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Di Tommaso Bonaiuti

“Vedi quell’appartamento lassù, sopra i’ Vinandro?”, mi indica il babbo, passeggiando per la piazza del mio paese, Fiesole, “un tempo ci stavano due attaccanti, due giocatori della Fiorentina. È un lato antico di piazza Mino, quasi bohémien, e suggerisce un certo fascino vintage; vintage come la storia che sto per raccontarvi, ma che conserva ancora un sentimento attuale, insolito.

Dico insolito perché, in genere, i giocatori che più vengono ricordati (se non rimpianti) sono quelli che imprimono nella memoria di migliaia di tifosi e malati di calcio una giocata storica, un gol all’ultimo minuto in un derby o, semplicemente, una carriera memorabile.

Ed il personaggio in questione è tuttora ricordato, con un sorriso sulle labbra, da tutti coloro che vissero in prima linea le avventure e disavventure della Fiorentina precedente all’impero dei Pontello: una viola umile, operaia, che viveva di sagome stravaganti, giovani di belle speranze e folklore. Parecchio folklore.

“E chi erano quei due calciatori?”, chiedo con fare ingenuo, ma pennellato da una curiosità sincera. Ezio Sella e Dino Pagliari“. È l’estate del 1978.

La Fiorentina 1978-1979

La Fiorentina presenta la squadra titolare per la stagione ventura durante il “buen retiro” di Massa Marittima, con buona pace dei pochi e intraprendenti giornalisti che si avventano nei paraggi, sotto il sole cocente delle Colline Metallifere. I Viola vengono da un campionato difficilissimo, nel quale i ragazzi di Carletto Mazzone (proprio lui) hanno acciuffato per le mutande la salvezza all’ultimo respiro.

C’è da rifondare e l’allora presidente Rodolfo Melloni decide di affidare la guida dei gigliati ad un’ex bandiera della Lazio, il Barone Paolo Carosi; un uomo coriaceo, duro ma leale, come si confà ad un centrocampista di vecchia foggia come lui.

Carosi è così chiamato alla guida di una squadra con poche certezze e molte incognite: c’è un difensore di grande prospettiva, Galbiati, nato a Cernusco sul Naviglio, una piccola realtà lombarda che, in quel periodo diventerà curiosamente famosa per aver dato i natali ad altri due liberi, ovvero Roberto Tricella e il grande Gaetano Scirea; c’è un giovane Antognoni, già bandiera viola, ed un ancor più giovane Antonio di Gennaro a formare un centrocampo tutta corsa e classe; il secondo portiere è invece un gigante toscano, un bel ragazzo che presto diverrà uno tra i migliori nel suo ruolo in Italia: Giovanni Galli; ci sono pure Bruni e Desolati, due tra le più grandi promesse mai mantenute del calcio nostrano; in attacco, viene confermato l’unico giocatore capace di acuti nella precedente grigia stagione, un puledrino romano, piccolo, tarchiato e determinatissimo: Ezio Sella.

E poi c’è lui, un nuovo acquisto, anzi, a voler essere precisi, un “cavallo di ritorno”, dopo due stagioni in prestito a farsi le ossa in cadetteria; è alto, ma non si nota per la statura: porta una vistosissima barba, una chioma folta, sembra il mix tra Robert Plant dei Led Zeppelin ed un vichingo. Gioca ala, volendo pure mezzapunta, sebbene non sia particolarmente estroso.

Carosi, al primo allenamento, gli si avvicina e dice: “Come te chiami, giovane?”

Dino Pagliari, signor mister”, risponde il ragazzo, con un marcatissimo accento maceratese.

“Ecco, tajate li capelli che nun vedi gnente!”, ribatte lo scorbutico Barone. Una pacca sulla spalla, e tutti ad allenarsi.

Figurina Dino Pagliari Fiorentina

8 ottobre 1978, seconda di campionato. La Fiorentina gioca in casa contro il Napoli. In città, il giovane Pagliari è già un caso nonostante non sia un personaggio mediaticamente influente. È totalmente refrattario ad interviste e prime pagine, ma l’entusiasmo della città lo avvolge, perché è un personaggio curioso, simpatico, ma soprattutto sincero.

Sul campo, invece, non riesce ancora a lasciare il segno: alla prima di campionato, al Comunale di Torino contro i granata, gioca una buona gara, occultata però da un gesto (involontariamente) violento: una gomitata ad un difensore avversario che gli costa una giornata di squalifica. Al Franchi, così, Pagliari siede in tribuna accanto al Presidente. E la curva, a sorpresa, è tutta per lui.

“Dino drogaci! Dino, Dino drogaci!”, cantano i diecimila della curva Fiesole. A Pagliari basta poco per entrare nel cuore del tifo viola; una personalità folkloristica, quasi da fumetto che, con il suo eskimo, raggiunge gli allenamenti della squadra a bordo di uno scassatissimo Ciao.

Intanto il campionato scorre via veloce, tra vari alti ma anche numerosi bassi: Dino è sempre un perno dell’attacco gigliato, con il numero 9 cucito sulle spalle; un giocatore tutta corsa e sacrificio, che lascia spesso e volentieri il ruolo di protagonista al coinquilino Sella, autentico mattatore d’area. Ma ciò non interessa alla platea che riempie il Franchi ogni domenica pomeriggio, Pagliari è l’attaccante operaio, la voce del popolo, un Cristo marchigiano che sputa sangue per i colori viola.

Ma ha – inconsciamente o meno – un coup de théâtre in tasca, pronto ad essere sfoderato alla penultima di campionato.

Il “Pagliariscatto”

29 aprile 1979. C’è la sfida più attesa, quella contro gli odiati rivali: la Vecchia Signora, che all’epoca era pur sempre invisa ai fiorentini, ma ancora ben lontana dal raggiungere i picchi di astio degli anni successivi (basterà attendere una manciata di anni, ovvero la stagione del meglio secondi che ladri”).

È una sfida in trasferta, difficilissima, ed i viola, già ampiamente al di sopra della zona retrocessione, non hanno molto da chiedere. E si vede: i padroni di casa dominano, hanno bisogno di punti per tenere viva la sfida scudetto, che vede il Milan in testa (uno degli ultimi di successo, prima della retrocessione e della rinascita berlusconiana) e, a sorpresa, l’incredibile Perugia dei Miracoli, quello di Castagner, Speggiorin e Bagni.

La Juventus si porta in vantaggio a metà primo tempo con Verza. Il match è a senso unico. Poi, il miracolo: un Pagliari spento fino ad allora si erge in area su una delle poche, chiare occasioni per la squadra ospite, colpisce il pallone con la folta chioma e buca l’altro Dino, Zoff. Il portierone bestemmia in friulano nell’area di rigore bianconera, mentre un messianico Pagliari corre a braccia aperte verso la bandierina, seguito a ruota da tutta la squadra. È uno a uno, ed il risultato rimarrà tale fino alla fine dell’incontro.

E se giochi a Firenze, solo una cosa ti può garantire l’immortalità, un posticino nel pantheon dei grandi campioni che hanno vestito la casacca gigliata: segnare alla Juve.

Pagliari, una stagione dopo, vive l’ultima annata in riva all’Arno giocando perlopiù da ala e regalando spettacolo dentro ma soprattutto fuori dal campo: dalla “giacca obbligatoria” cucita sopra l’inconfondibile eskimo da rivoluzionario marxista alle voci che lo dipingevano mezzo alticcio sul Ponte Vecchio con una gallina al guinzaglio. Dino ha concluso la vita da calciatore nella sua Macerata, continuando poi una modesta carriera da allenatore in giro per lo stivale, fra Maceratese, Pisa, Ravenna, Lanciano e Lecce.

Qualche volta, quando capita, ritorna a Firenze e – tra un bicchiere di buon Chianti ed una succosa bistecca – rievoca quegli anni fatti di semplicità e folklore, nei quali bastava la buona volontà per accendere una curva.

“A volte mi capita di trovare ragazzi, anche giovani, che hanno sentito di me dai loro padri, fratelli, zii: questo mi riempie d’orgoglio perché ci mettevo tanta buona volontà, ma ero un pelandrone! Alla fine, quello che conta è essere se stessi.” (Dino Pagliari).