“No Regrets”.

Partiamo da un motto quanto mai emblematico per analizzare un uomo, ancor prima che un calciatore. Quella frase secca e lapidaria è il leit-motiv di un’intera vita, la radiografia accurata di un personaggio sui generis e di un calciatore iconico: Stig Tofting da Horning. Il bulldog, o il tosaerba, per amici e tifosi.

Una personalità fuori controllo. Una vita ancor di più. Di quelle che potrebbero finire dritte nella sceneggiatura di un biopic dalla forza tragica, ricco di sangue e colpi di scena. Insomma, Tofting è materiale ad alto tasso di combustione. In campo e fuori. Ma dietro quella maschera da guerriero vikingo, si cela una storia drammatica che più di tutte pesa nello sviluppo dell’uomo Stig Tofting.

Un orrore nascosto nel subconscio di un pre-adolescente di Aarhus. Stig ha 13 anni, e la sua unica occupazione è una trafila che fa la spola tra scuola e campo da calcio. Un bambino come tanti nel freddo silenzioso che avvolge la penisola di Hans-Christian Andersen. Uno di quei luoghi dove pensi che tutto scorra sempre liscio, come scandito da regole non scritte che fanno apparire le piccole città scandinave quelle delle fiabe. Un quadro idilliaco.

Uno scenario che, però, nasconde nel profondo orrori indicibili. Come nei film di David Lynch. O di Vinterberg e Refn, per rimanere in terra danese. E uno scenario efferato alla Uomini che odiano le Donne è esattamente ciò che si trova davanti un ragazzino biondo di 13 anni al ritorno da scuola.

Rientra a casa, apre la porta, non avverte rumori e scorge del sangue che si dipana a macchia d’olio nel salone. Alza la testa e vede l’orrore. Entrambi i genitori sono morti. In un lago di sangue. Le indagini della polizia decreteranno: uxoricidio e suicidio. Stig a 13 anni è già solo contro il mondo. Una collera che si porterà dietro per sempre, il primo tatuaggio indelebile di una lunga serie.

Tofting si butta a capofitto nel calcio e nelle moto: rincorrere palloni diventa la sua passione, insieme alle prime frequentazioni di una banda di violenti biker. Hells Angels e prati di periferia: la sua adolescenza recita questo copione senza una reale possibilità di uscita.

Si affilia alla gang in sella alle Harley Davidson, partecipa a scorribande, si tatua il corpo in un continuo gioco d’appartenenza al branco e prende parte ad una rapina, svaligiando una gioielleria di Copenaghen in un blitz con gli Angels. Sembra la sceneggiatura di Rusty il Selvaggio, cult anni ’80 con Mickey Rourke in sella all’Harley, ma è la “vita da mediano” di un ragazzo che di mestiere prende a cazzotti il mondo.

Siamo alla fine degli anni ’80 e in questo periodo ottiene un lavoro che accetta immediatamente: addetto agli elevatori in una ditta di Aarhus. O almeno, quello sarà il suo impiego legale. Questione di forma.

Perché nel frattempo quell’orco tarchiato dallo sguardo vitreo sta scalando le giovanili di un club solido come l’Aarhus. Prende il numero 2 ed è una belva scatenata in mezzo al campo. Diciamo che tutti preferiranno sempre averlo a fianco piuttosto che trovarselo davanti, in mezzo a un campo come fuori.

Trascina i compagni e non molla un centimetro, infatti nasce proprio in questo periodo il suo primo soprannome: il Bulldog. La carriera di Stig va avanti a strappi e morsi in una società organizzata ma limitata: la rabbia agonistica e lo strapotere fisico di Tofting hanno bisogno di ben altri palcoscenici.

Si fa notare, il suo nome acquista consistenza nell’ambiente scouting tedesco e l’Amburgo lo chiama. Stig accetta e va in Germania. Tornerà nella sua città natia, dopo un anno fatto di incomprensioni e soprattutto risse verbali con l’allenatore e uno scarsissimo minutaggio. Il Bulldog è materiale incandescente, non è cosa semplice riuscire a gestirlo. Non si è mai ambientato in quella grande città, tantoché più volte organizza veri e propri blitz in treno per tornare qualche ora nella sua Aarhus.

Ha bisogno di tornare. E puntualmente lo fa: è il 1995 e Tofting ritorna ad Aarhus a 26 anni; sembra un passo indietro nella sua carriera ma il Tosaerba è personalità da non arrendersi alla prima difficoltà. Anzi.

Altri due anni in Danimarca tra scappatelle fuori dal campo, raid in moto dopo le sedute di allenamento e una serie di tatuaggi che non finirà mai. Stig è il leader di quella squadra. Trova un precario equilibrio che riesce a farlo esprimere ad alti livelli: in due anni segna 17 gol. Numeri altissimi, se pensiamo al calciatore in questione: il Bulldog è un mastino assetato di contrasti in mezzo al campo, copre le spalle ai giocatori offensivi e non si risparmia.

È esuberante, gioca un calcio ossessivo e tremendamente efficace, tralasciando l’estetica che è dimensione che non gli appartiene. Insomma, è il fulcro d’acciaio e muscoli della squadra, che staziona fra le prime tre in campionato e riesce a partecipare alla Coppa Uefa. Ora è giunto il momento di (ri)provare il salto.

Ancora Germania, stavolta una città di medie dimensioni con una pressione ben diversa da quella affrontata ad Amburgo. Si trasferisce al Duisburg e gioca tre anni di buon livello nei campi della Bundesliga. Campionati fatti di salvezze e sudore, tanta concretezza e pochissimi fronzoli. Stig lotta nel freddo e riesce a centrare due salvezze insperate, prima di cedere alla retrocessione del 1999/00. È ormai un giocatore affermato nel panorama nord-europeo, adatto a stagioni vissute sul filo della sofferenza.

Ma la sua celebrità internazionale non è costruita sulle prestazioni di fatica nella Ruhr, quanto su partite con la maglia della sua Nazionale. Con la Danimarca si prende la scena. Sarà per quell’estetica inconfondibile, ma quel culturista vikingo con fare truce rimane nella memoria di tutti gli spettatori. È un archetipo: è quello della scivolata a due gambe su un contrasto in mezzo al campo, quello che fino al 95° rincorre con la bava alla bocca un avversario, quello che salta col gomito largo sulle palle alte.

Il tutto contornato da un fisico potente e massiccio, compresso. Ricorda più una lavatrice che un mediano. E al suo fianco, in quel periodo, gioca un altro muro danese: Thomas Gravesen. Calvo, potente, alto e con un bagaglio tecnico di diverso spessore rispetto a Stig. Insieme formano una folkloristica diga mobile di difficile vulnerabilità, agli Europei del 2000 prima e ai Mondiali del 2002 poi.

Due hooligans in mezzo al gioco. Sono incudine e martello di quella Danimarca dai risultati altalenanti: capace di grandi imprese – come la vittoria del girone ai Mondiali di Corea – e di fragorose débacle, come gli 0 punti nel girone europeo in Belgio e Olanda. In questo contesto Tofting non passa inossevato, è il mediano tutto polmoni e bicipiti che spesso si fa notare per intemperanze verso avversari e direttori di gara.

Ma è fuori dal rettangolo verde che sublima in figura tragica e memorabile. Gli eccessi di nervi e grinta in campo sono inezie in confronto a ciò che combina fuori. È proprio durante una serata di festa post-Mondiale che organizza una cena a Copenaghen con tutta la squadra, e dopo litri di birra decide di pestare – con pugni e testateil cuoco del ristorante, reo di aver chiesto in maniera troppo decisa di abbassare il volume della “conversazione”.

Lo manderà in ospedale con annesso un referto da rissa da strada. Una bravata figlia dell’alcol in eccesso e di quel carattere forgiato a cazzotti dalla vita. Una serata storta che gli costerà un fermo di una notte alla stazione di polizia e successivamente 4 mesi di carcere, che sconterà fino all’ultimo giorno. È qui che si fa imprimere quella gigantesca scritta sull’addome, quella che potrebbe essere il suo epitaffio come il suo inno alla vita: No Regrets.

È ormai un galeotto, un reietto da canzone folk di Bob Dylan. Ma la vita di Tofting – come abbiamo visto fin dall’inizio – è un lungo film pieno di azione, muscoli, sangue e colpi di scena grotteschi o drammatici. Senza soluzione di continuità.

E in quell’estate d’umidità coreana, il Bulldog pare a suo agio in campo ma tremendamente represso fuori. Mette così nel mirino il compagno di squadra Gronkjaer, numero 10 della nazionale. Giocatore che incarna lo stereotipo del conformismo danese: di buona famiglia, silenzioso, pettinato alla perfezione e tanto ordinato in campo quanto fuori. La nemesi di Stig.

Così organizza insieme a Gravesen uno scherzo da caserma: braccano Jesper in allenamento, lo mettono sotto una pressa di muscoli, ghiaccio e acqua gelata. Gronkjaer accusa il colpo, tantoché poco dopo andrà a lamentarsi di persona col Ct Olsen perché ferito ad un occhio da un cubetto di ghiaccio. Per Stig è un affronto. Non la prende bene: malmena il compagno negli spogliatoi e la squadra fatica a sedare la rissa fra i due.

Ovviamente, Gronkjaer ha la peggio e l’allegra scampagnata danese in Asia si chiude fra polemiche e colpi bassi. Molto più scorretti e vili di quelli del Tosaerba: il giorno dopo, infatti, la rivista di gossip Se eg Hoer pubblica in prima pagina un articolo dove sviscera agli occhi del mondo quell’episodio aberrante che ha segnato la vita di Tofting. Un servizio che rivelerà pubblicamente la storia di un’adolescenza devastata dall’uxoricidio-suidicio dei genitori; un segreto che Stig si portava dentro e che non aveva ancora svelato alla famiglia.

Stavolta, come sempre nei momenti più duri, la Danimarca si schiera a difesa del suo Bulldog. L’articolo fa scandalo e il direttore della testata viene rimosso dall’incarico. Tofting accusa il colpo, ma non crolla.

Ma il fato non ha ancora finito di prendere a mazzate quell’uomo tanto grosso quanto instabile. È il 2003 e Tofting vede venire alla luce il terzo figlio. Dopo appena 22 giorni di vita non ci sarà più: il neonato viene stroncato da una meningite fulminante. Una disgrazia, l’ennesima, un colpo da KO. Tofting così cambia aria, cerca di allontanare la mente da quel trauma lacerante.

Può farlo in un solo modo e con una sola direzione: Aarhus. Fa il suo ritorno all’AGF all’età di 34 anni ed inizia a dettare il suo solito spartito. Prende per mano i compagni più giovani, trascina l’ambiente, mette pure a segno qualche gol importante. E poi di nuovo una caduta. Fragorosa.

Un’altra festa, ancora tanto alcol che scorre, gli schiamazzi e i cori in favore della squadra. Stig è il capobanda e il party di Natale dell’Aarhus è una Via Crucis fatta di birra e akvavit. Fino a che la situazione degenera: Tofting, ormai compromesso dall’alcool, si azzuffa con mezza squadra e lo scenario da goliardico muta repentinamente in apocalittico. Un paio di giovani compagni rimangono feriti con percosse e qualche livido, l’Aarhus non può far altro che stracciare il contratto e licenziarlo.

È il 2004, ha ormai 35 anni e una rabbia incontrollabile che si materializza all’improvviso. Il demone sotto la pelle, come apostroferebbe David Cronenberg. Che cerca di esorcizzare con tatuaggi e continue fughe. Andrà così pure stavolta: direzione Svezia. Trasloca al BK Hachen, dove gioca una stagione relativamente tranquilla, senza pressioni ed eccessi da copertina.

È sempre l’Hells Angel dal destino violento divorato dalle avversità della vita, ma l’ultimo viaggio in Scandinavia pare averlo smussato. A fine stagione torna in Danimarca per chiudere la carriera nella Superliga, approdando alla sua ultima squadra da calciatore: il Randers. Rimarrà fino al 2007, quando a 37 anni decide che è ora di appendere gli scarpini al chiodo per dedicarsi ad un nuovo ciclo fuori dal campo.

Diventa in poco tempo vice-allenatore di quella squadra sperduta nel gelo e dopo due stagioni si prende una piccola ma significativa rinvincita sul suo unico amore, l’Aarhus. Gli viene offerto un posto come vice-allenatore e Stig accetta subito, di getto. Questione di appartenenza.

Altri due anni di lavoro a bordo campo, dove però gli manca la dimensione agonistica di cui non può ancora fare a meno. Adotta l’unica soluzione possibile: si dà al pugilato. È il 2010 e sale sul ring per un paio di esibizioni dilettantistiche, portando a casa due vittorie. Senza dimenticare uno show dal sapore trash che vede Toffe affrontare René Dif sul quadrato. Tradotto: Tofting contro il cantante degli Aqua. Quello del tormentone dance “C’mon Barbie, let’s go party!”. È un incontro di beneficienza tra due figure cult del panorama danese. Indovinate chi vincerà? L’arbitro decreterà il pareggio, ma ai punti trionferebbe Stig.

Attualmente il Bulldog gestisce un bar nella sua città natale, l’unico dove è permesso fumare, e dove il rombo delle Harley è assordante. Ma è anche un commentatore di punta per Canal 9 Denmark, dove analizza senza peli sulla lingua i principali avvenimenti sportivi scandinavi.

Oggi, in tv, sfoggia una giacca elegante con una cravatta. Ma niente potrà mai nascondere cicatrici e tatuaggi del vikingo matto. Quello senza alcun rimpianto. Semplicemente, Stig Tofting.