Intro: una gavetta infinita

La carriera di un allenatore non segue percorsi lineari: se il cammino di un calciatore è una retta disegnata da talento e dedizione, quello del mister può essere una parabola ascendente, un elettrocardiogramma da tachicardia o una spirale dalla quale è impossibile uscire.

Si può iniziare da una piccola squadra e salire lentamente la china, fino a diventare campioni del Mondo, come Lippi o Ancelotti. Si può partire da una big in disarmo, desiderosa di risparmiare e di avere un parafulmine per tifosi esigenti, come nel caso di Luis Enrique e Roberto Mancini. Si può, infine, iniziare una gavetta e trovarsi a non finirla mai; a recitare così a lungo il ruolo del traghettatore di provincia da non riuscire a scucirselo più di dosso; a diventare “la protezione civile del pallone”, da chiamare quando l’obiettivo è uno solo, e si chiama salvezza.

Emiliano Mondonico, Nedo Sonetti, Giovanni Galeone: per questi allenatori la carriera non è un’ascesa verso i top club europei, ma un continuo ricominciare: nessuna non c’è nessun punto d’arrivo, nessun trofeo da alzare.  La ragione del viaggio è viaggiare, come direbbe De Andrè. O Kerouac, in un viaggio On the Road tra le periferie del pallone: da Bergamo a Cosenza, da Novara a Cremona.

Mondonico tra Aguilera. Scifo. Martin Vazquez e Casagrande

I loro nomi sono legati a doppio filo a storie di provincia, poco adatte per la narrazione di sé che devono fare i top club. L’idea di un Mazzone alla Roma, nel 2015 suona ridicola; perché siamo abituati a pensare che non sia la sua dimensione, anche se non l’abbiamo mai visto con una rosa di quel livello.

È forse per questa convinzione, radicata in noi come nei vulcanici presidenti degli anni ’90, che non abbiamo mai visto Emiliano Mondonico guidare una squadra “potente”; e fa sorridere sapere che la sua carriera è indissolubilmente legata ad una delle squadre più nobili di Italia, quel Torino con cui condivide sfortuna, cocciutaggine e un vecchio cuore che non si arrende davanti a niente. Malattie, tragedie, e un tempo che è stato tutto fuorché galantuomo: il Mondo e il Torino ne hanno viste di tutti i colori, ma sono ancora là.

È passato un treno, una volta, al quale Mondonico e il Torino hanno provato ad aggrapparsi con le unghie e con i denti; con pochi fronzoli e molta determinazione perché “Essere del Torino vuol dire mangiare pane duro“, come spiega Cravero. Questa è la storia di quel treno: una storia fatta di vino della casa, coppe minori, pali di legno e sedie di plastica.

Parte 1: l’uno per l’altro

È l’estate del 1990, e a Torino si parla solo di calcio: certo, Roberto Baggio è arrivato alla corte di Agnelli, strappato ad una Firenze infuriata; il nuovissimo Delle Alpi ha ospitato il gol di Caniggia al Brasile e le lacrime in mondovisione di Gascoigne. Ma nei bar si parla d’altro: il Toro è tornato in Serie A, e sembra avere tutta l’intenzione di rimanerci.

La promozione non ha sanato i rapporti tra il presidente Borsano e il tecnico Fascetti, colpevole di fare un calcio troppo timido e difensivista; si decide quindi di assumere Emiliano Mondonico. Il tecnico lombardo è salito agli onori della cronaca per la cavalcata europea dell’Atalanta: nel 1987/1998 i bergamaschi, impegnati a tornare in Serie A, hanno raggiunto una memorabile semifinale di Coppa delle Coppe.

Un giovanissimo Mondonico in panchina

Un giovanissimo Mondonico in panchina (© La Presse)

Il problema, a Torino, è sempre lo stesso: fare i conti con un passato leggendario, tanto lontano quanto impareggiabile. Il Grande Torino, che ancora oggi i granata onorano con un pellegrinaggio a Superga, trionfava agli albori del calcio, quando ancora le Coppe Europee non esistevano. Succede così che la più grande squadra italiana, quella che faceva sognare tra le macerie del Dopoguerra, rimanga un mito tramandato oralmente, senza quel blasone europeo che certamente si sarebbe conquistato sul campo.

Emiliano Mondonico lo sa. Emiliano Mondonico sa tutto del Torino: ha vestito la maglia granata nel 1968, quando il lutto per Gigi Meroni era ancora fresco. Anche quella notte i sogni si erano spezzati nel modo più sciagurato; a Torino, la parola “tragedia” non è un iperbole giornalistica, non si usa per una partita persa.

Anche per questo, tifare Torino è un atto di fede: è lottare contro la sfortuna più imponderabile, e continuare ostinatamente a credere che un giorno o l’altro finirà. È credere che si tornerà a vincere, ma solo se si continuerà a sperare, a gridare, a correre. Al Torino non servono tecnici che facciano proclami roboanti: serve gente che abbia voglia di tirarsi su le maniche. Gente schietta, sincera e che abbia voglia di lavorare.

Mentalità operaia; giovani interessanti come Gianluigi Lentini e Luca Marchegiani; difensori d’esperienza come O’Animal Bruno e Roberto Cravero; campioni di fama internazionale come il brasiliano Müller e Martin Vazquez, arrivato direttamente dalla Quinta del Buitre. Nel 1990 ci sono tutti i presupposti per fare bene, anche nel campionato più difficile del mondo. Sì, perché sarà pure andato via Maradona, ma la Serie A è un altro pianeta rispetto alla Liga e alla Premier: la Samp di Vialli e Mancini, l’Inter di Matthaus, il Milan degli olandesi.

Parte 2: un Mondo perfetto

Appena tornati in A, i granata arrivano quinti in campionato, davanti al Napoli e agli odiati rivali della Juventus. Tra i tifosi granata si insinua qualche dubbio: forse il vento ha iniziato a girare. Forse Mondonico non è solo un tecnico da piccole squadre. Forse il Torino sta per tornare grande.

In estate Borsaro si assicura il belga Vincenzo Scifo e Walter Casagrande, il ragazzo diventato campione nel Corinthians democratico di Socrates. Nell’autunno del 1991 tutta Italia parla dello spettacolo di Zemanlandia; ma all’ombra della Mole c’è un’altra rivoluzione, meno roboante di quella foggiana ma altrettanto clamorosa. La banda Mondonico tiene testa alle big del campionato, e intanto si fa strada in Coppa UEFA.

Quella del Torino è una marcia inarrestabile: i colpi di testa di Tarzan Annoni, i guizzi di Lentini, i gol di Casagrande piegano in successione gli islandesi del KR, i portoghesi del Boavista, i greci dell’AEK Atene e i danesi del B1903. Il sogno granata sembra doversi arrestare davanti al Real Madrid: la miglior difesa del campionato italiano dovrà fermare Hugo Sanchez e Butragueno.

Il Torino 1991/92

Siamo nell’aprile del 1992, e in Italia ci sono le elezioni politiche. Mentre PDS e Rifondazione si dividono le spoglie del Partito Comunista, le formazioni di governo sono in crisi; l’unica a salvarsi è il Partito Socialista, nonostante a Milano il pm Di Pietro abbia appena avviato un’inchiesta per tangenti contro un esponente locale del PSI. Gian Mauro Borsaro, il presidente del Torino, si candida in Piemonte grazie alla popolarità ottenuta come presidente (una storia italiana, destinata a ripetersi): i tifosi granata al Bernabeu lo contestano al grido di “Chi non salta socialista è”, mentre il Torino ottiene la più dolce delle sconfitte, un 2-1 che lascia ben sperare per il ritorno. Due settimane dopo, sotto gli occhi del neodeputato Borsaro, il Torino batte 2-0 i blancos e accede così alla finale di Coppa Uefa.

Parte 3: Amsterdam

Nel doppio confronto i granata devono affrontare un’altra squadra dal passato ingombrante: l’Ajax del giovane tecnico Louis Van Gaal, che vede la finale come uno scontro di civiltà tra calcio totale e catenaccio. E come dargli torto, nei giorni in cui la Sampdoria di Vierchowod accarezza il sogno di battere il Barcellona di Cruijff in finale di Coppa Campioni?

Nella partita di andata il Torino non mostra la classica solidità difensiva, e prende due gol in casa: solo un cinico Casagrande e uno straripante Lentini riescono a pareggiare i conti. Il secondo commenta “Giocano a zona, ma non sono certo il Milan”: non può immaginare che tre anni dopo, uscito da un terribile infortunio, da rossonero perderà in finale di Champion’s proprio contro l’Ajax…

Praticamente, il Torino deve vincere ad Amsterdam per alzare la prima coppa europea della sua storia. Il 13 maggio 1992 la partita di ritorno inizia sotto i migliori auspici: Lentini si invola sulla fascia e serve Casagrande, che di testa trova solo il palo. Nell’azione successiva, Vazquez serve capitan Cravero, che in area impatta con Frank de Boer: l’arbitro fa segno di giocare e Mondonico ha una reazione del tutto imprevedibile.

Puro istinto, lontano venti anni dalle polemiche studiate a tavolino, dai guru della comunicazione e dal vittimismo eretto a sistema: il Mondo alza in alto la sua sedia di plastica, nella luce crepuscolare di una serata di maggio. Ad Amsterdam. In osteria le discussioni si risolvono così, agitando una sedia a mo’ di minaccia. La bonaria genuinità di un ragazzo semplice, che riaffiora dal subconscio dopo anni di sorrisi impeccabili e fair play.

I ragazzi di Mondonico prendono altri due pali, in una finale maledetta: gli eredi dell’Arancia Meccanica la scampano nel più italiano dei modi, senza subire gol. Zero a zero, e l’Ajax di Van Gaal alza la coppa grazie alla regola dei gol segnati in trasferta.

Dopo la finale, Mondonico viene squalificato per una giornata. Spiegherà poi:

“Quella sedia è il simbolo di chi tifa contro tutto e contro tutti. È il simbolo di chi non ci sta e reagisce con i mezzi che ha a disposizione. È un simbolo Toro perché una sedia non è un fucile, è un’arma di osteria.”

La sedia alzata da Mondonico in segno di protesta

Il Torino ha perso la Coppa senza perdere una partita, in perfetto stile Toro; essere sconfitti senza mai essere battuti. In quella sedia alzata c’è tutta la rabbia di chi si sente fregato da qualcosa di ignoto, da un dio cattivo che questa volta ha le sembianze di un arbitro serbo. C’è la rabbia, ma anche la voglia di combattere, senza ricorrere alle abusate metafore belliche. Perché la guerra è un’altra cosa, è una tragedia; e Mondonico e il Torino sanno bene la differenza. Questa è solo una finale di Coppa: per una partita a pallone come per una discussione in osteria, una sedia al cielo basta e avanza.

Epilogo

Gian Mauro Borsano, come molti altri imprenditori prestati alla politica, ha passato gli ultimi venti anni tra bancarotte fraudolente, falsi in bilancio e fusioni aziendali. Nell’estate del 1992 la Camera approva l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti e Borsano inizia a smantellare il suo Torino. Il primo ad andarsene è il talentuoso Gianluigi Lentini ceduto al Milan di Silvio Berlusconi in un’operazione di mercato decisamente opaca. Nonostante la smobilitazione, l’anno successivo il Torino vince la Coppa Italia.

Emiliano Mondonico lascia il Torino nel 1994, per poi tornare due anni nel 1998. Nel 2011 gli viene diagnosticato un tumore: dopo mesi di sofferenza e due operazioni la massa tumorale viene sconfitta: prima di diventare opinionista, Mondonico è tornato ad allenare solo per pochi mesi, ma noi lo aspettiamo di nuovo in panchina: del resto, dopo 23 anni, c’è ancora una giornata di squalifica da scontare.

Il Torino non è ancora tornato grande. Nel 2015 è stata la prima squadra italiana ad espugnare il mitico San Mames dell’Athletic Bilbao. Agli ottavi di finale è stato eliminato dallo Zenit San Pietroburgo, ma è uscito a testa alta. I giocatori hanno dimostrato il DNA operaio che ci si aspetta da loro; onorare una maglia simile è più che sufficiente.

Per vincere, ci sarà tempo. A Torino continueranno ad aspettare. E nessuno si tirerà indietro, se ci sarà da alzare una sedia.