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“Ruud Gullit è un gran giocatore sotto ogni punto di vista. Ha tutte le capacità necessarie. Non ha paura di fare le cose palla al piede e sembra divertirsi in ogni istante. A mio parere questo è ciò che lo rende un giocatore migliore anche di Maradona. Entrambi hanno la qualità chiave che troviamo in tutti i giocatori più forti: l’equilibrio. È impossibile staccarlo dal pallone. Era lo stesso per Pelé, Beckenbauer e Cruijff.”

La frase d’incipit è forse la più esaustiva che troverete mai per descrivere il gioco di Ruud Gullit, e non può venire che dal quinto Beatle in persona, George Best. Perché Gullit negli anni ha fatto innamorare milioni di tifosi, non solo milanisti, doriani e olandesi.

Treccine al vento, emblema della sua gloriosa carriera in campo, il cui abbandono ha segnato l’inizio di una carriera in panchina non altrettanto fortunata, musica reggae in testa e vita fuori dal campo spesso movimentata, durante la quale si è lasciato dietro qualcosa come sei figli, tre mogli e almeno dieci amanti milanesi semi-ufficiali. È senza dubbio il prototipo del giocatore moderno: capace di fare tutto in entrambe le fasi, ad un livello ed un’intensità altissime e con una carica agonistica invidiabile.

Ha ricoperto quasi tutti i ruoli, ad eccezione di portiere e terzino, in un excursus strabiliante ma che forse non gli rende del tutto giustizia, a causa di un fisico mostruoso: correva i cento metri, dall’alto del suo metro e novanta, poco sotto i 12 secondi. Allo stesso tempo però era fragile, avendo subìto cinque interventi chirurgici al ginocchio destro. Uomo di mondo e di spettacolo, è ormai un apprezzato cronista di calcio ed è tuttora una voce molto influente e ascoltata in Olanda. Nonostante i colpi di testa, una malcelata arroganza in qualche dichiarazione e le stravaganze in serie.

(credits: rnw.nl)

Nasce un tulipano nero

Ruud Gullit nacque, come Rudi Dil, il primo settembre del 1962. Il padre, George Gullit, era un insegnante liceale immigrato dal Suriname, che ebbe Rudi da una relazione extra-coniugale continuativa – all’epoca pratica comune e socialmente accettata tra gli immigrati della colonia del Regno – con Ria Dil, una bionda olandese originaria di Amsterdam, custode notturna al Museo Statale. Il piccolo Rudi venne immediatamente riconosciuto dal padre, che sistemò la (seconda) famiglia in una stanza di un modesto palazzo nel quartiere di Jordaan.

Qui, al confine con la Rozendwarsstraat, Ruud cominciò a praticare il calcio di strada; come fu per altri olandesi celebri, le ore passate a praticare il cugino anarchico del football insegnarono al giovane Ruud un concetto fondamentale: bisogna non cadere, mai. Perché l’asfalto brucia da morire, e per evitare di saggiarne ogni volta gli effetti, è necessario che equilibrio e coordinazione siano sempre affinate al massimo delle possibilità.

All’età di dieci anni la famiglia si trasferì nel più tranquillo quartiere di Old West, dove a pochi passi di distanza dava spettacolo un altro olandese dal discreto talento: Frank Rijkaard. Nel frattempo, agli inizi degli anni ’70, Ruud ottenne e passò un provino per l’FC DWS, mettendosi in mostra nei campionati giovanili e ottenendo la convocazione nelle selezioni olandesi di categoria. Fu in questo periodo che decise di giocare col cognome del padre in quanto “più da calciatore”, anche se di fatto all’anagrafe ha sempre mantenuto quello della madre, che includeva talvolta anche negli autografi.

Fu sempre grazie alle prestazioni coi giovani oranje o con le selezioni cittadine, che includevano nella formazione anche pedine del calibro di Koeman e Kiefts, che riuscì a passare un provino con la squadra professionista dell’Haarlem, all’epoca allenata dall’ex stella del WBA Barry Hughes. Fu una soddisfazione a metà, dato che fallì nell’altro e ben più interessante provino: quello con l’Ajax dei suoi idoli di gioventù. Pienamente soddisfatto o meno, di fatto Ruud appena sedicenne firmò il primo contratto da professionista.

(credits: fast.mediamatic.nl)

Esordì a sedici anni – all’epoca il più giovane di sempre – in Eredivisie, imponendosi quasi subito come titolare. Nonostante i suoi sforzi, la squadra quell’anno retrocesse. La stagione 1977/78 nella seconda serie olandese fu tuttavia “la più divertente della mia carriera”: quell’anno Ruud infranse ogni record, venendo eletto contemporaneamente miglior giovane e miglior giocatore in assoluto della lega. L’Ajax cercò di ritornare sui suoi passi offrendogli un contratto, ma Ruud ormai aveva deciso di giocarsi la sua chance con l’Haarlem.

Con Ruud impiegato come libero, nel 1978/79 l’Harleem si qualificò per la sua prima e ultima volta per le coppe europee terminando il campionato in quarta posizione. Era giunta l’ora di spiccare il volo: Ruud, non ancora ventenne, venne prelevato dal Feyenoord di Libregts unendosi ad un roster costruito attorno al talento non ancora tramontato di Johan Cruijff.

Dopo un primo anno poco esaltante, Ruud vinse al secondo tentativo Scudetto e Coppa Nazionale. Da protagonista, e in un ruolo che fino ad ora aveva soltanto sognato di poter ricoprire: quello di centrocampista avanzato. Fu un anno denso di successi personali (fu nominato giocatore olandese dell’anno) ma anche di problemi: scoppiò infatti un caso nazionale quando coach Libregts lo definì come “il pigro negretto, spiegando che per lui si trattava semplicemente di un “nomignolo”.

Ruud accettò le scuse ma, complici anche altri episodi di questo genere (in Scozia fu bersaglio di urla e sputi da parte dei tifosi del St.Mirren), in quei mesi decise di dedicarsi anche alla lotta contro il razzismo.

Nel 1985 Ruud compì un nuovo passo, trasferendosi per circa un milione di fiorini agli odiati rivali del PSV Eindhoven. Fu la consacrazione: in due stagioni, giocando da ala/attaccante esterno, Gullit segnò 46 gol in 64 presenze, vincendo due scudetti e un altro titolo come miglior giocatore della nazione. Sempre nel 1985 diede continuità alle convocazioni in Nazionale maggiore, con cui giocherà nove anni per un totale di 66 partite (17 gol).

(credits: anp-archief.nl)

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La consacrazione mondiale

Grazie al successo nazionale del club, il PSV venne invitato a giocare il prestigioso Trofeo Gamper a Barcellona. Qui, giocando nell’antico ruolo di libero, impressionò l’ambizioso neo-presidente del Milan, Silvio Berlusconi. Che cedette Ray Wilkins al PSG e investì la cifra record di 13,5 miliardi di lire per portarlo in Italia.

Ormai giocatore affermato, famoso anche per lo stile di vita libertino e per le treccine portate con disinvoltura, icona anti-razzista e buon cantante reggae (formò una band con cui incise due album i cui proventi furono devoluti in beneficenza), si unì ad una squadra che, nella stagione 1987/88, poteva vantare in rosa Baresi, Costacurta, Maldini, Tassotti, Ancelotti, Donadoni, Massaro e Marco van Basten, arrivato pure lui quell’anno. L’allenatore, ovviamente, era quell’Arrigo Sacchi che più di ogni altro mi ha fatto crescere come uomo e come calciatore.

Gullit è sicuramente il più imprevedibile dei giocatori dello scacchiere sacchiano: capace di accelerazioni devastanti, grandi stacchi da terra, nonché di un’ottima progressione, dribbling secchi in velocità e invidiabili letture di gioco negli spazi e tra le linee. Un giocatore totale, come da tradizione oranje, con l’aggiunta di un fisico da duecentista.

Sacchi inizialmente lo schierò attaccante di destra nel tridente che comprendeva anche Pietro Virdis e Marco Van Basten; dopo l’infortunio di quest’ultimo, però, optò per un modulo con due punte. Quel Milan si rivelò una squadra rivoluzionaria in tutti i sensi: dai metodi di allenamento agli orari degli stessi, dall’interpretazione del modulo alla mentalità in campo. Quella formazione passò alla storia.

(credits: goltube.es)

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Sacchi concepì infatti un innovativo 4-4-2 che vedeva Roberto Donadoni e Gullit ricoprire più ruoli nella fase offensiva: dal centrocampo alla trequarti per finire anche sugli esterni. Il calcio sacchiano, di base matematico e fondato sull’equilibrio tattico, sviluppò una regola che già nell’Olanda di Cruijff era conosciuta: il sistema è infatti impostato sulla copertura a zone, dove se anche una sola zona si trova scoperta a causa dello spostamento di un uomo, un altro uomo deve immediatamente coprirla dando quindi alla squadra la possibilità di chiudere gli spazi in fase di non possesso e di allargare il campo in fase offensiva.

In questo sistema Gullit non solo è fondamentale, ma si trova magnificamente. La miglior squadra del calcio moderno”, la definì anni dopo Sir Alex Ferguson. Nonostante il Milan sia stato nelle stagioni 1987/88 e 1990/91 la squadra meno perforata della Serie A, il suo calcio è offensivo, propositivo e Gullit ne è uno dei maggiori interpreti, ricambiando nella stagione d’esordio la fiducia con roboanti prestazioni e 9 gol in 29 partite di campionato trascinando il Milan alla vittoria finale dopo undici anni di astinenza.

La freccia nera, infatti, coniugava in sé la potenza, la progressione e la furia agonistica che gli derivavano dal possente fisico ad un’ottima tecnica di base insieme ad un tiro secco e preciso. Oltre ad un’attitudine innata nell’attaccare lo spazio da dietro arrivando col tempo perfetto. Fu in quella stessa annata che vinse anche il primo e unico Pallone d’Oro della carriera, che regalò immediatamente al Madiba Mandela, colui che “Mi ha ispirato nel corso dell’anno”.

E fu sempre in quella stagione che arrivò il successo internazionale con l’Olanda. Gullit, che aveva esordito con gli Oranje nel lontano 1981, aveva fino ad allora collezionato soltanto delusioni, fallendo la qualificazione a Spagna ’82 e ad Euro ’84.

In particolare, fu cocente il modo in cui l’Olanda fu eliminata alle qualificazioni per gli Europei: la Spagna, avversaria diretta, doveva infatti segnare almeno undici gol per annullare la differenza reti. Ne segnò dodici a Malta, lasciando Ruud e compagni a casa. E a casa ci rimase anche per i Mondiali dell’86: quando a frenare la nazionale dei tulipani furono gli odiati vicini del Belgio nello scontro diretto.

(credits: canalemilan.it)

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Ma all’Europeo di Germania del 1988, finalmente giunse il riscatto. Con gli interessi: dopo aver perso la gara d’apertura, l’Olanda di Michels diede inizio a un’inarrestabile cavalcata che culminò contro l’URSS in finale. Aprì le marcature il capitano Ruud Gullit, e completò il capolavoro Marco van Basten con una stupenda volée incrociata passata alla storia.

Nei Mondiali del ’90 e nei successivi Europei, l’Olanda tornò a ricoprire lo tipico ruolo di “vorrei ma non posso”, uscendo contro la Germania ai quarti del Mondiale, e contro la Danimarca (poi vincitrice) agli Europei. La carriera di Gullit con la Nazionale finirà anzitempo nel 1993 quando, per un bisticcio con l’allenatore Advocaat, reo d’averlo schierato in una posizione non sua prima e d’averlo sostituito immeritatamente con Overmars poi, decise di ritirarsi dalla selezione. Cambiò idea prima del Mondiale americano, ma ormai i rapporti erano compromessi.

Ma torniamo indietro di qualche anno: l’annata 1988/89 fu ancora più esaltante della precedente, sia a livello di squadra che personale: il Milan vinse infatti la Coppa Campioni con Gullit che si erse a protagonista. Malgrado un infortunio in semifinale col Real Madrid, infatti, scese in campo a pochi giorni da un’operazione per disputare la finale contro la Steaua Bucarest: segnò una doppietta nel 4 a 0 finale, regalandosi un posto nei cuori dei tifosi rossoneri.

Fu qui che, paradossalmente, cominciò forse il declino del Gullit rossonero: la stagione 1989/90 fu memorabile per la squadra, che bissò il successo europeo dell’anno precedente. Tuttavia il legamento destro di Gullit saltò, permettendogli solo un paio di partite prima della finale contro il Benfica. L’anno seguente lo rivede con più continuità in campo, ma per molti rossoneri “non era più lui”.

Il Milan perse poi a tavolino il match dei quarti di Champions contro l’Olympique Marsiglia per il controverso episodio legato allo spegnimento delle luci dello stadio. La squadra si consolò con la vittoria dello Scudetto, ma perse pian piano l’energia e la voglia di giocare di Gullit. La proverbiale goccia che fece traboccare il vaso si ebbe nella stagione 1992/93: Gullit fu infatti escluso dalla finale di Champions del 1993 in base alla regola che vietava di convocare più di tre giocatori stranieri.

La terza età: il giocatore-allenatore

“Volevo un calcio meno stressante. Ho scelto la Sampdoria perché è una squadra di amici, un ambiente ideale, allegro, pronto a sdrammatizzare. Al Milan vincere è un dovere, alla Sampdoria si può anche vincere, si tenta, ma nessuno te lo obbliga. Ho parlato con Mantovani. È la persona giusta per farmi ri-innamorare del calcio”.

Oramai stufo e in rotta col nuovo allenatore Fabio Capello, Gullit accettò il trasferimento alla Sampdoria di Sven Goran Eriksson. Tornerà per un breve periodo al Milan nel 1994/95. Convinto più dai 3 miliardi d’ingaggio promessi da Silvio Berlusconi che da un reale progetto tecnico, che non lo vedeva più al centro come in passato (basti sapere che fu scambiato per il prestito gratuito di Melli). Lasciò nuovamente – stavolta per sempre – il Diavolo nel 1995. Dopo sette stagioni condite da 56 gol in 171 incontri.

Non senza qualche strascico con l’allenatore (“non mi piace la sua idea di calcio”) e il presidente (“gli voglio bene ma è un Giuda”). E non senza qualche rammarico: tartassato dagli infortuni, negli anni ’90 Gullit non è mai riuscito a giocare più di 25 partite all’anno. E soprattutto non l’ha fatto allo spaventoso livello raggiunto negli anni ’80. Con la Samp tuttavia si rivide in parte il vecchio Simba. Nel periodo genovese Ruud segnò infatti 15 gol in due stagioni, e vinse pure la Coppa Italia del 1993.

Oramai 33enne e senza contratto, nel 1995 Gullit accettò il trasferimento al Chelsea. Per coronare una carriera da multitasking player, da giocatore schierabile un po’ ovunque, inizialmente ricoprì il ruolo di centrale di difesa. Fu poi spostato da coach Hoddle sulla mediana in quanto da difensore lanciava troppo poco e la giocava fin troppo bene. Troppi passaggi.

(credits: photographer4me.co.uk)

(credits: photographer4me.co.uk)

Dopo un periodo di adattamento, Gullit conobbe una seconda giovinezza. Segnò tanto e fece segnare, definendo quel periodo come “quello più divertente in assoluto della carriera: Londra è bellissima. Gli stadi sono pieni e per la prima volta gioco con la testa sgombra”. Non fosse stato per il genio di Cantona, sarebbe stato eletto giocatore dell’anno. L’ottimo adattamento di Gullit, da sempre pioniere, aprì le porte agli stranieri in Premier fino ad allora visti con distacco e diffidenza dagli inglesi. Come esternato da Zola e Bergkamp anni dopo: “Fu Gullit ad aprirci la strada”.

Dopo tre anni al Chelsea, di cui l’ultimo da allenatore-giocatore, si ritirò nel 1998 a 36 anni. E naturalmente lasciò col botto, alzando l’FA Cup del ’98, primo coach non inglese a farlo nonché il più giovane di sempre. Sulle rive del Tamigi ancora lo ricordano con affetto, per quella coppa ma non solo. Come lo ricordano per le coppe – e per i gol nei derby – i milanisti, e per le progressioni a tutto campo e le canzoni reggae against apartheid gli appassionati di tutto il mondo.

Negli anni ha tentato, sempre con pessimi risultati, la carriera di allenatore. Newcastle, Feyenoord (squadra che ha ammesso di tifare da sempre), Los Angeles Galaxy, Under 19 olandese: ovunque gli è andata male. L’ultimo incarico risale a poco tempo fa. Da uomo di mondo, Ruud si è trasferito nella desolazione cecena col Terek di Grozny. Fu licenziato dal presidentissimo ufficiosamente per il suo “party lifestyle”.

Ruud con calma ha rigettato le accuse, e ha risposto: “A 50 anni, con tre matrimoni e sei figli, che vita notturna volete che faccia?”. C’è da credergli? Rispondiamo così:

“Era un gran donnaiolo: una volta rispose per le rime a Berlusconi, che aveva chiesto ai giocatori 30 giorni di astinenza prima della finale di Coppa dei Campioni, dicendogli: dottore, io con le palle piene non riesco a correre”. (Arrigo Sacchi).