«Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio.»

Queste parole del grande scrittore argentino Jorge Luís Borges rendono perfettamente l’ideale di purezza e genuinità al quale il gioco del calcio dovrebbe sempre poter essere associato. E cos’altro potrebbe sognare un bambino che dà i primi calci ad un pallone, se non disputare un mondiale nel proprio paese e vincerlo da capitano?

Di sicuro questo sogno doveva averlo fatto anche il piccolo Jorge Omar mentre cresceva a Valentín Alsina (Buenos Aires), quando ancora non era “el Lobo”, il lupo, ovvero prima di diventare davvero un giocatore. Sì, perché in Argentina ciò che certifica la tua essenza di calciatore è avere un apodo, un soprannome. Jorge Omar Carrascosa era “el Lobo” per la grinta, la voglia di vincere e la caparbietà che il terzino buttava in campo, l’eleganza e la tecnica le lasciava ad altri.

Adesso provate ad immaginare cosa possa voler dire essere ad un passo dal realizzare il proprio sogno d’infanzia e decidere che no, non vale la pena realizzarlo, non in quel modo. Questa è la nostra storia.

Jorge Carrascosa esordisce nella Primera Divisiòn argentina a 19 anni con il Banfield, nel 1967, ventisei anni prima che con quella stessa squadra facesse il suo esordio un altro terzino argentino, con la quale “el Lobo” condivide molto più che ruolo e squadra d’esordio, com’egli stesso orgogliosamente sottolineerà:

«I paragoni con Javier Zanetti sono quelli che mi riempiono più di orgoglio, per lo sportivo e soprattutto per lo spessore umano»

Dopo un paio di stagioni al Banfield, Carrascosa passa al Rosario Central, dove conquista anche la nazionale, e nel 1971 si trasferisce all’Huracàn, dove rimarrà fino al termine della carriera. Con la squadra di Parque Patricios, sobborgo di Buenos Aires, el Lobo entra nella storia del calcio argentino. Fino ad allora l’Huracàn non aveva mai ottenuto grandissime affermazioni, nonostante avesse avuto tra le proprie fila anche campionissimi del calibro di Guillermo Stàbile e Alfredo Di Stéfano.

Finalmente, nel 1973, riuscirà ad allestire una squadra che, con giocatori come Carrascosa, “el coco” Basile, “el Loco” Houseman, Brindisi e Babington, conquisterà il primo ed ancora unico torneo nazionale della storia dell’Huracàn.

Foto d'epoca dell'Huracan campion d'Argentina

Foto d’epoca dell’Huracan campione d’Argentina

In realtà quel gruppo fa ancora di più. Non vince semplicemente un titolo, ma lascia una traccia indelebile nell’immaginario calcistico albiceleste, proponendo un gioco corale e d’attacco, incentrato sulla fantasia ed il possesso palla. E, paradossalmente, è proprio Carrascosa, terzino di corsa e cuore ma dalla scarsa tecnica, a rendere vincente quell’orchestra diretta magistralmente dalla panchina da César Luis “el flaco” Menotti. Carrascosa è l’uomo di fiducia del tecnico, quello che dà equilibrio alla squadra, controbilanciando in qualche modo la follia del “Loco” Houseman.

La cavalcata trionfale dell’Huracàn del 1973 è ancora leggenda in Argentina, e soprattutto rimane tuttora l’unico titolo dell’era professionistica dei biancorossi di Parque Patricios, che nel 1994 tornarono ad un passo dal titolo, perdendolo all’ultima giornata subendo un 4-0 in casa dell’Independiente, quando bastava un pareggio per laurearsi campioni. Curiosamente, l’allenatore di quella squadra era un giovane tecnico che otto anni più tardi avrebbe rivissuto la stessa esperienza in un caldo pomeriggio romano di inizio maggio, il suo nome è Héctor Cuper.

Il tecnico del trionfo del 1973, invece, conquisterà anche la panchina della Selección argentina, a partire dalla fine del mondiale tedesco del ’74. Intanto Carrascosa era già divenuto un punto fermo della nazionale, quando il ct non era ancora Menotti, ma è col “flaco” che ne diviene anche il capitano. Quella nazionale, con Menotti in panchina e Carrascosa capitano, procede spedita verso i prossimi mondiali, quelli che si svolgeranno nel 1978 proprio in Argentina.

L’Argentina di allora era un paese in leggera crescita, seppur in continua instabilità politica. Le elezioni del 1973 avevano riportato al potere Juan Domingo Perón, ma la morte sopraggiunta di lì a un anno, fa sì che la presidenza finisca nelle mani della moglie Isabel. Intanto gli scontri politici nel paese si inasprivano, con la “tripla A”, la Alianza Anticomunista Argentina, che disseminava terrore e sangue.

Il naturale epilogo fu l’ennesimo golpe che nel 1976 destituì il governo e instaurò la dittatura di una giunta militare guidata da Jorge Rafael Videla. Ormai quasi tutto si sa su quei sette lunghi anni: le torture e l’eliminazione degli oppositori, i desaparecidos, i “voli della morte”, le madri di Plaza de Mayo.

Videla insieme al comando militare

Videla insieme al comando militare

In un clima simile, qualcuno nel mondo, non tanti in realtà, iniziarono a chiedersi se fosse il caso di disputare quel mondiale a Buenos Aires. Le perplessità, però, furono spazzate via dalle rassicurazioni istituzionali, prime fra tutte quelle del presidente della FIFA, Joao Havelange.

Intanto, dentro Carrascosa sicuramente già montava qualcosa. Era il capitano di un’ottima nazionale, con talenti quali Mario Kempes, Daniel Bertoni e Daniel Passarella. E poi ce n’è un altro che non arriva neanche a diciott’anni ma che è già sulla bocca di tutti: Diego Armando Maradona. Menotti, però, deciderà che no, lui è ancora troppo giovane e rischia di bruciarsi: questo mondiale deve saltarlo.

Videla ha incassato l’appoggio della FIFA, e appare chiaro che il suo obiettivo sarà quello di dare un’immagine bella e vincente dell’Argentina, da teletrasmettere in tutto il mondo attraverso quel mondiale. Nei mesi che precedono l’inizio della manifestazione a Buenos Aires vengono rasi al suolo i quartieri più degradati; mentre a Rosario un muro dipinto con immagini di belle case nasconde la povertà e la fatiscenza delle abitazioni reali.

Allo stesso tempo le sparizioni si intensificano, perché è fondamentale che i dissidenti non vengano a contatto con la stampa estera in arrivo per raccontare il mondiale. L’obiettivo è uno solo ed è chiaro: mostrare al mondo il volto luccicante e proiettato verso il futuro dell’Argentina, e la ciliegina sulla torta della propaganda dovrà necessariamente essere la vittoria della nazionale albiceleste. Non esiste alternativa ed è per questo che si sopporta perfino un ct filo-comunista come Menotti, perché lui è considerato l’unico in grado di portare al primo trionfo mondiale l’Argentina.

Tra le varie versioni di questa storia c’è infatti quella che Jorge Omar Carrascosa non accetti di far parte di quel disegno, anche se vorrà dire rinunciare a quel sogno che tutti i bambini si portano dentro. Ad un mese dalle convocazioni comunica a Menotti che non se la sente, non farà parte della nazionale che giocherà il mondiale in casa. Il tecnico proverà a fargli cambiare idea fino all’ultimo, ma il terzino coi baffi e gli occhi malinconici di un gaucho triste è irremovibile, lui non accetterà di ricevere da capitano la coppa dalle mani dell’ “Asesino Videla”.

Carrascosa capitano dell'Albiceleste

Carrascosa capitano dell’Albiceleste

Inutile dire che tutto andò proprio come doveva andare. L’Argentina cavalca verso la finale, trovandosi di fronte come ultimo ostacolo per raggiungerla il Perù già eliminato. Non basta vincere per accedere alla finale, servono anche almeno quattro gol di scarto, altrimenti a sfidare l’Olanda nell’ultimo atto saranno gli odiati cugini brasiliani.

Sono tante le testimonianze che raccontano di una visita alla nazionale peruviana di Videla accompagnato dal segretario di stato americano Kissinger prima della gara, e si parlò di aiuti economici degli Stati Uniti al Perù, di soldi provenienti dal narcotraffico colombiano e di ingenti carichi di grano donati.

Chissà cosa c’è di vero in tutto ciò, fatto sta che il Perù scese in campo proponendo tra i pali un argentino naturalizzato poco prima dei mondiali, Ramon Quiroga, che fin lì non aveva giocato. La partita, ribattezzata la “Marmelada Peruana”, terminò 6-0, e gli argentini volarono in finale.

Al Monumental, è Argentina – Olanda. Gli Oranje si erano presentati a quel mondiale orfani della loro stella assoluta, Johan Cruijff, ed erano giunti ugualmente fino all’atto conclusivo, adesso però la corsa doveva fermarsi. L’albiceleste si impone per 3-1 dopo i tempi supplementari, con l’arbitraggio dell’italiano Gonella che gli olandesi non finiranno mai di contestare. Dalla tribuna Videla assiste al proprio trionfo, e non lontano da lui il venerabile maestro della Loggia P2, Licio Gelli. A ricevere la coppa dalle mani del dittatore c’è Daniel Passarella, non Jorge Carrascosa.

Chissà se “el Lobo” possa essere stato l’unico argentino a non seguire quella finale. Sì, l’unico, perché le torture, le sparizioni e i voli della morte proseguirono anche durante la manifestazione, ma si fermavano soltanto in concomitanza delle partite della nazionale argentina. Perfino nel luogo simbolo di quegli orrori – la Escuela de Mecánica de la Armada – a poche centinaia di metri dal Monumental, si seguivano le gare dell’albiceleste.

1978. Videla consegna la Coppa del Mondo al capitano a Passarella

Videla consegna la Coppa del Mondo al capitano Passarella

Carrascosa non soltanto ebbe il merito di quel rifiuto, che tanto doveva essergli costato, ma anche l’onore di non aver mai reclamizzato quella scelta. L’anno successivo, a soli 31 anni, chiuse del tutto la propria carriera e fece pressoché perdere le proprie tracce. Pubblicamente non motivò mai il proprio gesto come un atto di ribellione alla dittatura, nemmeno quando questa era ormai un ricordo lontano. Tanto da essere divenuto un personaggio dimenticato, sia dal mondo calcistico che dei mass media.

A distanza di tanti anni da quegli avvenimenti è forse meno doloroso ricordare quel mondiale con le parole di Menotti che, motivando la sua nazionale in quei giorni, sentenziava così a proposito della giunta militare in tribuna:

«Non vinciamo per quei figli di puttana, vinciamo per alleviare il dolore del nostro popolo.»

A el Lobo Carrascosa non era bastato neanche quello.

 

A cura di Vincenzo Bruno