Troppo cibo buono è peggio di troppo poco cibo cattivo”. (Proverbio ebraico)

Ci sono giocatori destinati a rimanere profeti in patria. Da Miura a Grigorov, da Riquelme al nostro Antonio Cassano. Grandi giocatori venerati o quasi in patria, ma incapaci di un similare rendimento una volta espatriati.

Questo sarebbe stato il destino in sorte per Eli Ohana, venerato tutt’ora come il migliore calciatore israeliano della storia assieme a Yossi Benayoun, folletto della fascia che incantò nel Liverpool di Benitez. Ma il condizionale è d’obbligo, perché nella stagione 1987/1988 questo fantasista israeliano sconvolse, col Mechelen di Preud’homme, tutta quanta l’Europa, ricevendo i complimenti nientemeno che da Don Diego Maradona.

Ma andiamo con ordine: di umili origini, cresce nella Gerusalemme degli anni ’70 assieme a sette fratelli e due sorelle. Il padre, fuggito da Haifa per problemi economici, era un fervente ebreo con cui Eli aveva sempre parecchie frizioni.

Sempre a causa delle ristrettezze economiche – e visti gli scadentissimi risultati scolastici – Eli viene messo nella spiacevole situazione dal padre e dal fratello Yossif di scegliere tra il calcio e il continuare ad andare a scuola, attività entrambe molto costose nell’Israele di quel tempo. Anche se in un primo momento titubante, l’allora undicenne Eli decide per il primo amore: il pallone.

Trasferitosi dal fratello maggiore, ottiene un provino col Beitar Gerusalemme, che non si fa pregare e lo assolda immediatamente tra le propria fila. Dopo uno scudetto giovanile vinto nel 1977, Eli viene promosso in prima squadra, che allora militava nella seconda serie israeliana.

Rimarrà sei anni nel Beitar, prima di emigrare all’estero. Il tempo di vincere il primo scudetto della storia del club e due volte la Coppa Nazionale. A 23 anni, nel 1987 Ohana viene acquistato dal Mechelen, squadra in ascesa militante nel campionato belga. I soldi della vendita vengono reinvestiti in un moderno campo d’allenamento. E qui ci riallacciamo al discorso intrapreso in precedenza.

Nella stagione 1987-1988. Ohana è infatti protagonista di una incredibile cavalcata in Coppa delle Coppe. Illumina, sforna assist, e i suoi dribbling ubriacano gli avversari. Ed è spesso a tu per tu con la porta: segna una doppietta nel ritorno degli ottavi di finale contro il St.Mirren; segna poi un gol nei quarti di finale a Minsk contro la Dinamo, per l’1-1 che elimina i sovietici.

Segna anche il gol del vantaggio nell’andata della semifinale contro l’Atalanta di Stromberg (gol) e Mondonico, militante in serie B. Arriva poi la finale, contro l’Ajax di Bergkamp, Aaron Winter, Ronald De Boer e Danny Blind.

Anche in finale l’israeliano è imprendibile: confeziona infatti l’assist decisivo nel finale, un cross al bacio dopo aver fatto impazzire proprio De Boer con un paio di finte di corpo. Sembra l’inizio d’una sfolgorante carriera per il giudeo dalla frangetta e i capelli lunghi, che viene eletto dal Guerin Sportivo come “miglior giovane al Mondo”. E che riceve critiche positive perfino dal Pibe de Oro: “In Israele hanno un solo giocatore, ma parecchio forte”.

La stagione successiva inizia coi migliori auspici (il Mechelen vince la Supercoppa Europea) ma finisce male: Ohana non ha più la brillantezza atletica, il tocco e lo scatto dell’anno precedente. Sembra il fratello scemo, anche se in Nazionale continua a far bene. Già, la Nazionale: vanta 50 partite in circa un decennio.

La partita più importante che gli vale gli onori della cronaca è un match-spareggio valido per un posto a Italia ’90. Nella conferenza stampa prima di Australia-Israele, infatti, il tecnico dei Socceroos si lascia andare ad un paio di frasi “equivocabili” e decisamente antisemite.

La risposta arriva dal campo, e la firma Ohana: due dribbling secchi su due difensori, un terzo sul portiere, e gol. Infine, una corsa di decine di metri “alla Adebayor contro l’Arsenal” per andare a esultare sotto il naso del coach australiano, baciando la stella di David cucita sulle divise Israeliane. Archiviata la pratica Australia, gli israeliani falliscono comunque la qualificazione uscendo nel turno seguente.

Nel frattempo, dopo una terza sciagurata stagione nel Mechelen, Ohana torna in patria dopo una breve parentesi in Portogallo. Sempre nell’amato Beitar – nel frattempo scivolato nuovamente nella seconda serie – per altri 9 anni, regalandosi successi di squadra (3 scudetti e 2 coppe Nazionali) e personali (giocatore dell’anno nel 1997).

Ma, nel frattempo, oltre alla vetrina del calcio che conta, perde anche quella della Nazionale dato che, rifiutando una convocazione, viene escluso dalla Selezione per 4 anni. Si ritira nel 1996 dalla Nazionale.

Quel giorno, per vedere l’amichevole ad hoc organizzata contro l’Uruguay, al Teddy Stadium di Gerusalemme, lo stadio riesce a malapena a contenere i 34.000 tifosi presenti, venuti a onorare quella gemma rara che solo loro avevano visto esprimersi al suo potenziale. Loro, e una manciata di tifosi belgi, che ancora oggi ricordano quei 16 mesi infernali del capellone venuto da lontano.

Col calcio giocato chiude nel 1999, passando direttamente dal campo alla panchina, sempre nel Beitar. Come coach ha avuto alcuni alti e diversi bassi. È notizia di questi giorni, infine, la sua candidatura per il discusso partito “La Casa Ebraica” (erede del partito nazionalista Mafdal), cui si dedica nelle pause che si prende dal vero lavoro di consulente per la Nazionale di Calcio maggiore.

Noi preferiamo ricordarlo per i 200 gol in poco più di 400 partite tra Belgio, Portogallo e Israele, ma soprattutto per quell’irripetibile, magnifica cavalcata col Mechelen. Un anno vissuto pericolosamente, senza pensieri e col calcio che esce fluido e naturale da quel piedino destro che in patria non hanno più visto.