“Ago cammina piano lentamente, chissà quel che je passa pe’ la mente; tiene er pallone stretto fra le mano, e cià er cipijo fiero der romano!” (Mario Filippi)

Era il Maggio del 1994, quando il Mondo perse il più grande automobilista di tutti i tempi in un’infausta mattinata sanmarinese. Ed era sempre Maggio, quando una tròupe americana fermò un apparentemente normalissimo insegnante d’elementari argentino, che rispose con un semplice “Sì” alla domanda “Lei è il signor Priebke?”.

Ma, mentre anche la penisola cominciava ad elaborare il lutto dell’Ayrton universale e si interrogava su fantasmi passati, un altro evento scosse le coscienze comuni. Non soltanto quelle dei tifosi romanisti, milanisti e salernitani.

In (semi) diretta nell’edizione serale del TG1, tra un’immagine del neo-eletto presidente sudafricano Nelson Mandela e l’altra, venne infatti annunciata la notizia del suicidio di Ago Di Bartolomei, storico capitano dell’ultima Roma scudettata. “Ti adoro e adoro i nostri splendidi ragazzi, ma non vedo l’uscita dal tunnel”, scrisse alla moglie prima di spararsi con una Smith & Wesson calibro 38.

A dieci anni dalla storica finale di Coppa dei Campioni (persa) con la sua Roma, Diba se ne andò “senza scarpe”, come scritto nel referto dei poliziotti e come era solito stare da piccolo sui campi dell’oratorio di San Niccolò, e lasciando parecchi interrogativi irrisolti.

Si è parlato di rate di qualche investimento sbagliato; o di un’altra – l’ennesima – porta chiusa in faccia da parte di quel mondo che per anni lo aveva accolto e coccolato. In ogni caso, chiunque lo conoscesse parlò di un “gesto imprevedibile e inaspettato, nonostante il carattere schivo e riservato”.

Quali che fossero le ragioni di un estremo gesto, l’Italia intera perse un campione riflessivo e romantico, che con gli arbitri discuteva sempre con le mani dietro alla schiena; amante di arte e letteratura e capace con gli anni d’ispirare canzoni a De Gregori e personaggi cinematografici al premio Oscar Paolo Sorrentino.

Un calciatore diverso, che amava la pesca, che rifiutava gli autografi sostenendo che “Non è che non voglio farli, è che mi chiedo perché li vogliono”. Più eloquente di mille parole.

Ma partiamo dal principio: Agostino Di Bartolomei nacque nell’aprile del 1955 a Roma. Crebbe calcisticamente, tra l’oratorio di San Filippo Neri e l’OMI, vicino al suo quartiere originario di Tor Marancia. Ben presto fu notato dalla Roma, che non se lo lasciò sfuggire. Esordì appena diciassettenne nel 1973, in uno scialbo 0 a 0 tra l’Inter e la sua Roma.

Il primo gol arrivò alla prima giornata della stagione seguente, che fu la prima di tre stagioni vissute più in panchina che in campo. Arriva quindi la chiamata del Lanerossi Vicenza, in Serie B, col quale trovò costanza e continuità. Al ritorno in giallorosso, Diba diventa un punto fermo della squadra: dal 1976 al 1984 saltò pochissime partite, diventando capitano alla fine degli anni ’70.

L’allenatore che lo lanciò davanti alla difesa fu Liedholm, che ne intuì il potenziale come creatore di gioco. Ago è infatti celebre per la visione di gioco sopraffina ed i lanci millimetrici. Anche se la caratteristica che più l’ha reso famoso è il potentissimo tiro, oltre alla grinta ed il carattere che erano di continuo stimolo per i compagni. Un difetto? Probabilmente la scarsa velocità di piedi (non certo di pensiero).

Gli anni d’oro di Ago furono il 1982 e il 1983: nonostante la non-chiamata per i Mondiali – dato incredibile: non ha mai giocato una singola partita in Nazionale -, la nascita del primo figlio e la cavalcata per il secondo scudetto della storia giallorossa rendono Ago “la persona più felice del Mondo”.

Nulla avrebbe mai fatto presagire che gli eventi – da allora – sarebbero irrimediabilmente precipitati: è il 1984 quando la Roma raggiunge infatti la Finale di Coppa dei Campioni. Nella capitale arriva il meno quotato Liverpool di Grobbelaar e Rush. L’esito appare quasi scontato, ma dopo una durissima battaglia la partita si trascina ai calci di rigore.

E qui accade l’impensabile: Falcao, il faro di quella Roma assieme a Diba e Bruno Conti, si rifiuta di calciare il rigore. Tira invece Ciccio Graziani, che – assieme allo stesso Conti – sbaglia. Qui cominciano i dissapori con lo spogliatoio, che l’ha sempre ammirato ma mai veramente compreso. Litiga con Graziani prima e con Falcao poi, inimicandosi tutti gli altri.

Ma, soprattutto, arriva un nuovo allenatore: Sven Goran Eriksson. «Non credo che il nuovo allenatore non volesse Ago, piuttosto il presidente Dino Viola aveva previsto altre scelte e aveva progettato di vendere Ago al Milan, dove c’era Liedholm» dirà la moglie Marisa, ex fotomodella. Diba col Milan giocherà tre anni ad un discreto livello: per un totale di 88 partite, condite da 9 goal. L’ambientamento milanese non è però semplice. Anzi.

«Ci trasferimmo a Milano. Luca era piccolo, c’era tanta neve e faceva freddo. Avevamo nostalgia di Roma. Io volevo chiudere la carriera a Roma».

Mai dimenticato dalla curva Sud – “ti hanno tolto la Roma, non la tua Curva”, lo striscione che gli fu dedicato nell’ultima partita – trovò la Roma da avversario a Milano proprio nel 1984: come nelle migliori tragedie letterarie, Ago siglò una delle reti della vittoria meneghina ed esultò in modo liberatorio ma molto probabilmente eccessivo. Come se dovesse liberarsi di tensioni accumulate e lunghi silenzi.

L’esultanza non gli venne perdonata dalla tifoseria capitolina che pochi mesi dopo, nella sfida di ritorno all’Olimpico, gli riservò una dura accoglienza; in questa difficile situazione ambientale, dopo un contrasto piuttosto violento con Conti, l’ex capitano giallorosso venne quasi aggredito da Graziani: la partita degenerò in rissa, rovinando in parte una storia d’amore praticamente ventennale.

“Esistono i tifosi di calcio, e poi esistono i tifosi della Roma”, sentenziò bruscamente Ago riguardo l’aspra accoglienza del tifo giallorosso.

Con l’avvento di Sacchi e del suo calcio innovativo, fu chiaro a tutti che l’era dell’oramai ultratrentenne Diba in rossonero è conclusa: viene ceduto prima al Cesena e poi alla Salernitana (squadra del cuore della moglie), dove riesce nell’impresa di far tornare la squadra campana in serie B dopo anni di esilio in C.

La Salernitana di Di Bartolomei

Infine nel 1990 arriva il ritiro dalla carriera agonistica, che fin da subito mette in luce qualche difficoltà per Ago:

“Quando smetti non è facile ritrovare un equilibrio, psicologico ma prima ancora fisico: si passa da due allenamenti di 2 ore al giorno a zero, o quasi. Si passa dall’adrenalina pazzesca ogni domenica, ad un’esistenza normale che non ti compete. Sembrerà una sciocchezza, ma è molto dura.”

Senza possibilità di redenzione con la sua Roma, tradito ed abbandonato da quel mondo che per anni lo aveva lodato e protetto, con un dolore derivato da quel limbo di normalità e anonimato che neanche l’allenare ragazzini o fare l’opinionista televisivo a gettone potevano alleviare, Ago quel giorno di maggio – come non era solito fare da giocatore – si arrese. Stavolta definitivamente.

Gettando un’intera nazione nello smarrimento e in un malcelato senso di colpa. E soprattutto lasciandoci soli con un profondo vuoto. Quello di un uomo, ancor prima che un capitano, incompreso.

“Questo mondo coglione piange il campione quando non serve più. Ci vorrebbe attenzione verso l’errore, ed oggi sarebbe qui. Se ci fosse più amore, per il campione, oggi sarebbe qui. Ricordati di me, mio capitano: Cancella la pistola dalla tua mano.” (Antonello Venditti, Tradimento e Perdono).