“All’aeroporto di Roma incontrai i dirigenti della Pistoiese e un signore mi chiese: “Sei una punta?”. Risposi di sì perché avevo capito “ponta”, con la o, che in portoghese vuol dire ala. Io quello ero: un’ala destra, uma ponta direita. Firmai e mi ritrovai centravanti, fuori ruolo. Un disastro.”

Già dall’incipit ci troviamo catapultati nel bel mezzo di un’altra epoca, calcistica ma non solo. È l’alba degli anni ’80: periodo storico controverso e delicato, ricco di contraddizioni e opportunità forse irripetibili. Soprattutto nel mondo del pallone italiano. È un campionato che si appresta alla prima vera metamorfosi verso un modello che dominerà per almeno 20 anni il panorama internazionale: si (ri)aprono le frontiere.

Dopo uno stop che sa d’autarchia, durato ben 15 anni, all’indomani della storica disfatta italiana contro la Corea nei Mondiali del ’66. È uno scenario incredibilmente affascinante e rivoluzionario, sia per i tifosi che per i presidenti dei club, che hanno l’occasione di mettere a segno colpi esotici per riempire bacheche e botteghini.

Il 1980 arriva sotto questo particolare paradigma: un solo straniero acquistabile per società. La serie A conta 16 squadre, gli stranieri saranno 16. Non esistono deroghe: una sola cartuccia a disposizione da sparare.

In quel campionato incerto e rivoluzionato, i presidenti delle big non perdono tempo e si aggiudicano i migliori prospetti esteri pescando in ogni parte del globo: alla Juventus arriva Liam Brady, alla Roma un certo Paulo Roberto Falcao, la Fiorentina apre la sua passione argentina con Daniel Bertoni, all’Inter sbarca Proaska, a Napoli l’emblema difensivo del calcio totale Krol mentre Avellino s’infiamma col carioca Juary.

Falcao alla Roma

Ma, come detto, la corsa all’acquisto è frenetica, le società più piccole e con un budget ridotto devono ingegnarsi per riuscire a pescare il canonico jolly dal mazzo. Quello che può svoltare una stagione e far sognare i tifosi, riempiendo allo stesso tempo stadio e tasche del presidente. Una di queste realtà è una società che pare un vero e proprio intruso a quei livelli: la Pistoiese del presidente Melani. Il Faraone Melani, come lo chiamano alle pendici dell’Appennino.

È l’uomo dei miracoli che ha rilevato gli Arancioni ed è riuscito in un pugno di anni a proiettarli dalla serie D al gotha calcistico europeo, la Serie A. Una favola di provincia idealtipica, di quelle col presidente che non bada a spese e spara proclami ed obbiettivi quantomeno visionari a piè sospinto. Un archetipo del calcio anni ’80 e dell’edonismo all’italiana, che di lì a pochi anni troverà il suo apogeo in zona Milano.

Insomma, la Pistoiese sa di essere l’anatroccolo della massima serie, ma è una realtà orgogliosa e lungimirante con un presidente vulcanico pronto a tutto. La squadra non ha niente da perdere, l’ambiente vive d’entusiasmo sull’onda delle insperate promozioni dai dilettanti fino alla massima serie.

È l’humus ideale per provare il colpo di mercato a sorpresa: lo straniero dal fascino esotico. La scelta ricade sulla più grande fucina di talenti al mondo, il Brasile. Scontato, quasi banale. Meno banali sono le modalità. Il Faraone spedisce il suo allenatore in seconda, Giuseppe Malavasi, a Rio de Janeiro, alla ricerca della punta di diamante da impacchettare e imbarcare sul primo boeing verso la Toscana. E Beppe ha un solo obiettivo appuntato sul taccuino: un centravanti che faccia gol.

È così che, durante uno dei suoi pellegrinaggi negli stadi paulisti, accompagnato da sedicenti esperti di futebol brasileiro, Malavasi s’imbatte in un Ponte Preta – Comercial, match di cartello del campionato paulista. Risultato finale: 2-0. Doppietta di Luis Sìlvio Danuello. E il buon Beppe rimane folgorato dalla prestazione di questo giovane ed esile giocatore offensivo dalla chioma riccia e dallo sguardo languido: Danuello ha appena giocato una partita una spanna sopra tutti.

Malavasi, rientrato a Pistoia, annuncia in pompa magna il talento che farà impazzire l’Appennino e contribuirà alla storica salvezza degli Arancioni: è Luis Silvio. Lido Vieri, mister della Pistoiese, e Melani gli danno carta bianca e si fidano dell’intuizione brasiliana. Malavasi chiude l’affare tramite gli stessi intermediari che lo avevano scortato allo stadio del Ponte Preta, la cifra finale è considerevole: 170 milioni di lire e Luis Sìlvio vola a Pistoia. Firmando un grottesco contratto di 6 anni. È blindatissimo.

“Da me si aspettavano tanti gol, ma ero uno specialista del cross e al massimo potevo fare la seconda punta, quella con la “u”, come dite voi. Punta, ponta: rovinato da una vocale.”

Ed è qui che la parabola naif del giovane brasiliano che viene accolto come un profeta svolta in una commedia cult dai toni demenziali. Un po’ come ne L’Allenatore nel Pallone, che ha rubato parte della storia di Luis Sìlvio per costruire le scene brasiliane del film, quelle in cui Lino Banfi (in)segue Aristoteles sui campetti di periferia affidandosi ai consigli degli esperti di calcio carioca Giginho e Andrea.

Soltanto che, nonostante una struggente saudade, Aristoteles salverà davvero la Longobarda di Canà, mentre Luis Sìlvio diverrà in pochi mesi il più clamoroso bidone della storia del calcio italiano. Alimentando una risma incontrollata di leggende sul suo conto; nonostante un’accoglienza trionfale con tanto di scritta a caratteri cubitali “Luis Sìlvio c’è!” appena fuori dallo Stadio Comunale. Un epitaffio.

Dopo poche settimane di campo, infatti, Lido Vieri e il suo staff capiscono che il giocatore non è adatto a quel livello di agonismo. Oltretutto – come riportato dalle dichiarazioni – Luis Sìlvio è un’ala destra dal fisico leggero, ruolo completamente differente da quello del centravanti per cui era stato acquistato a peso d’oro. Una doppia beffa al retrogusto di dilettantismo linguistico.

Il buon Danuello cerca comunque di impegnarsi, ma il calcio nostrano è territorio spietato. Così colleziona 6 presenze in campionato senza portare a referto alcunché. A parte gli sfottò dei sostenitori avversari e addirittura di parte della carta stampata.

Luis Sìlvio, dopo queste fugaci e incolori apparizioni a passo di moviola, scompare. Viene messo da parte dalla società e dall’allenatore, ormai concentrato unicamente sulla complicata salvezza della Pistoiese: non c’è più spazio – nemmeno nel suo habitat naturale, la fascia destra – per il buon Danuello.

L’ostracismo forzato porta Luis Sìlvio prima in tribuna e poi ai margini della rosa, fino alla primavera del 1981. Quando si fa coraggio e imbarca con sé la moglie e la primogenita Amanda in direzione Brasile. O almeno, così si pensa. La ponta paulista fa ritorno al sole e ai tempi dilatati di San Paolo, abbandonando il freddo dell’Appennino con l’etichetta di bidone del secolo. Quel contratto faraonico, però, è ancora in essere per altri cinque lunghi anni. Iniziano così a fioccare leggende metropolitane in quel di Pistoia e dintorni.

Celebre e suffragata da più testimonianze la versione che lo vuole un paio d’anni dopo, ingrassato e camuffato, a vendere i gelati in un chiosco fuori dai gradoni dello Stadio Comunale. La voce gira e prende forza – come succede in questi casi – soprattutto in un periodo storico privo di tecnologie e affini. Ma non finisce qua.

Altro indizio che dovrebbe confermare i sussurri incontrollati è quel contratto folle che lo lega a Melani. Luìs Silvio, infatti, fece davvero ritorno a Pistoia verso la fine del 1981 per ridiscutere i termini del contratto, in altre parole stracciarlo. Dopo un anno in Brasile vissuto ad un alto tenore di vita, il nostro Danuello giaceva in una situazione economicamente semi-drammatica.

In questo contesto, inizia a circolare uno scoop da gossip degno delle commedie sexy all’italiana degli anni ’70. Soltanto che in questo caso non si prendono la scena Bombolo, Alvaro Vitali o Nadia Cassini ma una chiacchiera serpeggiante che giura che Luis Sìlvio sia stato protagonista di un film hard. Una comparsata in un porno, insomma, per racimolare un po’ di Lire da spendere in futuro nel suo Brasile.

Luis Silvio insieme ad Eneas, storico bidone del Bologna

Luis Sìlvio è ormai leggenda. E i suoi ex-tifosi lo ricordano come un misterioso oggetto di passaggio, uno di quei fenomeni parastatali che hanno contribuito a rendere il calcio più umano e ludico. Alla lunga strappando un sorriso più che un’imprecazione. Folklore tipico di un’Italia di provincia dei primi anni ’80, quella descritta in poche strofe sul palco dell’evento nazional-popolare per antonomasia: “con l’autoradio sempre nella mano destra e un canarino sopra la finestra”.

Luis Sìlvio, alla fine di questo tourbillon di voci e leggende, si ritirò semplicemente nella sua terra; quel Brasile che l’aveva cresciuto ingenuo e un po’ sognatore. Vive tutt’oggi a Marilia, nel cuore del Mato Grosso, dove si è costruito una vita felice, lontana da stress e malelingue. E soprattutto da vocali sbagliate. Quelle che possono anche cambiarti la vita. In peggio.

“Ho investito tutti i guadagni del calcio nella Maripeças, rivendita di ricambi per macchine industriali. Sono stufo delle sciocchezze che gli italiani hanno scritto su di me. Il mio secondo genito Lucas, 14 anni, è un drago dei computer e ogni volta che su Google digita “Luis Silvio Danuello” è sommerso dalle bugie sul conto di suo padre.”