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A pochi chilometri da qua risuonano clangori e brusii tipici dell’industria pesante, eppure nessun frastuono può raggiungere le orecchie della più grande gradinata d’Europa. Parliamo della Südtribüne del Westfalenstadion. Per tutti, semplicemente, il Muro Giallo: una storia singolare d’identità e passione nel cuore d’acciaio della Ruhr.

Esistono luoghi dove il calcio è vissuto come uno spettacolo da fruire passivamente, accompagnato da litri di coca-cola e comodi seggiolini in perfetto stile beauty farm; esistono poi altri luoghi dove andare allo stadio significa unire una comunità, perseguire l’obiettivo dell’aggregazione sociale spontanea griffata unicamente da passione e tifo per la propria squadra. Magari scordandosi di quei seggiolini che fanno tanto sala d’attesa dentistica.

Uno di questi luoghi è il Westfalenstadion: un “mostro” in cemento armato, tiranti di acciaio e tubolari gialli, immerso nella pianura e nel gelo della Ruhr. Uno stadio unico per una tifoseria speciale.

Il Signal Iduna Park dall’esterno, per tutti il Westfalenstadion

Da queste parti, fra grattacieli in vetro e industrie metalmeccaniche, tecnologia all’avanguardia nel settore dell’ICT e riverberi di kosmische musik e rock progressivo, esiste da sempre una tendenza a sperimentare nuove forme di socialità. Un humus sociale che trova completo sfogo sui gradoni in cemento armato del Westfalen. O meglio, nel Muro Giallo che tifosi e appassionati d’Europa hanno potuto conoscere. È la Sudtribüne, la curva sud. Epicentro saltellante e verticale di un calcio appassionato e vitale, identitario e working class.

Lasciate da parte le comode sedute all’inglese: qua non esistono proprio. Per precisa scelta. Potremmo azzardare politica. Si sta tutti insieme, stretti e accalcati, e rigorosamente in piedi. Perché lo spettacolo che offre la Sudkürve non è cosa comune. Per capire la vastità del fenomeno basti pensare che questa è la curva più grande d’Europa con 24.454 posti. Costantemente ricolma di pubblico.

Un enorme, ripido muro colorato di giallo. Quel giallo un po’ fluo che fa rima con Borussia Dortmund. La società che riesce mirabilmente a tenere le redini di un equilibrio invidiato e invidiabile fra necessità di business, monetizzazione e calore e colori tipici del calcio più passionale, quello degli ultras tedeschi.

La Sudtribune in occasione di un match di Champions League

Su queste gradinate spoglie ed essenziali il modello Borussia prende forma ogni partita, quando l’intera conca a pianta quadrata del Westfalen rimbomba di cori, tamburi e rumore martellante di suole che saltano e strisciano all’unisono. Un moloch d’acciaio e cemento da 80.552 posti, esaurito in ogni ordine e numero. Roba da far impallidire le adunate di Ceausescu.

I motivi sono vari ma, su tutti, un dato fa riflettere se contestualizzato e paragonato con altre realtà. Il costo di un abbonamento annuale nella Südtribüne è di 185 euro, il costo medio di un biglietto in curva varia dagli 11 ai 15 euro. In una nazione con il reddito pro-capite tra i più alti in Europa. C’è spazio per tutti, insomma. Soprattutto per la dimensione aggregativa del calcio, quella più genuina e popolare.

Ed è attraverso questa politica di prezzi low cost che la Sudtribüne si è elevata a fenomeno cult del panorama continentale e il Westfalen in uno degli stadi più temuti e rispettati al mondo. Accessibilità prima di tutto. Un modello socialdemocratico applicato al pallone e allo stratificato contesto sociale che vi gravita attorno. Su queste colate di cemento e ferro in perfetto stile anni ’70, c’è pure chi si porta delle sedie di plastica da casa. Perché la Sudtribüne è come una seconda casa.

E c’è chi, come i tre grandi gruppi organizzati del tifo del BVB – i Desperados, i The Unity e i Jubos – addobbano la gradinata sud di tamburi, megafoni, bandiere, fumogeni e stendardi, trascinando dietro di sé l’impressionante muro di 24.500 voci e 49.000 mani. Una bolgia che profuma di romanticismo.

La Sudtribune del Westfalenstadion nel 2011

Con buona pace dell’Uefa e delle sue rigide normative riguardo i posti a sedere. La capienza per le gare internazionali, infatti, scende da 80.552 a 65.720, ma il Muro non si può scalfire; o meglio, mettere a sedere. È questione d’identità, di scelta filosofica sul come vivere un evento. Quassù contano ancora le vibrazioni, i colori e il radicamento squadra-città-tifoseria.

Dormund infatti – nonostante un fiorente settore di sviluppo tecnologico nel mondo della comunicazione – rimane una città d’industria. Anzi, il cuore pulsante dell’industria pesante. Un’icona di acciaio, sirene, scarti da lavorazione, metalli fusi, frese e giganteschi macchinari in funzione quotidianamente.

Non troppo lontano da quello scenario messo in note con sintetizzatori e percussioni a pads da un paio di studenti universatari di fine anni ’60, nati a pochissimi chilometri da qua: i Kraftwerk. Atmosfere molto vicine anche al delirio sonoro degli Einstürzende Neubauten, che si ispirarono proprio al cuore d’acciaio teutonico per comporre una sonorità fuori da ogni schema, ricca di angoscia e straniamento: l’industrial tedesco. Lamiere, martelli pneumatici, compressori e distorsioni che formano un nuovo genere musicale. O meglio, che trasportano la routine quotidiana teutonica in territori d’avanguardia.

Un po’ come succede a queste latitudini per tutto quello che riguarda lo stadio e l’identità industriale del Muro Giallo. Un’avanguardia cementata sull’imprescindibile base sociale che sorregge il tifo e la socialità di decine di migliaia di appassionati. Che sono, in buona parte, l’industria pesante che stacca con la sirena delle 12 per il pranzo e il muro verticale che acclama la squadra mettendo soggezione agli ospiti.

Sciarpe, tamburi e spettacolari coreografie comprese. Un’onda anomala che investe chiunque calchi il terreno di gioco del vecchio Westfalen. Una vera risorsa. Ad ogni livello.

sudtribune

La Sudtribune vuota

Perché, come spiega l’amministratore delegato del Borussia Dortmund, Hans-Joachim Watzke:

“Se la società avesse deciso di costruire in tribuna dei seggiolini o se si fossero costruiti dei box di lusso coperti di cartelloni, il Borussia avrebbe aumentato i propri ricavi, ogni anno, di 5 milioni di euro. Ma questo non accadrà mai, perché nella tribuna sud deve esserci soltanto il “Muro Giallo”.

Come detto, questione d’identità. E di un particolare modello societario che prevede il 50%+1 delle quote del club in mano ai tifosi associati. Assetto comune nel mondo del professionismo tedesco. Ed è così che in questa curva speciale i tifosi si assiepano due ore prima del fischio di inizio ed escono circa un’ora dopo la fine della partita: conta stare insieme e condividere l’evento. Incitando la propria squadra e la propria città, ancor prima che i calciatori. In cerca di un’aggregazione reale ed effettiva tra comunità e società.

Sì, perché un’altra caratteristica del Muro è che i cori in favore dei singoli giocatori esistono a malapena. Quasi tutto ruota attorno all’incessante richiamo al “BVB”: Ballspiel-Verein Borussia. Con un’eccezione significativa negli ultimi anni: Kevin Grosskreutz.

Il laterale del Borussia è infatti l’esempio in carne e ossa del tifoso della curva che gioca nella sua squadra: nativo di Dortmund e cresciuto in città gravitando intorno alle gradinate della Südtribüne. Oggi è protagonista in campo, all’interno di una squadra ormai stabilizzatasi nel novero dell’élite delle migliori sedici d’Europa, dopo anni di abisso e acute crisi finanziarie. E come Kevin anche la stella abbagliante di Marco Reus è espressione diretta della città e dell’avanguardistico settore giovanile del Borussia.

Insomma, un modello ammirabile sotto molteplici aspetti. Dai risultati sul terreno di gioco alla formazione di talenti, fino a quegli spalti così folkloristici. Ben distante dal tanto strombazzato ed elitario modello inglese di matrice thatcheriana: quello dei biglietti in curva a 35 sterline, e del tifoso che è spesso passivo fruitore occasionale di uno show. Quello del “working class game, business class prices”.

O per dirla con pensieri e parole di chi questo club lo guida, ogni giorno, presiedendo il consiglio di amministrazione:

“Se un arabo o un russo mi telefona per cercare di acquistare il Club, penso che la conversazione possa durare non più di 20 secondi. Io dico che non mi interessa. Che non sarò mai interessato. Perché con un arabo o un investitore russo, che ha l’influenza sulla squadra, credo che non ci sarebbero 80.000 spettatori, ce ne sarebbero 20.000.

I tifosi al Chelsea sono stati felici di vincere la Champions League, ma credo che i tifosi del Borussia non sarebbero felici di vincere con un investitore arabo o russo, perché non sarebbe un pezzo del club. E loro sarebbero solo i clienti. E non vogliono certo essere dei “clienti.” (Joachim Watzke, ad Borussia Dortmund).