Di Alessandro Colombini

Nell’Inghilterra degli anni ’80, con i white power skinheads per le strade e nelle terraces, era vivamente consigliato non essere due cose: nero e gay. La storia in questione parlerà di un giocatore, forse ricordato da pochi, ma la cui vicenda ha scosso l’opionione pubblica – inglese e non solo – per molto tempo.

Molti di voi, andando a memoria, si ricorderanno del fratello John per le gag di Peo Pericoli, al secolo Teo Teocoli in “Mai dire gol“, nella quale per una serie di papere il fratello minore era preso di mira dal comico. Il protagonista di oggi è il fratello maggiore: Justin Fashanu: nero e gay.

19 Febbraio 1961, Hackney Village, nord-est di Londra. Da padre nigeriano e madre guyanese (al tempo ancora agli ordini di Sua Maestà. La Guyana, non la madre) nasce Justin Soni Fashanu, allevato però in seguito da Alf e Betty Jackson, che porteranno Justin e il fratello minore John ad Attleborough. Ci son due neri nel Norfolk. Bella questa.

Con i piedi ci sanno fare entrambi i fratelli Fashanu, ma Justin un po’ di più. A 18 anni esordisce con il Norwich City , la squadrona più vicina a casa Jackson, dove resterà fino al 1981, quando lascerà il Norfolk per diventare il primo “One million man” nero. Il suo debutto nel calcio che conta infatti parte subito alla grande, infatti, nella sua nella sua permanenza nel Norwich segna 35 reti che attirano le attenzioni del Nottingham che gli fa fare il grande salto.  John è già una stella anche dell’under 21 inglese.

Stagione 1981/82: Nottingham Forest di Brian Clough, l’inizio e la fine.

Fashanu con la maglia del Nottingham

A Nottingham le cose non vanno per niente bene, forse anche per la pressione di quel milione sganciato da Cloughie, ma il problema maggiore non è l’atteggiamento di Justin in campo, ma quello fuori, che dopo la mezzanotte lo vede protagonista in locali eccentrici e stravaganti. Si parle di lunghe nottate nei bar gay-friendly più cool della città, che porteranno inevitabilmente a scontrarsi con l’allenatore, destabilizzando in maniera defnitiva il rapporto tra i due.

Dove vai se vuoi una pagnotta?”, chiede Clough al termine di un allenamento dopo aver chiamato Fashanu da parte, “Da un fornaio, immagino” “Dove vai se vuoi un cosciotto d’agnello?” “Da un macellaio” “E allora spiegami perché continui ad andare in quei cazzo di locali per froci?”. Gelo.

Fashanu lascia i “Garibaldi Reds” per un prestito a Southampton, poi torna a Nottingham ma dall’altra parte del River Trent, direzione Notss County e poi al sole di Brighton dove si rompe un ginocchio. Lo stop è impressionante: 4 anni a casa.

Nell’88 si parte per l’America: Los Angeles Heat. L’esperienza a stelle e strisce dura due anni, prima del rientro in patria. La carriera di Fashanu però continua ad essere boicottata da quelle continue voci che lo vogliono omosessuale, tanto pressanti che lo costringono nel 1990 a dichiarare pubblicamente il proprio orientamento sessuale.

Ovviamente la decisione viene presa con grande ostilità: se una persona apertamente di sinistra (iscritto al Partito Laburista) come Brian Clough lo aveva tacciato come “fottuto finocchio le teste rasate con il braccio teso che infestano gli stadi inglesi non si voltano certo dall’altra parte.

Per di più,  il problema non è legato solamente ai neonazisti inglesi, ma anche agli avversari che non ti aspetteresti: “Justin è un affronto, un danno d’immagine e un uomo patetico e imperdonabile” per la comunità nera inglese, mentre il fratello John, stella del Wimbledon, lo ripudia pubblicamente.

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Comincia qui un altro girovagare senza sosta per il povero John, sembra proprio che la sua carriera e la sua vita non vogliano trovare pace. Finisce nel Leyton Orient, piccola società sportiva dell’East London prima di riprendere un volo atlantico e planare a Toronto. Ma anche qui, sembra che la fortuna non sia dalla sua.

Eccolo infatti tornare in Inghilterra, precisamente nel Devon, tesserandosi per il Torquay United. Qui dura due anni, dal 1991 al 1993, prima di trasferirsi in Scozia, Svezia e concludere la carriera in Nuova Zelanda, nella squadra di punta dei Miramar Rangers.  La carriera di Fashanu dura fino al 1997. Si arriva alla parte più tristemente nota della vita del ragazzo di Londra, che si verifica nel 1998, nel Maryland.

Il 25 marzo 1998 alla polizia di Ashton Woods si presenta un diciassettenne del luogo affermando di aver subito una violenza sessuale da parte dell’attuale allenatore dei Maryland Mania Club, Justin Fashanu. Secondo il racconto del ragazzino, Fashanu lo avrebbe stordito attraverso la marijuana per poi abusare di lui sessualmente. Justin si mostra collaborativo in tutto e per tutto ma sa a cosa sta andando incontro: la legge anti-sodomia che punisce il sesso orale con il carcere.

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Fashanu decide di scappare in Inghilterra per cercare il sostegno di amici e di qualche avvocato per provare a difendersi, ma il 3 maggio 1998 si accorge di essere solo al mondo: “Desidero dichiarare che non ho mai e poi mai stuprato quel giovane. Sì, abbiamo avuto un rapporto basato sul consenso reciproco, dopodiché la mattina lui mi ha chiesto denaro. Quando io ho risposto no, mi ha detto: Aspetta e vedrai”.

Justin Son Fashanu si impicca in un garage a Shoreditch, Londra nord, mentre in Maryland il processo a suo carico viene archiviato per mancanza di prove.

Il suo nome è ancora fortemente ricordato nella comunità gay inglese come uno tra i più influenti e coraggiosi nella lotta per i pari diritti. Un storia che mescola talento, intolleranza e destino crudele. Justin, di tutto questo, era già consapevole prima del triste epilogo, e le sue parole sono ahinoi illuminanti:

Spero che qualcuno lassù mi accolga: troverò la pace che non ho avuto in vita”.

Speriamo tu l’abbia trovata, Justin. Speriamo davvero.