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“Ce la giochiamo a birra e salsicce?”

Citazione oltremodo pop per una storia nella storia, quella di un calcio di rigore che ha sorpassato cortine di ferro e decenni di isolamento per diventare l’icona più beffarda del gioco del calcio. È il caso di Antonin Panenka da Praga e della sua personalissima opera d’arte consegnata ai posteri la sera del 20 giugno del 1976: il Panenka.

In Italia, in quanto a dialetti, storpiature e modi di dire non siamo secondi a nessuno. E infatti questo termine non è comunemente usato nel linguaggio calcistico nostrano, diviso fra cucchiaio, scavetto o addirittura lob. Ma nel resto del mondo, calcistico e non, esiste una sola parola per indicare un gesto tecnico ben definito: Panenka, appunto. Ovvero il rigore a cucchiaio. O meglio, il rigore alla Panenka.

Perché, come un’opera d’arte di inestimabile valore porta il nome del suo inventore: il centrocampista cecoslovacco Antonin Panenka. Unico caso nel mondo del pallone in cui un preciso gesto tecnico ha superato confini geografici e linguistici per imporsi come modello universale. Qualcosa che pare appartenere più alla sfera dell’arte che non al calcio: un Warhol, un Degas, un Modigliani e così via.

Ma in questa storia non esistono tele e colori, se non quelli della maglia rossa della Cecoslovacchia agli Europei di Jugoslavia del ’76. E soprattutto non esiste ispirazione artistica del momento, bensì una precisa scelta nata sotto l’impulso di una scommessa fra compagni di squadra; una di quelle dove a fine allenamento decidi di calciare alcuni rigori, sfidando il tuo portiere in un duello a chi segna di più dagli undici metri. E per rendere la scommessa davvero intrigante, da che mondo è mondo, esiste un’unica posta in palio per far salire l’asticella: una pinta di birra.

Il Panenka, quell’invenzione folle e geniale al tempo stesso, è figlio di una pinta di birra. Una Staropramen o una Urquell, una pilsner che si beve ad ogni ora in un qualsiasi bar di Praga. Bionda di cui Panenka Antonin, regista dal passo danubiano e dal destro calibrato, era assiduo bevitore. Così come il compagno di squadra Zdenek Hruska, portiere para-rigori del Bohemians, il piccolo club ceco di prima divisione in cui i due militavano. Lo stesso club di cui oggi Panenka è Presidente.

Antonin Panenka oggi, al Bohemians

Insomma, nato per scommessa o per gioco il Panenka sublima in opera d’arte la sera del 20 giugno 1976. È la finale dell’Europeo, si gioca nel caldo di Belgrado, reso umido da lunghe ore di pioggie torrenziali; da una parte c’è una squadra favoritissima, la Germania Ovest campione del mondo in carica; dall’altra una compagine semi-sconosciuta che ha dato spettacolo durante le qualificazioni e la fase finale, trasformando i 90 minuti di gioco in una giostra del gol. È la Cecoslovacchia di mister Jezek: oggetto calcistico non identificato al di qua della Cortina di ferro.

“Soltanto un genio o un pazzo avrebbe potuto tirare un rigore in quel modo.” (Pelè)

“Sono felice delle parole di Pelè, perché non mi ritengo assolutamente pazzo. Quindi…” (A. Panenka)

Già, la Cortina di ferro. Elemento geo-politico che assume contorni decisivi in questa storia e nella riuscita del gesto più irrisorio del gioco. È proprio grazie all’impenetrabilità dello sport che si gioca al di là della linea di divisione dei due blocchi che quel rigore si rivelerà agli occhi del mondo come un elemento ignoto. Negli anni ’70 cecoslovacchi le uniche informazioni fuoriuscite al di qua del blocco sovietico riguardavano le architetture razionaliste, il socialismo dal volto umano di Dubcek, le sigarette di marca Viktor e i wafer Tatranky. Il concetto di spionaggio applicato al calcio era ben lontano dall’essere messo in pratica.

Eppure sarebbe (forse) stato decisivo per la vittoria di quell’Europeo. Perché Antonin Panenka quel rigore l’aveva calciato più volte nel corso del campionato ceco. Anzi, di più: si era costruito una fama piuttosto considerevole nella capitale proprio grazie a quel particolare gesto tecnico. Ma, come detto, la spy-story da romanzo di Le Carré non si consuma e Antonin riesce così a preservare il suo personalissimo segreto, protetto da quella cappa silenziosa che avvolge la cortina al di là della Sprea.

La Cecoslovacchia prima della finale di Euro ’76

Fra un pacchetto di sigarette e qualche Staropramen, il regista cecoslovacco dal fisico tutt’altro che atletico e dagli iconici baffi a manubrio ha il tempo di affinare il suo esercizio in bilico tra scherno e visionarietà. Protetto dalla grigia imponenza dei palazzi brezneviani e dagli appuntiti profili gotici dei tetti di Praga, il regista boemo ha in serbo una sorpresa da svelare soltanto in una particolare circostanza. Quella più importante, decisiva: la finale degli Europei. Di fronte al portiere più forte del mondo, Sepp Maier.

Ed ecco quella notte umida di Belgrado allo Stadion Crvena Zvezda. Dove la stella che brilla, anche stavolta, è rossa. Il rosso delle divise ceche. È una finale speciale perché – per la prima volta nella storia del gioco – è stata decretata la lotteria dei rigori qualora le squadre avessero concluso i 90 minuti in parità. È una zona d’ombra a cui nessuno è abituato, un territorio inesplorato. La partita durante i minuti regolamentari è stupenda ed intensa.

E fa capire all’Europa che – anche al di là della Cortina – il calcio è sport quantomai studiato e perfezionato. Come dimostra l’innovativo gioco proposto dal team di Vaclav Jezek: una squadra offensiva, che ha nel movimento collettivo le sue fondamenta ideologiche, ancor prima che tecniche, dello sviluppo del calcio. È una scuola sportiva di stampo socialista dove ogni movimento è in funzione del concetto apicale di collettivo. E pensare che in semifinale gli outsider cechi sono pure riusciti a regolare con un netto 3-1 la rivoluzionaria Arancia Meccanica di Cruijff.

Una filosofia che trova in Jezek il proprio alfiere seduto a bordo campo e che – a detta di un giovane praghese – influenzerà in maniera decisiva il suo modo d’intendere il calcio. Quel ragazzo si chiama Zdenek Zeman. E ne sentiremo parlare in futuro, stavolta al di qua della Cortina.

Insomma, la Cecoslovacchia pur non fregiandosi di fuoriclasse riesce a mettere sotto la corazzata tedesca grazie a quello spartito collettivo che è solita snoccialare a memoria. Dopo appena 25 minuti, infatti, Maier e compagni sono sotto di due reti. 2-0 cecoslovacco, grazie ai gol di Svehlik e Doblas. Accorcia subito Dieter Müller, chiudendo il primo tempo su un fondamentale 2-1. Alla lunga i tedeschi verranno fuori, e infatti all’80° è Holzenbein a fissare il punteggio sul definitivo 2-2.

Nonostante una condizione fisica e un approccio collettivo migliori, la Cecoslovacchia si gioca tutto alla lotteria dell’ignoto dei calci di rigore. E la sequenza ceca è sbalorditiva: quattro su quattro dagli undici metri; mentre per i tedeschi il primo errore arriva da uno dei suoi fuoriclasse: Uli Höeness spara alto il quarto rigore. È il turno dei ragazzi di Jezek, è il momento decisivo. Sul dischetto va Panenka. Da quel momento in poi, è storia. Il secondo più interminabile della storia del calcio. La parabola più maliziosa e irresistibile di sempre. È un atto dadaista in un contesto pop.

Panenka toglie la tela alla sua opera d’arte, lasciando basito il biondissimo Maier, che pare proprio non aver capito quello che è appena successo. Voltandosi indietro ed intorno, come se qualcosa di oscuro fosse sbucato da una dimensione parallela. E invece si tratta soltanto di quel bizzarro tiro d’allenamento che un perito alberghiero con la tendenza ad accumulare peso sui fianchi ha appena scagliato. Per l’ennesima volta.

Stavolta, però, non c’è una pinta di pilsner pagata ad aspettarlo al solito bar oltre i binari del tram, bensì il primo titolo di campione d’Europa per la sua nazionale. Ne segue una festa quasi surreale: i compagni di squadra lo inseguono per portarlo in trionfo, ma sono quasi tutti a petto nudo.

Le maglie in dotazione alla spedizione cecoslovacca prevedevano unicamente la lana, così al momento della premiazione, quella coppa argentata viene alzata al cielo da calciatori semi-sconosciuti che indossano delle maglie bianche in cotone.

L’Europeo al cielo con le maglie tedesche

Sono quelle della Germania Ovest. Un’ulteriore beffa ai danni della superpotenza teutonica, appena sconfitta dal cucchiaio di Antonin. Panenka ancora non lo sa ma è già entrato prepotentemente nella storia, dando vita a numerosi epigoni nel corso dei decenni: da Totti a Pirlo fino a Völler, Riquelme, Milevskij e Abreu. E chissà quanti altri ancora.

Perché a pensarci bene, chiunque – dai palcoscenici internazionali ai campi di periferia – ha tuttora un piccolo debito con quel ragazzo di Praga dall’aria sorniona. Quello che cambiò la storia del calcio per una pinta di birra.

“Vedere tanti giocatori provare il mio colpo mi dà soddisfazione e mi ricorda che quella notte ho fatto una cosa magica: avessi sbagliato, sarei finito in fabbrica.”