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Nel corso della mia carriera cestistica, ho sempre voluto un solo numero sulle spalle: il 14. Pur avendo sempre giocato a basket, sono e resterò un uomo di calcio. Infatti, il motivo di quella scelta è dovuto al magico mondo del football. Dove il numero 14 significa Johan Cruijff.

Giusto, ma sono della leva dell’82 ed il Profeta del Calcio Totale, ai tempi, l’avevo sentito nominare soltanto nelle favole della buonanotte che mi raccontava me pà per farmi dormire. Non riuscendoci. Anche perché, prima dell’avvento della pay-tv, la Rai si limitava a far vedere i gol a 90° Minuto e le Coppe Europee durante la settimana. L’unico calcio che la mia generazione riusciva a seguire con regolarità era il pomeriggio su Italia1.

Per questo motivo ogni trentenne di oggi è cresciuto idolatrando le gesta televisive di un ragazzino giapponese che sognava di giocare in Brasile: Oliver Hutton.

Non voglio inimicarmi i tifosi della New Team, ma il loro capitano, per me, è sempre stato sopravvalutato. Certo, era bravino, ma era diventato il più forte di tutti soltanto perché Il più forte di tutti aveva un’autonomia di dieci minuti a partita. Quando giocavamo a pallone, i miei amici volevano tutti essere Holly e mi guardavano male quando gli dicevo “No, grazie”.

Volevo essere il campione di vetro. Volevo essere Julian Ross. Il primo grande idolo della mia vita. Il leader della Mambo Football Club aveva il 14 sulle spalle. Quel 14 che mi ha accompagnato per quasi vent’anni di carriera.

Quando la vecchia Tele+ iniziò a trasmettere le partite della Premier League, erano gli anni del dominio di Sir Alex e di Eric Cantona. Per l’ennesima stagione, i miei Reds, trascinati dalle reti di The God Robbie Fowler, alternavano partite memorabili a tracolli epici. Di conseguenza, iniziai ad appassionarmi alla sfida al vertice tra lo United e il Newcastle, tifando ovviamente per loro dato che sono sempre stato affascinato dalle strisce verticali bianconere (nessuno è perfetto…).

Nel 4-4-2 di Keegan, come ala sinistra giocava un francese che era in grado di far innamorare chiunque lo vedesse. Le donne perché è era bello, bello, bello in modo assurdo. Gli uomini invece, vedendo quello che faceva in campo, non potevano non innamorarsi. In un solo calciatore c’era tutto ciò che tutt’ora mi fa impazzire: estetica estremizzata al massimo, tecnica abbondantemente sopra la media, finezze come se non ci fosse un domani e quel modo di puntare sempre il difensore avversario non per saltarlo, ma per irriderlo. In più giocava con il 14.

David Ginola nasce a Saint Maxine e, pur calciando un pallone fin da bambino, cresce idolatrando Robbie Nash, un windsurfista che in quegli anni andava un casino. Dopo aver esordito nel Nizza ed aver indossato le maglie di Tolone, Matra Racing e Brest, nel 1992 a venticinque anni viene acquistato dal Paris St. Germain.

Scordatevi il PSG vincente degli sceicchi di oggi. Nei primi anni ’90 era la classica squadra da colonna di destra con più pareggi e sconfitte che vittorie. Il suo arrivo, insieme a quello di Weah e Djorkaeff, dà il via ad una serie impressionante di vittorie. Ben presto, complici i piedi e l’aspetto fisico, diventa il simbolo di Parigi al pari della Tour Eiffel. In tre anni, vince due coppe nazionali e soprattutto la seconda Ligue 1 della storia del club, riuscendo ad interrompere l’egemonia dell’Olympique Marsiglia di Bernard Tapie. Il tutto accompagnato dal premio di miglior giocatore del campionato.

Perché nonostante i blasonati colleghi, è lui il top player indiscusso della squadra. In Europa il PSG esce per tre anni consecutivi in semifinale: prima in Coppa Uefa contro la Juve di Baggio, poi in Coppa delle Coppe contro l’Arsenal e infine in Champions contro il Milan, che poi fu sconfitto dall’Ajax nella finale di Vienna.

I suoi dribbling ubriacanti sono sulla bocca di tutta Europa. Le Roi. Così lo chiamavano a Parigi. Lo stesso soprannome che aveva Michel Platini. Sì, perché fuori dai venti arrondissement parigini, David Ginola era considerato il nemico pubblico numero uno. Il solo ed unico colpevole della più grossa disfatta nella storia del calcio transalpino: è il 17 novembre del 1993 e siamo al Parco dei Principi, il suo Parco dei Principi, nell’ultima giornata del girone di qualificazione per USA ’94.

Girone che Les Bleus si sono complicati con le loro stesse mani. Dopo aver pareggiato per 1-1 a Stoccolma contro la Svezia, seconda, hanno a disposizione due match point sulla carta molto più che abbordabili per confermare il loro primato. Il primo lo sprecano in casa perdendo incredibilmente per 3-2 contro Israele, dopo essere stati in vantaggio per 2-1 fino ad una decina di minuti dalla fine. Non resta che l’ultima partita, ancora in casa, contro la Bulgaria, terza in classifica.

Tutto sommato abbordabile, anche perché i francesi hanno a disposizione due risultati su tre per qualificarsi. Houllier, il CT, decide di farlo partire dalla panchina preferendogli Pedros (meteora apparsa anche in quel di Parma) perché non gli sono piaciute alcune piccate dichiarazioni del nostro David sul fatto di non essere un titolare inamovibile come Blanc e Deschamps e che il Clan dei Marsigliesi, capeggiato da Papin e Cantona, lo boicottasse.

Dopo un inizio lento dove non succede praticamente niente (l’unico episodio degno di nota è il lancio di un galletto in campo che costringe l’arbitro a sospendere la partita per ristabilire l’ordine), proprio King Eric realizza il gol dell’1-0 alla mezz’ora. I bulgari però non ci stanno e dopo cinque minuti la impattano con un colpo di testa di Kostadinov. Anche nel secondo tempo, di calcio se ne vede poco. In compenso si vedono i calci. Tanti. Tantissimi.

La tensione è alta. All’andata la Francia fu umiliata in campo per 2-0 e sugli spalti con un punteggio ancora più rotondo. Uno di questi calci azzoppa Papin, che è costretto ad uscire a venti minuti dal triplice fischio. Al suo posto entra Ginola. Il ritmo scende ancora. Ai Bleus il pareggio va più che bene. All’89’ però, Ginola si conquista un calcio di punizione offensivo nei pressi della bandierina. La punizione viene toccata corta proprio per lui.

(credits: newstalk.com)

Ecco, un calciatore qualsiasi sarebbe andato verso l’out per perdere tempo, ma David non è un calciatore qualsiasi e per la sua concezione di calcio non esiste perdere tempo. Dopo aver ricevuto il pallone, alza la testa. L’unica maglia bleu è quella di Cantona, sul dischetto del rigore circondato dai difensori bulgari. Nonostante ciò, Ginola calcia verso di lui, sbagliando completamente la misura del cross che taglia tutta l’area di rigore e finisce dalla parte opposta sui piedi del terzino bulgaro Kremenliev che stoppa il pallone e lo rilancia in avanti per l’ultimo assalto.

La palla arriva al centravanti Penev a metà campo che si inventa un lancio di sinistro per il suo compagno di reparto Kostadinov, partito in profondità alle spalle di Alain Roche. Controllo in corsa e destro di collo pieno. Traversa interna e gol. Francia 1 – Bulgaria 2. C’est la fin. “Bog e bulgarska! Bog e bulgarska!”. Dio è Bulgaro, urla il telecronista balcanico nell’irreale silenzio del Parco dei Principi.

Platini in tribuna è incredulo. I giocatori crollano sull’erba. La Francia è fuori e la Bulgaria è la seconda qualificata ad USA ’94 insieme alla Svezia. Houllier abbandona la panchina e se ne va. Resta nascosto per mezz’ora e quando riappare è un fiume in piena e la sua rabbia ha un nome e un cognome:

“David sa giocare a calcio. Peccato abbia il cervello di un bambino dell’asilo. Ha sparato un missile Exocet al cuore della Francia e la nostra eliminazione è lì, in quell’ultimo pallone che è andato dalla bandierina del loro calcio d’angolo alla rete di Lama”.

Houllier e Ginola

La diatriba tra i due è durata anni, arrivando addirittura in un’aula di tribunale. Houllier rincarò la dose dandogli del coglione, del cretino, del bastardo e dello stupido. Ginola, dopo aver appeso gli scarpini al chiodo ed essere tornato in Francia per godersi la vita (e la moglie), decise di fargli causa.

“La gente si era fatta una certa idea di me. Una volta, una persona mi presentò come l’uomo che non ci fece andare ai Mondiali del ’94. È una cosa che non posso più tollerare”.

Lo sfogo di Houllier, che fu poi costretto a dimettersi, è l’inizio di un massacro mediatico contro Ginola e di due anni paradossali. Dopo la partita con la Bulgaria viene escluso dalla Nazionale – “Non mi avranno mai più. Neanche per sbaglio. Pregherò ogni sera per le loro disgrazie.” – e se a Parigi l’amore verso di lui continua a crescere, negli altri stadi il coro “Ginola USA!” è il più cantato dalle tifoserie avversarie. La stampa si dimentica delle Coppe e della Ligue 1 e continua a chiedergli ad ogni intervista il perché di quell’inspiegabile cross verso il nulla.

Non può più restare in Francia: “Amo Parigi, ma devo andarmene”.

In Europa ha moltissimi estimatori, specialmente in Spagna dove lo chiamano El Magnifico. Cruijff stravede per lui e lo vorrebbe a Barcellona, ma David decide di andare nel nord dell’Inghilterra: a Newcastle. È una squadra che gioca un calcio meraviglioso che ha come unica regola quella di attaccare. Keegan lo schiera a sinistra e David è imprendibile perché pur essendo un destro naturale, usa il sinistro come un mancino. Di conseguenza, riesce ad andare sul fondo e ad accentrarsi nella stessa identica maniera.

In Premier League il Newcastle vola, trascinato dai suoi assist e dai gol di Les Ferdinand. David diventa un uomo immagine, precursore di quello che sarà Beckham. Finirà sulla copertina di Fifa 97 (videogioco che ho consumato sulla vecchia PS1) e La L’Oreal gira con lui uno spot per uno shampoo, facendogli dire la celebre frase “Because I worth it”. Cruijff, che ancora si lecca le ferite per non averlo ingaggiato, lo definisce il calciatore più forte in circolazione. E se lo dicono sia Cruijff che la L’Oreal significa che vale davvero.

I Geordies sono pronti a festeggiare quel titolo che manca, tutt’oggi, dal 1927, ma mai dare per morto quel Manchester United. Dopo aver dilapidato dodici punti di vantaggio nel girone di ritorno, al St. James’ Park si affrontano i Magpies contro i Red Devils. I bianconeri ci provano in tutti i modi, ma alla fine è lo United a vincere per 1-0 con un gol di Cantona. La squadra crolla.

Vince soltanto due partite tra marzo e aprile ed è emblematica la sconfitta ad Anfield per 4-3 dopo essere stati in vantaggio per ben due volte. Il Manchester United fa la doppietta Premier-FA Cup, però a Newcastle, nonostante la cocente delusione, continuano a crederci e durante il calciomercato estivo, Keegan riesce a riportare a casa il figliol prodigo Alan Shearer, soffiandolo proprio allo United.

L’intesa tra Shearer e Ginola è immediata, nonostante i due siano agli antipodi, uno così concreto e l’altro così estroso. Il Newcastle viene asfaltato per 4-0 sempre dal solito, maledetto United in Charity Shield, ma in Premier la musica torna quella dell’anno precedente.

La partenza è a razzo con otto vittorie nelle prime dieci giornate, tra cui un irreale 5-0 al St. James’ Park all’undici di Ferguson, annichiliti ed umiliati per tutti i novanta minuti. Shearer segna, come ha sempre fatto, con un facilità disarmante e David pennella sulla sua personalissima tela come l’ultimo baluardo della scuola impressionista francese.

Ma il déjà vu è in agguato e arriva prima rispetto alla stagione passata. Nelle seguenti dieci partite, i Magpies raccolgono la miseria di dieci punti, vedendosi agganciare e poi superare dai Red Devils che bisseranno la vittoria finale. Keegan, dopo aver vinto contro il Tottenham, si dimette e al suo posto arriva il Re di Anfield, Kenny Dalglish, manager abituato ad un calcio più pratico che pian piano decide di relegare in panchina Ginola. È ancora secondo posto. Se possibile, ancora più amaro.

A giugno, la frattura tra i due è ormai insanabile e inimicandosi la Toon Army, Dalglish decide di vendere David al Tottenham. Resta a Londra per due anni, vincendo una Coppa di Lega e il premio di miglior giocatore per l’associazione calciatori, realizzando in semifinale contro il Barnsley il suo gol più bello: una serie di dribbling ai difensori avversari con piattone destro sul secondo palo.

A White Hart Lane lo amano, ma anche questa volta arrivano, puntuali, gli attriti con l’allenatore George Graham che finisce per metterlo ai margini della rosa nell’ultima parte della Premier. Cosa che aumenta la sua fama di tombeur de femmes, dato che non esiste donna di bell’aspetto che non sia atterrata sul comodo materasso della Ginola Airlines. Le sue fughe seminudo per evitare i vari mariti sanguigni sono all’ordine del giorno.

Viene ceduto all’Aston Villa e, tanto per gradire, poco dopo essere arrivato inizia una guerra contro il manager John Gregory che ricorda per certi aspetti quella contro Houllier. Gregory non solo non lo fa giocare, ma inizia a chiamarlo Mr. Blobby, molliccio e panciuto personaggio della televisione britannica.

La vendetta si compie al Villa Park, quando David realizza il gol del 2-2 contro il Manchester City. La sua esultanza l’abbiamo vista di recente agli Europei del 2012: si toglie la maglia e guardando Gregory gonfia i muscoli, mostrando una tartaruga che non riuscirei ad avere nemmeno facendo 5.000 addominali al giorno per i prossimi 5.000 anni.

L’ultima parentesi, tra l’altro irrilevante, è con l’Everton, ma dopo quattro partite decide di rescindere il contratto e di ritirarsi e tornare in patria. In quella Francia che non è mai riuscita ad apprezzarne il genio, vivendo con la famiglia in Costa Azzurra, dividendosi tra i vigneti e qualche comparsata come attore e opinionista televisivo.

Recentemente, ha twittato la sua candidatura come prossimo Presidente della Fifa, creando un certo scompiglio tra gli addetti ai lavori, presentando un programma rivoluzionario con alla base democrazia, trasparenza ed uguaglianza. La mossa in realtà è stata supportata da un sito di scommesse online, ma il crowdfunding per trovare liquidità si è rivelato un enorme flop.

Ginola è stato costretto a ritirare la propria candidatura per non essere riuscito ad ottenere il sostegno di cinque federazioni. Una sconfitta che però non lo ha abbattuto. In fondo, non è niente rispetto al dover vivere con il fantasma di un cross sparato nel nulla.

“Mi perseguiterà per tutta la vita. Un episodio del genere avrebbe distrutto chiunque”.

Già, ma David Ginola non è e non sarà mai chiunque. Perché lui vale.