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“Credo nelle rovesciate di Bonimba e nei riff di Keith Richards.”

La chilena; la rovega; la bicicletta. E potremmo andare avanti fino a riempire un pamphlet con le innumerevoli varianti linguistiche sparse in tutto il mondo, ma il concetto è univoco: la rovesciata. Il gesto tecnico per eccellenza del gioco del calcio, quel sottile filo della ragnatela che divide follia e capolavoro. O che spesso li unisce.

Che sia legato ad un gol insperato negli ultimi secondi o alla meraviglia estetica del puro gesto tecnico, poco importa. Ogni epoca ha i suoi messia, calciatori con l’abilità speciale di ribaltare il fato con lo sguardo volto all’insù. Dall’iconico Parola a Bonisegna, fino a Riva e Rummenigge.

Parliamo di rovesciate: quel mix di estetica, coraggio e inconscienza che prima entra in porta e poi nella memoria collettiva. L’elenco sarebbe oltremodo consistente, ma sette, più di altre, ci hanno fatto sobbalzare dal divano o stropicciare gli occhi in attesa di un replay che fa rima con stupore. Direttamente dagli anni ’90, sette rovesciate che hanno oltrepassato stadi, schermi tv e commentatori per diventare vere e proprie icone del decennio calcistico italiano. Rigorosamente a gambe all’aria.

BRESSAN – (Fiorentina – Barcellona)

Tra i 10 migliori gol del secolo. Basterebbe questo risultato al sondaggio lanciato sul sito della Uefa per intuire la portata dell’accaduto. E che questo gol inspiegabile trasmuti ancor più in materia metafisica, in quanto il protagonista assoluto è Mauro Bressan: gregario per antonomasia. In mezzo a mammasantissima quali Maradona, Van Basten e Zidane sbuca Mauro dalla Valdobbiadene. A modo suo.

Il 2 novembre 1999, colto da un raptus di follia e audacia, Bressan entra prepotentemente nella storia: Fiorentina – Barcellona, ultima gara del girone di Champions League che finisce con un pirotecnico 3-3. Gli altri cinque gol non verranno ricordati. Mai.

Ogni cosa è offuscata dalla supernova del centrocampista di fatica veneto. Al 13° si stacca da terra, vola in aria ruotando l’asse del corpo e colpisce di collo pieno, alla disperata, il pallone che stava precipitando lento 5 metri oltre la lunetta dell’area del Barcellona. La parabola è infinita e chirurgica. Diabolica. Incrocio interno e gol sul rimbalzo. Lo stadio si blocca per un attimo, come se vivesse alcuni secondi al rallenty. Tutti basiti. E invece è tutto vero. Siamo pronti a scommettere che come suo testamento verrà scelto questo gesto irripetibile.

VIALLI – (Cremonese – Juventus)

Specialista assoluto del gesto, Gianluca Vialli ha lasciato dietro di sé un repertorio sconfinato da cui attingere. Tra rovesciate, semi-rovesciate e girate volanti, le meraviglie di coordinazione, forza e tecnica di Stradivialli sono materia romantica. La scelta ricade su un Cremonese – Juventus della serie A 1994-95: campo ai limiti della praticabilità, terreno che alza fango e zolle; la tipica partita dura da campo di provincia italiano. E infatti il risultato è inchiodato sullo 0-0. Ci vuole una prodezza per avere la meglio sui grigiorossi e veleggiare così verso il primato in solitaria.

E puntualmente Vialli la estrae dal cilindro: su una palla buttata in mezzo all’area con scarsa convinzione, Ravanelli fa da pivot alzando una parabola alta abbastanza per permettere una coordinazione tanto fulminea quanto esteticamente impeccabile. Vialli prende l’ascensore, spinge fortissimo sulle gambe e, nonostante la stretta marcatura a uomo, calcia ad una potenza quasi innaturale. Palla centrale, potentissima, che bacia la traversa interna ed entra dentro.

Forza, coraggio, sicurezza, coordinazione e tecnica: il manuale fai-da-te della perfezione stilistica del gesto.

NAKATA – (Perugia – Piacenza)

Undicesima giornata del campionato 1998-99, al Curi il Perugia di Castagner affronta il Piacenza di Stroppa. Nakata e Rapajc sono le due stelle principali di una squadra capace di tutto, di trionfi inaspettati come di sconfitte clamorose. Sullo 0-0, Hide si guadagna un fallo sulla trequarti. Rapajc taglia col sinistro una di quelle traiettorie velenose nel cuore dell’area, la trappola del fuorigioco non riesce e Il Samurai si coordina in corsa nel lampo di un decimo di secondo, incocciando la palla volante alla perfezione. Gol sul palo più lontano e 1-0.

Una rovesciata magnifica, difficilmente ripetibile. Un mix di prontezza, incoscienza e abilità fuori dal comune. Dopo due mesi di serie A, il giapponese diventa ufficialmente una star anche grazie a quel gesto memorabile. Dal folkloristico ruolo di personaggio mediatico che gioca a pallone, Hidetoshi è sublimato in calciatore di livello che attrae curiosità e timori in egual misura. Adesso Perugia è letteralmente ai suoi piedi.

LUISO – (Piacenza – Milan)

Il protagonista è Pasquale Luiso, per tutti il Toro de Sora: icona del bomber di provincia, centravanti fisicamente e tecnicamente limitato ma con grandi abilità e colpi da mestierante di categoria. Uno di quelli a cui aggrapparsi per raggiungere salvezze insperate all’ultimo respiro. Con sofferenza e un pizzico di follia. Proprio come quel 1 dicembre del 1996 al Garilli; si affrontano un Piacenza battagliero e tutto italiano e un Milan in stato confusionale guidato da Oscar Tabàrez. Ne esce fuori una partita roboante, ricca di errori e prodezze, con un finale shock rimasto impresso nella mente e negli occhi di tutti i tifosi.

È il 71° minuto e il tabellone dice 2-2, dopo i gol di Valoti e Di Francesco e una surreale doppietta di Dugarry. Palla casuale che rimbalza in area milanista, Luiso va incontro, braccato a uomo da Costacurta, effettua un primo controllo all’indietro col petto. È qui che decide per il colpo ad effetto. Alza il pallone col destro e si coordina in pochissimo spazio, facendo partire una parabola lunga verso il secondo palo. Seba Rossi può solo guardare e accompagnare quella traiettoria dolce e un po’ magica.

È il 3-2 definitivo. Apoteosi da salvezza al Garilli e Tabarez prontamente esonerato dal Milan. Icona.

VALTOLINA – (Piacenza – Roma)

Ancora Piacenza, e ancora un risultato sorprendente. Pare che sul Garilli in quegli anni spirasse una sorta di vento magico che accarezzava ogni pallone spinto verso il cielo da una rovesciata. È il caso di Fabian Natale Valtolina, esterno sinistro piacentino con un feeling parzialmente controverso col gol. Uno di quei calciatori che ha passato la carriera in bilico fra i due mondi di A e B, con un moto perpetuo che oscillava fra salvezze e retrocessioni. Fra trionfo e fallimento. La cui differenza è spesso marginale, soprattutto nel calcio.

Valtolina marca quella differenza in un pomeriggio di maggio del 1998, spostando gli equilibri di una stagione verso la riconferma in Serie A. Il Piacenza mantiene la categoria grazie anche a Fabian e alla sua rovesciata violenta, di taglio espressionista. Anzitutto, un capolavoro di coraggio: su una sponda aerea di Murgita, Valtolina corre e si tuffa all’indietro senza pensarci; chiude gli occhi e incoccia la palla di collo sinistro, con un movimento quasi innaturale. Il pallone vola in rete vicino all’incrocio.

È 3-3, e la Roma di Zeman si arrende. Piacenza esplode: il destino è rovesciato. Miracolo di provincia.

DJORKAEFF – (Inter – Roma)

È il 5 gennaio del 1997 e siamo alla Scala del Calcio. Al Meazza, l’Inter di Simoni e Ronaldo affronta la strampalata Roma di Carlos Bianchi. La partita è a senso unico e finirà con un secco 3-1 per i nerazzurri. Ma la scena, quel giorno d’inverno, se la prende tutta Youri Djorkaeff. La mezzapunta francese disegna una delizia estetica improvvisa degna di un quadro di Pollock. È un colpo che viene ricordato tutt’oggi per le particolari condizioni in cui il Serpente colpì quel pallone destinato al fondo del campo, creando un arcobaleno di stupore. Qualcosa che appartiene all’illusione.

Su mefistofelico disimpegno difensivo di Petruzzi, Youri inventa un gol da cineteca. Scatta, marca il pallone e la distanza dal difensore con lo sguardo e poi libera un rovesciata brusca e stupenda. Infilando la rete da posizione impossibile. Lo stesso Djorkaeff, al momento dell’esultanza, si accorge di aver partorito un vero capolavoro. Finirà sulle tessere di abbonamento dell’Inter, sulle sigle di alcuni programmi tv anni ’90, sulle VHS e sui poster. Affisso al muro di chissà quante camerette di Milano e dintorni. Coup de théatre.

BATISTUTA – (Udinese – Fiorentina)

Prima giornata del campionato 1997-98. La Fiorentina dell’esordiente Malesani è in trasferta ad Udine, un campo storicamente difficile. La partita si mette malissimo: sotto di 2 reti dopo un tempo. Poi si sveglia un ragazzone argentino con la chioma fluente che in quegli anni stava letteralmente deflagrando ogni difesa avversaria. È Gabriel Omar Batistuta, il prototipo del numero 9. Mette dentro due gol da cannoniere di razza, ribaltando la partita in 15 minuti. La sfida ha ormai poco altro da aggiungere, sembra il classico pareggio d’esordio che può star bene ad entrambe.

Ma nessuno aveva fatto i conti con la variabile Batigol. 93° minuto, palla random nel mezzo che viene scodellata dentro la lunetta dell’area di rigore friulana; Batistuta ha già impresso in testa quel pensiero pazzoide: si stacca dalla marcatura, accelera il passo e va ad impattare con una forza spaventosa quel pallone anonimo. Ne esce fuori un gol impossibile: palla all’angolo basso dai 18 metri, 2-3 e vittoria finale con tanto di esultanza schizzata di Malesani. Te amo, Bati.