Era un’anonima serata di fine maggio. Girovagavo in rete cercando tutte le rose dei 23 giocatori che a breve avrebbero dato vita al mondiale brasiliano, quando, sul sito del Corriere dello Sport, vedo nella galleria fotografica l’immagine di tre ragazze bionde in reggiseno e slip arancioni.

La miniatura è piuttosto piccola, ma non ci vuole una grande immaginazione per capire che le signorine in questione hanno tutti i connotati al posto giusto. Alla loro sinistra c’è un uomo che sta dando indicazioni. Ha una maglietta azzurra, è pelato e ha perso il controllo dei carboidrati.

“In Olanda, il Mondiale in lingerie. Le immagini della particolare Coppa del Mondo. L’arbitro è Van der Meyde”.

In quel momento, mi sono sentito come il protagonista de L’Amico Ritrovato di Fred Uhlman, libro che a scuola mi hanno fatto leggere fino all’esaurimento nervoso. Perché devo essere sincero, e me ne vergogno, avevo rimosso le gesta del Cecchino di Arnhem.

Il che, amando un certo tipo di calciatori, mi ha fatto sentire tremendamente in colpa. Rivederlo, seppur in quello stato al limite del ridicolo, mi ha riempito il cuore di gioia, facendomi ricordare in un istante tutte le perle che l’esterno olandese mi ha regalato nel corso della sua carriera.

Andy Van der Meyde esce allo scoperto nella Città Eterna. All’Olimpico va in scena Roma-Ajax, ultima partita della seconda fase a gironi di Champions League. Dopo neppure un minuto, da una ripartenza, il pallone arriva all’ala sinistra dei Lancieri. Il classico minuto che cambia la carriera di un calciatore.

Perché prima del calcio di inizio, Andy Van der Meyde non era altro che uno dei tanti talenti usciti dall’interminabile cantera dell’Ajax. Un’ala dai capelli lunghi e dal dribbling facile che preferisce giocare a sinistra pur essendo destro e che come tutte le ali dribblomani, indossa la maglia numero 7. Andy punta Tommasi, rientra sul suo piede preferito e lascia partire un missile che si infila all’incrocio.

La partita finirà 1-1, ma poco importa. Finalmente l’Europa si accorge del suo talento che, fino a quel minuto, era conosciuto e considerato soltanto in Olanda. È un Ajax fortissimo. Ci sono Ibra, Mido, Sneijder, Van der Vaart, Chivu, Maxwell e Pienaar. Eppure quell’anno arriva secondo in Eredivisie, in semifinale di Coppa e ai quarti di Champions. Tanto talento, ma anche troppi bad boys.

Andy, ovviamente, fa subito combriccola con i “ragazzacci Ibra e Mido, che lo usano come navigatore nelle loro corse notturne alla Fast and Furious per le autostrade di Amsterdam sfidandosi con le rispettive Mercedes e Ferrari, e con il ceco Tomas Galasek, fumatore incallito che ha bisogno di un compagno di bionde.

Nonostante queste bravate adolescenziali, per altro ben nascoste dalla famiglia Ajax, Van der Meyde continua a prendersi tutte le luci del palcoscenico, ottenendo la prima convocazione in Nazionale per un’amichevole contro gli USA con la ciliegina del gol all’esordio. In estate si scatena un’asta fratricida tra le big europee. La spunta, come spesso succedeva in quegli anni, l’Inter. Moratti, dopo aver confermato Cuper per il terzo anno consecutivo, stravolse ancora la squadra, sempre più convinto del credo e del rigido 4-4-2 dell’Hombre Vertical.

Le prime partite di campionato sono buone, ma niente di memorabile. È ancora una volta in Champions League che Andy si prende la scena, facendo impazzire la Milano nerazzurra. All’esordio nel girone, l’Inter gioca nel glorioso Highbury contro l’Arsenal di Wenger e Henry. Cruz segna l’uno a zero, poi due minuti più tardi, Kily González crossa dalla sinistra un pallone nell’area di rigore dei Gunners, Sol Campbell la tocca di testa prolungandola verso Van der Meyde che in acrobazia al volo trafigge Lehmann.

“È gol! È gol! È gol, è gol, è gol! Il cecchino l’ha messa!” urla estasiato il buon Scarpini mentre Andy festeggia alla sua maniera: mirino alzato, cartuccia ben inserita e fucile pronto a sparare nel plumbeo cielo londinese. L’Inter annichilisce l’Arsenal.

Alla fine del primo tempo, Martins realizza lo 0-3 che sarà il risultato finale. Il red carpet è già stato srotolato. Andy deve soltanto dare continuità alle sue partite ed il calco della sua impronta nella Champions Promenade sarà assicurato.

La stagione dell’Inter è drammatica. Nonostante il vittorioso esordio ad Highbury, arriva terza nel girone e ripescata in Coppa Uefa dove perde ai quarti contro il Marsiglia. In campionato si qualifica per la Champions con un solo punto di distacco dal Parma. In più, dopo sei giornate, Moratti esonera Cuper che viene sostituito da Zaccheroni. In questo marasma, la Curva Nord inizia a chiedersi: “Ma che fine ha fatto Van der Meyde?”. Zaccheroni proprio non lo vede. Piuttosto che farlo giocare, preferisce mettere Helveg come terzino destro e capitan Zanetti come ala.

L’annata di Andy si divide tra panchina e tribuna. Proprio come gli aveva detto Koeman, suo allenatore ai tempi dell’Ajax: “Aspetta a fare il grande salto, che non sei ancora pronto…”. Non lo volle ascoltare e dopo una sola settimana alla Pinetina, si era già pentito della sua scelta.

Telefonai a David Endt implorandolo di riportarmi a casa. I soldi possono anche tenerseli, gli dissi”.

Non avendo più avversari da bere sulla fascia, Andy si fece attrarre dalla movida milanese ed iniziò a bere qualcos’altro. Inconsciamente, quello fu l’inizio del suo triste ed inesorabile declino.

Andy-Van-der-Meyde

Eppure Dick Advocaat, ct degli Oranje, lo convoca per l’Europeo 2004 dove l’Olanda viene sconfitta in semifinale dal Portogallo padrone di casa. Andy gioca, ma male. Veramente male ed è evidente che c’è qualcosa che non va. Infatti, terminato l’Europeo non verrà mai più convocato in Nazionale. Resta a Milano un altro anno, collezionando in tutto 43 tristi presenze con soli 3 proiettili sparati. La pressione era tanta e le aspettative ancora di più. Koeman aveva ragione: Andy non era pronto per il calcio che conta.

Anni dopo, quando uscì la sua biografia intitolata Geen Genade (Nessuna Pietà), confessò che:

Passare dall’Ajax all’Inter è stato come lasciare un negozio di paese per una multinazionale. Tutto estremamente professionale, un giro di soldi pazzesco, il Presidente che dopo ogni vittoria allungava ai giocatori 50mila euro a testa. Non mi sentivo a mio agio”.

Nonostante due anni in naftalina, ci sono diverse squadre che vogliono puntare su di lui. La più decisa è il Monaco. L’affare è praticamente fatto, ma Andy si tira indietro. Non c’entrano i soldi. Né il livello della Ligue 1 o la mediocrità della rosa monegasca. Il matrimonio non si fa perché nel Principato non ci sono residenze abbastanza grandi per contenere la fauna domestica di casa Van der Meyde, vezzo incontrollato di sua moglie Dyana.

“Avevo uno zoo nel giardino: cavalli, cani, zebre, pappagalli, tartarughe. Era veramente malata. Per lei rifiutai un trasferimento al Monaco: a Montecarlo ci sono solo appartamenti, mi disse, dove li mettiamo i nostri animali? Una sera scesi in garage, al buio, intravidi una sagoma imponente e udii suoni strani. Aveva comprato un cammello”.

Decide di andare a Liverpool, sponda blu. Moyes stravede per lui e i Toffees si svenano pur di convincerlo a sbarcare in Inghilterra, anche se in realtà non fu così difficile: “All’Everton mi proposero uno stipendio di 37mila euro a settimana, più del doppio di quello che percepivo all’Inter. Ci andai di corsa.

La prima cosa che feci fu comprare una Ferrari e andare a sbronzarmi al News Bar, uno dei locali più in voga di Liverpool”. 

Inghilterra, capelli lunghi, ala destra o sinistra, numero 7. La reazione non poteva che essere quella. Per concludere degnamente la serata, Andy finisce in uno strip-club dove conosce Lisa, un’avvenente spogliarellista. Come in una commedia rosa, perde la testa e si innamora di lei all’istante, scordandosi sua moglie Dyana e di essere il reboot di Ace Ventura.

I numeri e le statistiche della prima stagione inglese sono fallimentari ancora una volta. Con la maglia dell’Everton disputa solo 10 gare facendosi notare per un cartellino rosso nel derby contro il Liverpool che lo fa entrare nel cuore dei tifosi. Tra le mura domestiche invece va alla grandissima: sua moglie Dyana, animalista convinta ma non cretina, deve tornare in Olanda per questioni familiari e prima di partire, insospettita dalle sempre più frequenti uscite serali del marito, ingaggia un investigatore privato perché sente puzza di bruciato.

Mia moglie mi scoprii facendomi pedinare. Mi sarei preso a pugni in faccia quando mi elencò tutte le prove che aveva raccolto”.

Se Lisa la lapdancer era l’amante ufficiale, per altro prontamente ingravidata, un intero esercito paragonabile in numero agli Uruk-hai del Signore degli Anelli erano le amanti ufficiose. Dopo le sbronze, Andy entra in un altro tunnel. Quello, celeberrimo, del pelo che riesce a tirare più di un carro di buoi.

vandermeyde

“Avevo una vera e propria dipendenza: il mio motto era sempre e ovunque”.

Basta che respiri, insomma. Lasciato dalla moglie che gli porta via entrambe le figlie, Lisa viene promossa a signora Van der Meyde titolare. Ed è proprio il suo secondo matrimonio a distruggerlo definitivamente. Lisa gli insegna un altro tipo di tiro, fatto col naso e non con i piedi, ed Andy scopre di esserne particolarmente portato. Nel suo mondo, bere e sniffare cocaina era una cosa all’ordine del giorno”.

Il calcio passa in secondo piano. Anche perché spesso, per non dire sempre, si presenta agli allenamenti completamente sbronzo. È grasso, lento e svogliato. Litiga con tutti, in particolare con Phil Neville, visto non come capitano ma come la spia di Moyes all’interno dello spogliatoio e il rapporto con il manager scozzese si deteriora.

Andy ormai è diventato a tutti gli effetti un alcolizzato. Proprio come il suo ripudiato padre, bevitore e scommettitore compulsivo, da cui ha sempre voluto prendere le distanze chiedendo addirittura di poter cambiare il proprio cognome con quello materno. Il giorno del compleanno della nuova compagna, Andy ha un collasso dovuto ad un mix di cocaina ed alcol e viene ricoverato d’urgenza per una crisi respiratoria.

“Non è colpa sua. Gli hanno messo della droga nel bicchiere”, dice Lisa ai dirigenti dell’Everton accorsi al suo capezzale. Moyes si arrende. Il ragazzo è irrecuperabile. Lo multa di 30mila sterline e lo lascia libero di autodistruggersi. Andy, sempre più alienato dal mondo, la mette sul personale. “La scelta di non farmi giocare non è tecnica” ripete ai tabloid inglesi quando gli chiedono come mai non viene neppure convocato. La frattura tra i due è insanabile. Provano a venderlo, ma chi lo vuole?

Tentano la via del prestito e l’Ipswich abbocca, ma Andy ad Ipswich non ci vuole andare. Così come non vuole andare, e non ci andrà, in America con l’Everton nel tour pre-campionato. Viene quindi abbandonato nella squadra riserve, dove resterà per due anni.

Con Lisa l’amore finisce presto. La loro bambina è nata con un problema all’intestino ed Andy deve fare il pendolare tra Liverpool e l’Olanda, dove la piccola viene operata. I litigi con la compagna sono sempre più frequenti e, oltre alle già citate e note dipendenze, comincia a non dormire. La sua insonnia sarà il motivo per cui si presenterà agli allenamenti della squadra riserve. Non tutti i giorni. Soltanto quando aveva bisogno di recuperare le ore di sonno.

“Non riuscivo a dormire se non prendendo pillole. Era roba pesante, di quella da prendere con la prescrizione del dottore. Quindi le rubavo dallo studio del medico del club. L’ho fatto per più di due anni”. Dopo quattro anni a Liverpool, diventando schiavo di cocaina e Bacardi, Andy capisce che non può continuare così. Dovevo andarmene o sarei morto”.

Terminato il contratto con i Toffees, Andy vorrebbe darsi un’altra occasione. Nessuno però si ricorda più di lui. I suoi lunghi capelli biondi sono stati tagliati a zero per nascondere una sempre più evidente stempiatura, è grasso e non gioca 90′ dai tempi dell’Inter. Riceve una telefonata da un suo amico: Fred Rutten, allenatore del PSV Eindhoven. Gli chiede come sta e se gli piacerebbe rimettersi in forma e giocare per lui.

Andy accetta, affascinato dall’idea della seconda chance. Al PSV però riesce nell’impresa di farsi odiare da due tifoserie prima ancora di scendere in campo. Il giorno della presentazione sfoggia sul braccio un tatuaggio con scritto AJAX. I tifosi della sua nuova squadra non la prendono benissimo. Andy, per farli contenti, decide di coprirlo con un tribale, mandando però in bestia i suoi vecchi tifosi, quelli che ne hanno ammirato le gesta quando era un giovane e talentuoso prospetto.

Di quell’Andy Van der Meyde che riusciva a dribblare chiunque, non è rimasto niente e la seconda occasione fa la stessa fine della prima. “È stato come tentare di mettere in moto un’auto ferma da troppo tempo: i ritmi del calcio pro non facevano più per me”. 

Ringrazia Rutten e se ne va senza neppure aver giocato un minuto in gare ufficiali. L’unica sua presenza con il PSV è in un amichevole di fine stagione contro il VVV-VENLO. A 31 anni decide di ritirarsi. Ormai il suo amato fucile non spara più. Neppure a salve.

Si ripulisce di tutto il marcio che ha ancora nelle vene e con una grande forza di volontà ci riesce. È così felice che gli torna la voglia di giocare a calcio. Niente di impegnativo, ovviamente. Si fa tesserare dal WKE, una squadra semiprofessionista di terza serie, ma anche stavolta, la terza occasione, finisce come le altre. Dopo sole sei partite, Andy si rende conto che non può più giocare a pallone. Troppo umiliante passare dalla gloria di Highbury ai 4.000 posti del Grote Geert, lo stadio del WKE. Dice basta una seconda volta. Quella definitiva.

Ma un uomo che ha avuto uno zoo in casa ed in giardino, non può uscire di scena da dimenticato. I titoli di coda devono scendere dopo un finale col botto. Un finale che rispecchi una vita vissuta con ogni tipo di eccesso, donne, alcol e droga. Perché come disse in un’intervista “dopo Figo, sono il miglior numero 7 d’Europa”. Così, nel 2012 esce la sua autobiografia che nel giro di qualche settimana diventa un best seller. Perché si sa, alla gente questo tipo di storie piacciono. E pure tanto.

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Oggi Andy Van der Meyde è felicemente sposato con Melisa Schaufeli, ex coniglietta di Playboy, ed ha cinque figli ufficiali. È stato protagonista di uno pseudo reality sulla sua famiglia tipo The Osbournes, ha fatto l’arbitro per il Mondiale in lingerie e sogna di allenare i ragazzi:

Dopo tutti gli errori che ho commesso, chi meglio di me può insegnare ai giovani come non sprecare il proprio talento?”. Nessuno Andy. Nessuno.

P.s. La Ferrari che comprò al suo arrivo a Liverpool gli fu rubata dopo qualche settimana, mentre era a Bilbao, a giocare una amichevole con l’Everton. Dentro c’era anche uno dei suoi cani. E Dyana non la prese benissimo.