C’era una volta una squadra invincibile. Un team colmo di fuoriclasse che dettava legge in tutta Europa, lasciando dietro di sé tracce di gioco dominante e timore reverenziale in egual misura. C’era una volta il Milan di Ancelotti. Prima che incontrasse il più inspiegabile incubo della sua epopea continentale: il Deportivo La Coruña di Irureta.

Ben prima degli spettri sotto il cielo di Istanbul e della sagoma caracollante di Jerzy Dudek, una squadra di provincia aveva dimostrato al mondo come il calcio sia anzitutto materia metafisica. A tratti irrazionale.

Il Deportivo La Coruña di Pandiani e Luque, Djalminha e Valerón, Víctor e Mauro Silva e di quel tecnico con un nome che ricorda da vicino un santuario spagnolo: Javier Iruretagoyena Amiano. Per tutti, semplicemente Irureta: regista e mente dietro una delle più grandi imprese che il calcio europeo ricordi.

Stagione 2003/04. Il Deportivo La Coruña è ormai una squadra che ha già dato il meglio di sé da qualche anno e che è riuscita a costruirsi una fama grazie a straordinarie prestazioni nello stadio di casa, il Riazor. Che da catino di estrema provincia del calcio è mutato in bolgia semi-inespugnabile nel giro di un pugno di anni. Merito dell’orgoglioso e tambureggiante pubblico galiziano e di una squadra imprevedibile e ricca di talento, un team che in poche stagioni si è meritato sul campo l’eloquente appellativo di SuperDepor.

In Galizia, terra di confine e asprezze, anche il calcio è esercizio di sofferenza e passione. Da queste parti il gioco e la squadra rispecchiano una regione estrema, costantemente dimenticata in favore delle grandi metropoli dominanti in territorio iberico: Madrid e Barcellona.

A Coruna e il suo impianto vintage con le tribune bianco-blu a picco sul terreno di gioco sono il teatro ideale per una squadra sorprendente, nata per dimostrare che il calcio è manifestazione diretta di una comunità, di un orgoglio popolare. Quello dei galiziani e dei loro Blanquiazules.

Una storia di provincia che inizia negli anni ’90 per terminare all’apice, nella serata più folle e memorabile del calcio galiziano: 7 aprile 2004. Il canto del cigno del Deportivo. Un arrivederci ai grandi palcoscenici internazionali con una prestazione che rimarrà nella storia del gioco. Un monumentale 4-0 al Milan campione d’Europa.

È il miracolo del Riazor: una partita che va oltre la semplice dimensione del gioco 11 contro 11 per scrivere una pagina di racconto che sconfina nel mito narrativo di Davide contro Golia.

E pensare che quella squadra aggressiva, tecnica ed intensa aveva già incantato il pubblico europeo con le sue folate improvvise. Era il club della coppia Makaay-Tristán, due bomber che nel calcio odierno molto difficilmente potremmo vedere insieme su un campo da gioco. Il SuperDepor campione della Liga nel 2000 e trionfatore in Copa del Rey e Supercopa de España.

Una compagine trascinata dalla scarpa d’oro, el Pistolero olandese Roy Makaay e dal suo alter-ego iberico, il pennellone Diego Tristán. Ma gli uomini dell’impresa che trasmuterà in favola della buonanotte per i bambini galiziani sono altri.

Portano i nomi di Valerón e Pandiani, di Fran e del mancino velenoso Albert Luque. Sono outsider che poco hanno a che vedere con una squadra che annovera Pirlo, Seedorf, Cafù, Nesta, Maldini, Shevchenko, Kakà e Inzaghi in campo e Carlo Ancelotti in panchina. Sono l’impersonificazione dell’Io galiziano; del soli contro le avversità, che siano esse climatiche, politiche, sociali o calcistiche.

Non fa differenza. In Galizia s’impara fin da subito a convivere con una terra sferzata da venti gelidi, mari agitati e lunghi silenzi affacciati sull’Atlantico. Vivendo un passo alla volta, non facendosi mai travolgere dalle correnti. Una filosofia di vita che, ormai da anni, trova la sua ideale applicazione al Riazor.

E Irureta, basco di Irùn, è il timoniere perfetto per manovrare un team così estremo. Un allenatore esperto, che modella la sua creatura su un’impronta ben definita: il Deportivo è una struttura uniforme, un’entità tattica che vive su un 4-2-3-1 elastico dal respiro europeo.

Modulo ideale dopo la cessione di Makaay e i problemi fisici che affliggono Tristán; in rampa di lancio va un terminale offensivo dal soprannome illuminante, El Rifle. La carabina. Il fucile di precisione arriva dall’Uruguay e si chiama Walter Pandiani. È l’artillero perfetto per il meccanismo di Irureta, che lo circonda di una batteria di mezzepunte e ali che sfornano assist ad alta intensità di gioco: Valerón, Víctor e Luque, senza scordare quell’incredibile giocoliere part-time che risponde al nome di Djalminha, la versione baffuta e speculare – ovvero utile – di Denilson.

Sono soprattutto loro gli uomini del miracolo del Riazor. Un quartetto che suona uno spartito ripetitivo e adrenalinico, costantemente sopra di un tempo rispetto agli avversari. Una scarica elettrica da riff alla Angus Young. Quella sera le maglie bianco-blu sbucano da ogni angolo, come impossessate da un furore agonistico quasi inspiegabile. Anche perché, dopo il 4-1 in scioltezza di San Siro, il Milan si aspetta una notte di controllo e pura formalità per accedere alle semifinali. Ma quella partita è un vero massacro.

Un flipper impazzito, fatto di giocate sopraffine e asfissiante pressing offensivo eseguiti a velocità supersonica. Per il Milan è un incubo, la materializzazione di un ignoto calcistico che fino a quel momento mai aveva conosciuto. La premonizione di un fantasma che tornerà a materializzarsi due anni dopo dalle parti del Bosforo, sotto le spoglie delle divise dei Reds di Rafa Benitez.

È il mercoledì da leoni di La Coruña. Il pubblico ci crede fin dall’inizio, spingendo il Depor con una bolgia assordante, un frastuono stordente. Irureta, dopo il fragoroso schianto dell’andata, sembra meno convinto di quella che appare più come un’utopia che una speranza:

“Se in qualche modo riusciremo a rimontare contro il Milan, mi farò il cammino di Santiago a piedi.”

Parole efficaci e oltremodo significative del divario tecnico fra le due squadre. Ma, a questo punto della storia, è doveroso un flashback. È il 5 novembre del 2003, terza giornata del girone di Champions: a Montecarlo si affrontano Deportivo e Monaco. I ragazzi di Irureta sono in testa al girone e vanno a giocarsi il primato nel Principato. Risultato? 8-3. Otto a tre.

Non è tennis, tantomeno pallanuoto: è l’apoteosi della serata storta del SuperDepor, una squadra instabile che vive di fiammate e nervi. Prende otto gol dal Monaco di Deschamps, riuscendo a farsi infilare per quattro volte dal macchinoso tank croato Dado Prso. Un vero record al contrario. Impresa titanica ancora oggi ineguagliata in Champions.

Insomma, non stiamo parlando di una squadra “normale”. O quantomeno quadrata e razionale. Il Deportivo è capace di tutto e il contrario di tutto, come testimonia la follia calcistica del Louis II. Basti pensare che appena un anno e mezzo prima, proprio al Riazor, i ragazzi di Irureta si erano fatti asfaltare 0-4 dallo stesso Milan di Ancelotti, quello dell’albero di Natale con Rui Costa, Rivaldo, Seedorf e Pirlo contemporaneamente in campo: un modulo-icona, diventato tratto distintivo di un’epoca. Insomma, da queste parti le mezze misure non esistono. E il pubblico gallego lo sa meglio di chiunque altro.

E anche stavolta la storia gira. Repentinamente. Quel 7 aprile l’ottovolante galiziano viaggia su ritmi forsennati, tanto che lo stesso Pirlo qualche anno dopo getterà (vaghe) ombre di doping in un’intervista rilasciata ai media italiani riguardo quella sconfitta.

“Non sono in possesso di prove, per cui la mia non è un’accusa, mai mi permetterei di formularla. Semplicemente è un pensiero cattivo che mi sono concesso, però per la prima e unica volta nella vita mi è venuto il dubbio che qualcuno sul mio stesso campo potesse essersi dopato. Forse è solo la rabbia di un momento non ancora riassorbita. Ma i calciatori del Deportivo erano scheggie impazzite, assatanati. Galoppavano verso un traguardo che solo loro intuivano.”

Virgolettati che rendono brutalmente la corrida di quella sera. Pandiani – dopo l’illusorio gol d’apertura nel match d’andata – replica con una girata mancina dal limite, facendosi beffe di un certo Paolo Maldini. È il 5° minuto ed è 1-0: da qui inizia il cammino del Diavolo verso i gironi dell’Inferno.

Víctor è una scheggia imprendibile sulla destra; Valerón fa intuire perché in Galizia i tifosi lo chiamino El Dios, disegnando calcio sulla trequarti con la scioltezza e la padronanza tecnica di un fuoriclasse; Luque è una sorta di rullo compressore che schiaccia costantemente Cafù, ridicolizzandolo in più occasioni.

Il 2-0 è inevitabile ed è figlio di un’uscita sciagurata di Dida. Nelson ha abituato il pubblico a bizzarri black-out psicologici e stavolta la combina grossa sul cross di Luque, appoggiato docilmente in rete dal fantasista gallego. Il Riazor ribolle e sente vicina quell’impresa “che solo loro intuivano.” Il 3-0 che garantirebbe le semifinali è mera questione di tempo.

E arriva nel momento peggiore per i rossoneri: al 45°, ad un soffio dal riposo. Luque se ne va sulla fascia sinistra bruciando Cafù e scaricando un mancino terrificante che fa saltare definitivamente il banco.

Il resto della partita è uno spettacolo fatto di ritmo altissimo (da una parte) e giocate improvvise che chiamano all’azione offensiva quasi tutti i calciatori galiziani. Il definitivo 4-0 lo mette a referto il subentrato Fran, vecchia ala destra simbolo della cantera gallega. Entrano Serginho, Rui Costa e Inzaghi, ma è tutto inutile. Una cappa d’incredulità e disarmo avvolge il campo, mentre gli spalti del Riazor furoreggiano e vorrebbero che quella partita non finisse mai.

Il Depor è tornato Super, anzi, qualcosa di più. Stavolta è andato oltre, scrivendo la storia del calcio e delle rimonte impossibili. Quella di una piccola città di pescatori che trionfa su una metropoli pluri-milionaria del calcio europeo. Sarà anche l’ultima vera esibizione di livello internazionale all’interno di quello stadio caloroso e demodé; in semifinale i Blanquiazules verranno spediti fuori da un Porto arcigno ed equilibratissimo, con uno 0-1 che li condannerà proprio al Riazor.

E saranno proprio i Dragoes ad aprire un’altra stagione di sorprese continentali sull’Atlantico, soltanto pochi chilometri più a sud. Quella della Champions vinta grazie ad un uomo un po’ schivo dal carisma straripante, l’ex assistente di Robson al Barcellona: José Mourinho e il suo calcio straordinariamente pragmatico.

Un passaggio di consegne che vedrà il Deportivo sparire progressivamente dal palcoscenico più prestigioso, arrivando addirittura a retrocedere in Segunda Division pochi anni dopo. Una meteora. Un tornado che ha lasciato il segno, frantumando vittime illustri per poi spegnersi inesorabilmente al largo dell’Atlantico.

Oggi le luci del Riazor sono spente il mercoledì sera. Il Deportivo suda in fondo alla Liga per non retrocedere per l’ennesima volta. La grande onda è ormai passata, ma forse nessuno l’ha cavalcata come il SuperDepor.