“In Nigeria I’m legend, something like Jay-Jay Okocha.”

L’incipit è un ritornello, un refrain dalle sonorità hip-hop che aleggia durante una canzone di M.I.A. – vocalist britannica dalle origini tamil. E se il testo di un pezzo scritto da una cantante che ha scalato le classifiche inglesi cita Augustine Azuka Okocha, per tutti Jay Jay, non possiamo che partire da qui per ricostruire pezzo dopo pezzo una vita, ancor prima che una carriera, fatta di ascese e divertimento sparso come polvere magica su più continenti: dall’Africa nera agli USA, passando per la vecchia Europa e la Turchia, ideale ponte fra Occidente ed Oriente.

Perché la storia di Jay Jay è anzitutto una parabola che sa di libertà ed istinto sprigionati su un prato verde come su un terreno polveroso e accidentato. Sul delta del Niger come al Parco dei Principi: un viaggio vissuto col sorriso sulle labbra e con gli occhi spalancati degli avversari, che cercavano di fronteggiare il più grande giocoliere della storia del calcio nero. Uno che potevi distinguere in mezzo ad un miliardo di calciatori, uno dotato di un gioco tutto suo. Questione di stile. Caratteristica innata che Okocha deteneva in surplus.

Il Niger, dicevamo. Jay Jay nasce da queste parti in un remoto villaggio alle porte di Enugu, capitale dello stato federato ed ex capitale della Repubblica del Biafra. È l’epicentro dell’etnia Igbo – ovvero “enu Ugwu”, letteralmente “in cima alla collina” – coloro che per ultimi si sono arresi alla colonizzazione britannica del Delta e delle sue ricchissime terre.

Etnia di guerrieri, sconfitta dal peso dell’invasione inglese dopo una strenue e oltremodo drammatica resistenza. In questo paradiso naturale Jay Jay è un bambino come tanti, di quelli che riescono a malapena a concludere una giornata a stomaco semipieno, per usare un eufemismo. Perché appena 9 anni prima della sua nascita in quelle regioni bellissime e impervie si era combattuta la Guerra del Biafra: evento tristemente celebre in buona parte dei paesi occidentali quale icona della fame nel mondo. Insomma, Okocha è figlio di un’etnia e di un angolo di mondo particolari.

Abituato fin da piccolo a seguire un istinto di sopravvivenza quasi innato in una terra in bilico fra genocidi e devastazioni ambientali per mano di grandi compagnie petrolifere. Un istinto che trova la sua sublimazione su un campo da calcio. O meglio, rincorrendo qualsiasi cosa si avvicini, anche lontanamente, ad un pallone.

“Giocavamo con qualsiasi cosa, qualsiasi cosa vagamente rotonda. Poi quando abbiamo visto per la prima volta un pallone, beh, è stato fantastico”.

Il pallone si eleva a momento di spensieratezza nelle giornate nei sobborghi di Enugu, un rifugio istintivo dalle miserie del mondo. È proprio in queste condizioni che Okocha inizia a sviluppare la sua attitudine al gioco: una continua fuga fatta di finte e movimenti quasi innaturali per cercare di non perdere mai la palla in mezzo a tanti ragazzini di strada come lui.

Si sussurra che nasca da queste parti il celebre “step-over”, quella finta che somiglia più ad un passo di capoeira che a un dribbling. Quel movimento rapidissimo che si porterà dietro per sempre, come un artista la sua firma in calce. Un freestyler con la palla incollata al piede. Un numero circense che presto conosceranno anche in una città ricchissima e lontana anni luce da quei terreni polverosi: Francoforte.

Jay Jay, ancora bambino, si trasferisce con la famiglia sulle rive del Meno. Qua prende forma la sua carriera da numero 10 puro: estraneo ad ogni rigido dettame tattico. Talento naturale che fa impazzire avversari e allenatori, che spesso cercano disperatamente di limitarlo o ingabbiarlo dentro un concetto pre-ordinato di gioco.

Okocha, invece, detta il suo calcio: fuori dagli schemi e a tratti bizantino. È un dieci che pare fuoriuscito da un mondo parallelo, fatto di giocate sbalorditive e spensieratezza tecnica. Soprattutto se giochi nell’Eintracht Francoforte e in panchina siede un signore severo che ha fatto dell’organizzazione tattica e dell’ordine tra i reparti un credo inscalfibile: Jupp Heynckes. È il primo vero scoglio da superare per un calciatore anomalo come Jay Jay.

Con Heynckes i rapporti sono tesi e il sergente di ferro non fa niente per migliorare la situazione. Nonostante un’annata che porterà l’Eintracht alla retrocessione, Jay Jay si mette in mostra con numeri e gol che in Bundesliga credevano appartenere a un’altra dimensione. Okocha ha lasciato il segno: il suo è un calcio che da queste parti semplicemente non esiste. Chiedere ad un moloch come Oliver Kahn per ulteriori conferme. Ubriacato a passo di danza tribale insieme a tutta la retroguardia del Karlsruhe nel gol più dadaista nella storia della Bundesliga.

Arriva il 1994, e la parabola ludica di quel dieci circense fa i bagagli e attrae su di sé gli occhi del mondo in un’estate torrida passata negli Stati Uniti. Prende il via il Mondiale e la sua Nigeria scrive una delle imprese calcistiche africane più significative della storia.

È il team delle SuperAquile, una squadra che calamita attenzioni e simpatie in egual misura, frantumando ogni certezza avversaria sotto il ritmo e le giocate di un pugno di talenti di grande spessore incanalati in un collettivo che esprime dominio del possesso a ritmi alti. Dalle corse infinite di Finidi alle cannonate di Oliseh, dai gol di potenza Amunike ai giochi di prestigio di Jay Jay. La Nigeria in campo è uno spettacolo – per quanto sui generis – e Okocha si ritaglia la parte dell’attore protagonista, al punto che inizia a girare un soprannome eloquente: The African Maradona.

La Nigeria ad USA ’94

Dopo aver spazzato via la Bulgaria di Stoichkov con un perentorio 3-0, la Nigeria inciampa contro l’Argentina di Basile ma si prende la testa del girone regolando con un 2-0 senza storia la Grecia. Il tabellone dice ottavi di finale, a Boston, contro l’Italia. E sarà soltanto una doppietta del Divin Codino a spezzare violentemente il sogno africano, dopo un’estenuante partita (quasi) chiusa sull’1-0 per le SuperAquile. Poco importa, la Nigeria ha messo in mostra una batteria di talenti che andranno ben oltre il risultato finale.

È materiale epocale per il calcio dell’Africa nera. Lo stesso Okocha è ormai considerato un giocatore di livello mondiale: immarcabile nell’uno contro uno, imprevedibile nello strappare la partita con un’accelerazione verticale come con una sventagliata d’esterno in favore degli attaccanti. È fuori dagli schemi, pur avendo chiaro il concetto di gioco collettivo.

Dopo un paio di stagioni di buon livello a Francoforte accetta la chiamata di un club storico, sospeso fra grandi ambizioni e un calcio ancora non evoluto. Va al Fenerbahce. I Canarini Gialli e il loro mondo a metà fra Asia ed Europa sono l’ambiente ideale per il giovane Okocha. I numeri parlano chiaro: 62 partite, 30 gol.

Sul Bosforo matura come calciatore, impreziosendo il suo bagaglio da illusionista con un’abilità sorprendente nei calci da fermo. Colpi d’esterno, doppi passi portati avanti con la suola, step-over con le gambe che sembrano mosse da una misteriosa forza centrifuga, botte di collo pieno da distanza impensabile, colpi di tacco al volo e dribbling dove lo spazio diventa un concetto astratto.

È esploso un talento, brilla una stella. Porta il nome di un’antica tribù di guerrieri e il numero 10 sulle spalle. Appare come una variabile impazzita in mezzo a 21 giocatori che spesso si muovono in maniera simile. A Istanbul, sulla sponda asiatica, rimarrà due stagioni facendosi amare come pochissimi altri. Prima del volo per Parigi, però, c’è un’altra storia da scrivere con quella maglia verde e bianca: le Olimpiadi sono alle porte. Nuovamente negli States, dove i nigeriani hanno un conto in sospeso con la fortuna da due anni.

Atlanta è il coronamento – quantomai effimero – del black power nel calcio. La Nigeria – guidata da Okocha e Kanu, entrambi in forma straripante – liquida tutti gli avversari andando a conquistarsi un oro olimpico che sa di leggenda contro l’Argentina di Zanetti, Sensini, Ortega, Crespo e Claudio López.

È un 2-3 quasi drammatico nel suo compimento, e che arriva dopo una spettacolare semifinale vinta per 4-3 contro il Brasile di Ronaldo, Roberto Carlos e Bebeto. È pure il canto del cigno del calcio africano: il trionfo che sembra preannunciare una nuova èra, che invece non si aprirà mai.

Una nuova èra che, però, si apre per Jay Jay. Bagagli alla mano, dalla Moschea Blu all’ombra allungata della Torre Eiffel. È l’estate del mondiale in Francia e Okocha vola a Parigi con le stimmate del campione. 15 milioni di euro ai turchi, e quello strano playmaker offensivo dal calcio inimitabile veste la casacca del Paris Saint Germain.

A Parigi vive quattro anni alterni, facendo letteralmente da chioccia ad un giovanissimo talento brasiliano che pare l’unico a potersi avvicinare alle sue sbalorditive giocate palla al piede. È Ronaldinho, che proprio nel suo periodo parigino si guadagnerà fama e onori giocando fianco a fianco con Jay Jay. Passano alla storia del club le sessioni post-allenamento fra i due, che si sfidano in continui duelli faccia a faccia alla ricerca del dribbling migliore. Tradotto: il più fantasioso.

I due numeri dieci stringono un legame quasi fraterno, fatto di spensieratezza e numeri che infiammano gli spettatori. Puro divertissement. Una forma d’arte primigenia legata al fattore ludico, alla parte illusionistica e creativa del gioco del calcio. A Parigi, Okocha farà in tempo ad alzare una Coppa di Lega all’interno di un contesto tecnico e societario piuttosto caotico.

Poi una telefonata, dall’altro capo della cornetta un santone che di nome fa Alex e di cognome Ferguson. È il 2002, ancora un’estate mondiale, a cui partecipa con la sua Nigeria, e nuovo cambio di casacca. Stavolta quella del Manchester United. Ma qualcosa va subito storto e il suo rapporto coi Red Devils non comincia praticamente mai, finendo subito in comproprietà in una società piccola e appassionata dove può mostrare il suo calcio creativo.

Va al Bolton, dove rimarrà quattro anni. Diventa una leggenda del club di Horwich, cittadina immersa nel verde che abbraccia i dintorni di Manchester. È il capitano e la figura a cui aggrapparsi in campionati giocati costantemente sul filo del rasoio di una salvezza all’ultima giornata: l’unico capace di far girare una squadra modesta in un contesto periferico e di tirare fuori dal cilindro i suoi numeri improvvisi.

Lasciando a bocca aperta un pubblico abituato a tackle ruvidi e un gioco impostato sulla sorpassata formula del kick&run. La stessa tifoseria conierà un motto speciale per quel numero dieci anomalo: “So good they named him twice”. Un’investitura totale. Dal Delta del Niger alla nebbia della Contea della Great Manchester: Okocha è divertimento senza frontiere. Meraviglia e senso di stupore in scarpe da calcio. Chiuderà la sua carriera da globetrotter del pallone passando prima dal Qatar e poi di nuovo sotto la Corona, all’Hull City.

Nel mezzo, incide un disco, vola per un’estate in Australia alla ricerca di se stesso e si sposa, trovando un senso a quel ritorno in Inghilterra. Perché è tutta questione di gioia, da prendere e dare.

“In Qatar mi annoiavo parecchio. Non c’è quasi nessuno a vedere le partite, l’atmosfera non mi piaceva. Dio mi ha indicato la strada giusta, e la fede per me viene prima di ogni altra cosa.”

Basta tradurre Dio con Hull e fede con pallone, ed ecco spiegata l’ultima tappa del circense nigeriano. Arriva a Kingston upon Hull, nel cuore dello Yorkshire, alla soglia dei 35 anni. È il 2008 e cala il sipario su una lunga carriera con l’ultima annata di calcio giocato, caratterizzata da numerosi infortuni e qualche sprazzo dei suoi. Si ritira così un calciatore unico nella storia del gioco. Figura naif e trascinante, fantasista entrato di diritto nell’immaginario di ogni appassionato di calcio sparso nel globo. Tanto che oggi, a Ogwashi-Uku, città nel cuore del Delta del Niger, potresti imbatterti in uno stadio che di nome fa Jay Jay Okocha. Sarebbe retorico aggiungere altro.

Prima di ritirarsi, però, arriva il suo ultimo dribbling. Probabilmente il più significativo. Gira alcuni video in cui spiega ai ragazzini quali sono i segreti dei suoi dribbling leggendari, insegnando step by step quelle meraviglie circensi. In attesa di un nuovo ragazzino africano che sarà chiamato con due nomi perché troppo bravo. È soltanto questione di tempo. Parola di Jay Jay.

“Sono sicuro che un altro Jay-Jay sia là fuori. Ma la cosa più importante è farsi una domanda pertinente: in Nigeria abbiamo le strutture adatte per riuscire a produrre un altro Okocha, un altro Kanu o un altro Oliseh? Credo che dovremmo sforzarci e ristrutturare il calcio nigeriano per far crescere questi talenti, che sono sicuramente là e aspettano soltanto di essere scoperti.”