

Arriva l’estate e con essa un Europeo Under 21 da protagonista. L’Italia di Tardelli vince il quarto titolo di categoria grazie soprattutto alle invenzioni di una giovane mezzapunta bresciana, parecchio taciturna e altrettanto decisiva sul terreno di gioco. È Andrea Pirlo, che segnerà una doppietta in finale.

Comandini gioca un ottimo Europeo, andando a segno nella gara inaugurale e formando una coppia completa ed efficace con un giovane compagno di reparto che brucerà malamente una carriera iniziata col botto: Nicola Ventola. L’Italia trionfa con praticità e spirito di sacrificio e Comandini è il riferimento offensivo di quella solidissima nazionale giovanile.

Il copione è scritto, il salto definitivo è pronto. Per Comandini si spalanca il sipario della Scala del calcio: stadio Meazza in San Siro, casacca a strisce rossonere. 20 miliardi di lire e Gianni è del Milan. Da Bucchi e Sgrigna a Boban e Shevchenko: un ascensore sociale che profuma di nobiltà calcistica.

Ed ecco il punto di non ritorno, quello dove la storia si complica. Comandini, novello panzer in rampa di lancio, mostra tutti i suoi limiti. Al Milan soffre. Nonostante un impegno encomiabile non è adatto ad una realtà abituata ad avere 6 attaccanti di alto livello che si giocano un paio di posti su più competizioni. Però, anche stavolta, scrive una di quelle pagine che entreranno nella memoria collettiva. È la sera del derby della Madonnina. E Comandini, da buon rincalzo di provincia, si ergerà ad attore principale: è lui la star del derby.

«Quella partita ha rappresentato per me l’emozione calcistica più grande. Ancora oggi mi fermano per quella doppietta, è la cosa che la gente più ricorda di me».

La partita è un monologo a tinte rossonere, anzi, di più: un’onta epocale per l’Inter. Di quelle che rimangono prima nella memoria e poi nelle statistiche. Finisce 0-6 per il Milan, con doppietta di Gianni. Assoluto protagonista di una partita surreale e a tratti grottesca. Da quel giorno lo ricordano tutti. Pellegatti lo soprannomina Sentenza, un po’ pistolero western e un po’ killer della mala de Il Padrino. Insomma, uno pochi fronzoli e tanta concretezza. Un centravanti che si apre la strada con colpi di testa secchi e precisi.

Comandini però non riesce a compiere il salto, né a trovare continuità e tantomeno presenze. Quella doppietta nel derby è il canto del cigno del bomber della Riviera. Se ne va da San Siro dopo appena un anno e 13 presenze, tormentato anche da continui fastidi fisici. L’Atalanta decide di comprarlo per farne il nuovo ariete da salvezza. Sborsa 30 miliardi di lire, una cifra totalmente fuori contesto dalle parti di Zingonia. Il passaggio fa scalpore e Gianni torna in provincia con la fama (e l’attesa) del messìa a cui aggrapparsi per un’annata tranquilla. Di quelle da 36 punti in tasca e arrivederci a settembre.

La Dea si salva, ma Comandini arranca: mette insieme 30 presenze e sigla 4 gol. Non ha più lo smalto che l’aveva contraddistinto in B, non regge – per vari motivi – una Serie A ad alto livello. Decide così, dopo un pugno di anni passati nel costante salto fra A e B e tra Bergamo e Genova (sponda Grifone), di giocarsi gli ultimi 6 mesi di carriera a Terni. Quello con la Ternana sarà l’ultimo scampolo di calcio giocato per il Sentenza.

«Grazie al calcio ho girato il mondo ma sempre in ambienti controllati, io avevo la curiosità di vedere cosa c’era fuori da questo ambiente. Compravo il biglietto per il volo, prendevo una guida e lo zaino e partivo, improvvisavo. Dormivo ovunque, anche negli ostelli o in spiaggia, ero quello che volevo. Sono stato in Brasile per sei mesi, Puerto Rico, Panama, un anno in Messico, in Australia, Fiji, Nuova Zelanda. Il surf è diventato il mio hobby, a differenza del calcio non ci sono regole, è uno sport che vuol dire libertà. L’avventura da dj? Era la mia passione la musica».

Dopo 7 presenze e 2 gol, Gianni si ritira. È irremovibile. Ha appena 28 anni ma la vita richiede altro perché il mondo chiama. E Comandini risponde. Dal momento del ritiro inizia la sua vera vita: parte alla scoperta di paesi e continenti lontani, coltivando sempre più la passione per la tavola da surf.

Inizia un tourbillon di biglietti aerei, spostamenti di fortuna e sudore appiccicoso da clima tropicale. Comandini sveste la casacca sintetica da calcio per infilare la muta impermeabile del surfista. Brasile, Australia, Nuova Zelanda, Bali, Sri Lanka: sono soltanto alcuni dei luoghi che visita in un pellegrinaggio frenetico, costantemente vissuto sulla cresta dell’onda. E stavolta sì, senza paura. Dorme in spiaggia, in ostelli, in bungalow sperduti. Insomma, per anni fa quello che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha sognato di fare.

Gianni Comandini versione Patrick Swayze in Point Break

Ma non c’è soltanto il surf. Comandini è un viaggiatore a tutto tondo, ne approfitta per vedere con i suoi occhi le attrazioni del globo calandosi nella realtà del viaggio con lo zaino in spalla. È il backpacker del gol. Anche in questo il suo stile non muta: pochi fronzoli, tanta sostanza. E una passione che l’ha sempre accompagnato nei suoi viaggi: la musica. Preferibilmente rock. Da buon adolescente cresciuto negli anni ’90.

Gianni tutt’oggi gestisce un locale a Cesena dove si cimenta anche in veste di Dj. Niente di pretenzioso, come tiene a sottolineare, soltanto una passione a cui dare sfogo ogni tanto. Quando ne sente la necessità. Un po’ come il calcio, verrebbe da dire. O come il calcio inteso da Comandini: un gioco divertente e bellissimo, ma un mezzo per arrivare ad altro. A qualcosa di più. Che va oltre.

«Penso che la vita sia fatta di cicli. Per molti il calcio ha rappresentato la parte più importante della loro vita, per me ha rappresentato una parte importante che mi ha permesso di fare altro. Mi sono innamorato della tavola da surf: con lei non ci sono regole, non ci sono obblighi. È uno degli sport che esprime maggiore libertà: proprio quella che stavo cercando.»

E tra un riff di Angus Young e un tiratissimo slap di basso di Flea, il buon Comandini riesce ancora a stupire grazie alla sua semplicità. Magari senza più quelle mani portate all’orecchio, ma con un paio di cuffie in testa. Perché, nella musica come nel surf, è tutta una questione di vibrazioni. In attesa della grande onda: proprio come in Point Break. O più semplicemente di Good Vibrations.