Un tuffo nella provincia italiana, più precisamente a ridosso delle fasce laterali, dove negli anni ’90 scorrazzavano alcuni personaggi degni quantomeno di essere ricordati. Tra alleanze politiche sospette, calcioscommesse, spy-story, truffe e illeciti sportivi, è necessario scordarsi delle fascette di Beckham, dei capelli biondi al vento di McManaman e Nedved, delle galoppate di Overmars o dei dribbling di Luis Figo.

Scordati pure dell’attuale equivalente dei numeri 7, super-atleti prestati al mondo del pallone, in grado di ricoprire qualsiasi ruolo in attacco (da Bale a Ronaldo, da Robben a Ribery), impeccabili sia dentro che fuori dal campo, e spesso valorizzati da un 4-2-3-1 in grado di alleggerirli in fase di non possesso da compiti difensivi e di liberarne il talento da metà campo in su.

Già, perché i personaggi di cui parliamo non solo se la dovevano fare tutta, la fase difensiva, ma dovevano anche prestarsi al gioco delle ripartenze in contropiede, necessario quando la tua squadra gioca più per non prendere gol che per realizzarlo. Maratoneti prestati al pallone che, tra campi sgangherati e tè offerto nell’intervallo, sono rimasti nei cuori dei tifosi di provincia e non solo.

Ne selezioniamo cinque per motivi di spazio, ma le ali che hanno segnato il nostro immaginario sono molte di più.

Carlo Nervo

Veneto doc, è impossibile slegare il ricordo del talento di Bassano dalla maglia del Bologna, squadra in cui ha militato per 12 stagioni (interrotte da un prestito a fine carriera al Catanzaro). Tra politica – è stato sindaco, in lista per la Lega Nord, di un paesino del Vicentino sulle rive del Brenta – e pesanti ombre di omofobia: per sbaglio, durante un’esultanza, fu baciato in bocca dal compagno Bellucci. Nervo dichiarò che mi si può accusare di tutto, ma non di essere un finocchio”.

Poi strane alleanze imprenditoriali – ha aperto un negozio di arredamento con una socia invischiata nello scandalo “Pass H” di Bologna – e dichiarazioni xenofobe verso il sud del Paese:“Diventai padano nel 2005, quando dal Bologna mi trasferii al Catanzaro. Bastano quattro mesi laggiù per capire molte cose”.

Decisamente meglio in campo che fuori. Preferiamo ricordarlo come l’irrefrenabile dinamo che correva sulla fascia destra, galoppando tra dribbling fulminei, assist al bacio per Beppe Signori prima e Igor Kolyvanov poi: “il più forte con cui ho giocato, e il più grande bevitore di vodka mai visto”.

Personaggio schietto e sfrontato: “Sono stato eletto perché ho tirato due calci a un pallone”; giura che nel 2020 si trasferirà in Brasile. Magari dall’amico Luciano (il fu Eriberto), di cui con un po’ di nostalgia spesso ricorda un aneddoto: «Qualche sospetto l’avevo, sull’età. E permaloso lo era parecchio anche da Eriberto».

La battuta più bella rimane quella di Carlo Mazzone, che dopo averlo visto giocare la prima volta commentò: “Ao’, m’hanno detto che sei de Rio. Rioveggio, però…”.

Carlo Nervo con l'indimenticato Ingesson

Carlo Nervo con l’indimenticato Ingesson

Attilio Lombardo

Come dimenticare Attilio Popeye Lombardo? Faccia da quarantenne già a 24 anni, pelata non rasata ai lati, occhi scattanti e intelligenti come quelli di un rapace – non a caso il suo primo soprannome nel Pergocrema fu Struzzo –, The Bald Eagle, l’aquila calva, come soprannominato dai fan del Crystal Palace, ha passato decenni a correre su e giù per la fascia destra. Con ottimi risultati: è infatti uno dei 5 giocatori italiani ad aver vinto tre scudetti con tre squadre diverse (Samp, Juve e Lazio). Tutti da protagonista.

Tutti macinando chilometri e servendo assist perfetti. “Ho solo la terza media, ma è abbastanza per capire che dovevo correre per rendermi utile alla squadra”. Vedeva poco la porta ma era il classico giocatore che tutti vorrebbero avere come compagno: ottimo carattere, ottimo professionista, bravo nelle due fasi e perfetto tatticamente.

Per certi versi pure un precursore: oltrepassò la Manica a fine carriera, in un periodo in cui ancora erano ben pochi a farlo. Dopo il ritiro, è arrivato anche il successo come allenatore: prima coi giovani dell’amata SampD’oro (come ama chiamarla) poi in giro per il mondo: tra Inghilterra, Turchia e Germania, seguendo Mancini e Di Matteo.

Attilio Lombardo esulta con un giovane Gianluca Vialli

A Genova lo ricordano benissimo e “tuttora mi fermano, compresi i genoani”. Peccato averlo visto poco in Nazionale, dove gli vennero sempre preferiti i vari Di Livio, Evani e Donadoni. Ma se lo chiedi a Popeye, capisci che poco gli è importato e poco gli importa.

Francesco Moriero

Salentino duro e puro, esordì col suo Lecce nel 1985, mettendo subito in mostra doti di corsa e tecnica fuori dal comune. Dopo una promozione in A, un paio di campionati e una retrocessione, fu acquistato dal Cagliari dove rimase due anni ed esordì in Coppa Uefa.

Comprato per la bellezza di 8 miliardi dalla Roma, rimase nella capitale tre anni dove, tra ottime partite e qualche infortunio di troppo, ottenne fama nazionale per gli sporadici gol d’autore e i cross che scodellava con puntualità. I tifosi giallorossi si ricordano di un tornante generoso, un combattente sempre sorridente, pronto anche alla giocata difficile.

Visse la sua annata migliore all’Inter di Gigi Simoni, nel 1997/98, quando trovò continuità fisica e gol, vincendo la Coppa Uefa nella squadra di Zamorano e Ronaldo. E da protagonista, con tanto di incredibile rete in rovesciata contro gli svizzeri del Neuchatel Xamax. Ancora è celebre la sua esultanza “da lustrascarpe” – ogni volta che segnava Ronaldo, Moriero mimava il gesto di pulirgli le scarpe mettendo così in evidenza come lui fosse “creativo, ma comunque al servizio della squadra”.

Da lì in poi, poco o nulla: giocò un paio d’anni a Napoli: “odiavo il difensivismo di Mondonico: m’intristii e per la prima volta capii che si trattava di lavoro, non di un gioco”, dove si decurtò lo stipendio e dove non incantò più anche a causa di una serie spaventosa di infortuni.

Poi un mezzo tentativo in Cina e col Lanciano: “mi fermai quando conclusi che non sapevo neanche se giocasse in C1 o in C2”. Dopo alcuni anni complessi, compresi quelli passati sotto indagine per un traffico sospetto di auto sportive, Moriero si è riciclato come allenatore.

Partendo dalla Costa D’Avorio, dove ha esordito come allenatore per l’Africa Sports e dove fu scartato per allenare la nazionale solo perché il suo francese era pessimo. Dal 2007 allena in Italia, e lo fa molto bene. Anche perché, come disse il cestista Gianmarco Pozzecco, a volte basta solo dire ai giocatori di fare il contrario di quel che avremmo fatto da giovani. Perché “mi fidavo solo dei miei piedi. Non avevo un vero pensiero tattico”. Come cambia il vento…

Francesco Moriero con la maglia della Nazionale (Phil Cole /Allsport)

Francesco Moriero con la maglia della Nazionale (Phil Cole /Allsport)

Roberto Rambaudi

Il ricordo di Rambo Rambaudi è legatissimo al mitico Foggia di Zeman dove, in un tridente che comprendeva pure Beppe Signori e Ciccio Baiano, diede spettacolo dal 1989 al 1992. Ala destra versatile e completa, dalla buona corsa ma anche in grado di vedere la porta (conta oltre 80 gol da professionista), fu appunto lanciato da Zeman nel suo iconico 4-3-3, prima nel Foggia e poi nella Lazio.

Nel mezzo, una buona parentesi all’Atalanta e pure la chiamata in Nazionale. Dopo i biancocelesti, iniziò a scomparire dai radar: scese in serie B per giocare prima col Genoa – “Mi trovai male: rescissi dopo pochi mesi” – e poi col Treviso.

Rimase in Veneto una sola stagione, dove fu coinvolto nello spiacevole scandalo dei pedinamenti: il presidente infatti lo ricattò minacciandolo che, se non avesse rescisso l’onerosissimo contratto che lo legava alla società, avrebbe divulgato alla famiglia alcune foto che lo ritraevano in compagnia di una non precisata escort (“ho rischiato un incidente stradale per sfuggire ad una macchina che mi inseguiva”, dichiarò in tribunale).

Uscì dalla spy-story più ricco e più forte, ricomponendo anche il matrimonio, come solo un dribblomane impenitente saprebbe fare. Adesso si è costruito una discreta carriera da allenatore in serie C e D, alternandosi con i commenti tecnici in TV, dove è apprezzato.

Il calcio che propone da allenatore e auspica da telecronista?Quello zemaniano, ovviamente: la vera essenza del calcio. Peccato a Cagliari sia andata così. Forse mancavano il sottoscritto, Ciccio e Beppe, che per inciso ritengo del tutto innocente”.

Un pensieroso Roberto Rambaudi

Marco Schenardi

Per ultimo, il meno conosciuto ma mai abbastanza rimpianto Marco Schenardi. Una vita a cavallo tra serie A – che raggiunse 23enne col Bologna, pescato dall’Ospitaletto l’estate prima – e B, militando tra sofferte retrocessioni ed esaltanti promozioni (Brescia, Reggiana) in cinque diverse squadre. Tra cui nessuna big.

Classica ala tornante di un tempo, si distinse per facilità di corsa, umiltà e senso tattico. Oltre alle sue calibratissime punizioni. È celebre per aver raggiunto, nel 1997/98, la semifinale di Coppa delle Coppe col Vicenza. Quella squadra, che contava giocatori del calibro di Ambrosini, Otero, Luiso e Lamberto Zauli, fu eliminata dal Chelsea poi campione, nonostante l’impresa casalinga chiusa sull’1-0.

L’allenatore che più l’ha valorizzato, tuttavia, è Mircea Lucescu: Dico solo che ci ho fatto anche la tesi del master a Coverciano”, che lo schierava nel Brescia alla destra del Maradona dei Carpazi, e poi a lato di un diciassettenne Andrea Pirlo. Anche se il vero amore è e rimarrà sempre il Vicenza: “il mio unico, grande rammarico è quello di non averci chiuso la carriera”.

Ritiratosi ad inizio millennio, attualmente gestisce un centro di pet-therapy e allena – con scarso successo, a dirla tutta – nelle categorie minori. Sperando un giorno di ricevere una chiamata per rientrare nel calcio che conta. Che forse, il buon Marco, ha sfiorato appena.

Marco Schenardi alla guida della Narnese (www.narnionline.com)

Concludiamo la nostra galoppata demodé nel calcio di provincia con l’illustrazione ad hoc realizzata da Pierpaolo Barresi.