18 min read

Devo essere obiettivo. Devo essere obiettivo. Devo essere obiettivo.

È da quando ho deciso di scrivere questo articolo che non faccio altro che ripetermi in testa il seguente mantra. Dovete sapere che la mia anima è da sempre divisa in due: c’è una parte razionale e una parte romantica. La razionale è davvero troppo razionale e viene presa in considerazione soltanto quando c’è di mezzo una ragazza. Per tutto il resto c’è la romantica ed è grazie a lei che mi sono innamorato delle mie più grandi passioni.

La storia di oggi va ben oltre il semplice gioco del calcio. Perché tra me ed il Campione che sto per raccontarvi c’è molto di più.

Tutto inizia con il più classico dei colpi di fulmine, quando nei primi mesi del 1998 vedo in televisione una pubblicità della Nike: la Seleçao è all’aeroporto di Londra e si sta annoiando a morte dato che il volo che dovrebbero prendere è stato cancellato. Ronaldo il Fenomeno tira fuori da un borsone un pallone e comincia a palleggiare. Romario, da buon compagno di reparto, si unisce a lui mentre in sottofondo parte Mas Que Nada di Sergio Mendes.

Dopo una scivolata di Roberto Carlos e un poliziotto che vorrebbe riportare l’ordine nella sala d’attesa, la palla arriva ai piedi di un calciatore che ai tempi non conoscevo, che inizia a dribblare i suoi compagni di squadra con finte e doppi passi per poi palleggiare e scartare le persone sul rullo dell’aeroporto a ritmo di musica come Maradona a Monaco con Live is Life.

La pubblicità va avanti. Romario buca il metal detector, Roberto Carlos calcia con le tre dita, Cantona annuisce e Ronaldo prende il palo a “porta” vuota. Tutto bellissimo, ma dovevo assolutamente sapere chi era quel giocoliere mancino che in nemmeno cinque secondi mi aveva fatto vedere una roba a me sconosciuta.

Nel 1998 però, internet era ancora un’utopia, così, oltre a registrare lo spot in videocassetta come facevo con i video di MTV, comprai l’album delle figurine Panini di Francia ’98. La prima mandata di trenta pacchetti non riuscì a svelare l’arcano. Ne comprai altrettanti e alla fine lo trovai: Denilson de Oliveira Araujo. Così si chiamava quel brasiliano che mi aveva portato sull’orlo della pazzia.

Sarò onesto: seguo la Nazionale Italiana soltanto durante i Mondiali e gli Europei. Tutto il resto, sinceramente, non mi interessa. Inoltre, la Seleçao non mi è mai rimasta simpatica – il rigore di Baggio ancora me lo sogno la notte – e a Fifa 97, Denilson non era questo granché (è anche vero che per me c’erano soltanto due esterni: McManaman a destra e Ginola a sinistra).

Per questo motivo non sapevo chi era, perché mi ero perso il torneo organizzato dalla Francia – quello della celeberrima punizione di Roberto Carlos a Barthez – con Italia, Brasile ed Inghilterra un anno prima dell’inizio dei Mondiali, dove aveva fatto sfracelli in particolar modo nel 3-3 contro gli Azzurri.

Quel 1997 fu un anno d’oro per lui. Vinse la Copa Ámerica e la Confederations Cup dove fu eletto miglior giocatore della rassegna. In patria diventò per popolarità secondo solo a Ronaldo, mentre come talento puro, obiettivamente – lo so, non sono credibile – era di gran lunga il numero uno. Telé Santana, l’allenatore che lo aveva scoperto, disse che “il suo piede sinistro è il migliore di tutto il Brasile”. Come dargli torto.

Lo volevano tutti, ma Denilson preferì restare ancora un anno nel suo San Paolo dove aveva fatto tutta la trafila del settore giovanile ed esordito in prima squadra a 17 anni. Gli inizi non furono dei migliori. I compagni di squadra non apprezzavano tutto quell’individualismo, ma Santana gli diede fiducia mettendolo sulla fascia sinistra libero di fare qualsiasi cosa gli passasse per la testa.

In campo si divertiva e faceva divertire. Si scomodarono i santi dato che in patria veniva paragonato a Garrincha e a Zico. Ancelotti disse che quel sinistro gli ricordava Rivelino, l’uomo che quando calciava faceva sentire il rumore dell’aria che si spostava.

Denilson-660x350

Quell’anno di riflessione, dove vinse il suo primo Campionato Paulista, gli servì per poter scegliere quale fosse la soluzione migliore per il proseguimento della propria carriera e il Mondiale alle porte era la miglior vetrina possibile per sfoggiare tutto il suo illimitato campionario di giochi di prestigio degni del Grande Dantòn.

Francia ’98 lo considero il “mio” Mondiale perché è stato il primo che ho vissuto davvero e di conseguenza, quello che mi ha appassionato di più. È durante quel mese che mi sono innamorato del Messico, la seconda squadra per cui tifo tutt’oggi, trascinato dalla coppia Hernández-Blanco. C’erano Zidane, il miglior calciatore di tutti i tempi per la mia parte razionale, Baggio, Ronaldo, Chilavert, Beckham e Davids. E c’era Denilson che, nonostante fosse una star planetaria, partiva sempre della panchina.

Pur non schierandolo tra gli undici titolari, Zagallo impazziva per lui:

“È un po’ indisciplinato tatticamente e ricorda me quand’ero giovane. Anche io volevo dribblare chiunque. Poi però mi hanno insegnato a fare altro e ho perso un po’ del mio genio. Per questo motivo non mi interessa cambiare il suo modo di giocare. Tutta la sua fantasia deve uscire fuori.”

Infatti, quando entrava si vedeva la differenza. Eccome se si vedeva. Quei numeri che gli avevo visto fare nella pubblicità della Nike li faceva anche dentro il rettangolo verde, accompagnati dallo stupore del pubblico francese e di chi, come me, lo idolatrava dal divano.

Il suo marchio di fabbrica era il doppio passo. Ondeggiava sulle punte passando le gambe sopra il pallone fino a cinque volte a velocità supersonica. Guardare quello che faceva era un’esperienza esoterica e un invito al politeismo. C’era qualcosa di sovrannaturale in quel ragazzo nato a Diadema. Un qualcosa che nella storia calcistica passata e recente, avevano in pochi. Qualche giocatore usava il doppio passo, ma nessuno lo faceva in quel modo. Un po’ come Van Halen con il tapping o Magic Johnson con i passaggi no look. Denilson aveva preso un fondamentale e lo aveva fatto diventare un tropicalismo alla Gilberto Gil.

Il Brasile perse per 3-0 la finale contro i padroni di casa della Francia, ma ormai tutto il mondo era stato contagiato dalla Denilson mania. Se oggi mi capita un pallone tra i piedi, mi viene spontaneo fare due cose: la Roulette de Marseille e il doppio passo da fermo, proprio come Giovanni di Aldo, Giovanni e Giacomo in Così è la Vita nella mia eterna contrapposizione tra anima razionale ed anima romantica.

Nonostante la doppietta in finale e il prossimo Pallone d’Oro, Zidane era soltanto al terzo posto nella borsa valori del pallone. Prima di lui c’erano Ronaldo e proprio Denilson. Il suo arrivo nel calcio Europeo era imminente. Real Madrid, Roma, Barcellona, Bayer Leverkusen, Parma, Milan, PSV Eindhoven e Lazio erano pronte a farsi la guerra a suon di miliardi. Proprio la squadra di Cragnotti era in pole position per acquistarlo. In quel piede sinistro vedeva il testimonial ideale per lo sbarco della Cirio, inglobata dalla Bombril, sponsor del San Paolo, nel mercato sudamericano.

Denilson 2

Cragnotti presentò un’offerta di 25 milioni di dollari (circa 45 miliardi di lire). “Viene da noi o resta dov’è! Abbiamo un diritto di prelazione assoluta sui giocatori del San Paolo” tuonò in conferenza stampa. I Tricolòr, che in tutta la loro storia non avevano mai visto così tanti soldi, accettarono senza esitare un secondo, ma quando mancavano soltanto le firme e la Roma biancoceleste era pronta ad abbracciare il prossimo Messia, entrò in scena quello che è stato il personaggio di svolta della carriera di Denilson: un impresario spagnolo del settore immobiliare che aveva tanti soldi da spendere il cui nome è Manuel Ruiz de Lopéra, presidente del Betis Siviglia.

L’offerta è donvitocorleonesca: 35 milioni di Dollari (circa 64 miliardi di Lire) e il San Paolo non la può proprio rifiutare. Cragnotti impazzisce prendendosela prima con il procuratore del giocatore, Luís Viana, che si difende ammettendo che c’era il diritto di prelazione ma solo a parità d’offerta, e poi con il presidente Fernando Casal del Rey che giustifica la sua scelta dicendo: “La differenza di offerta è abissale. E comunque il Betis paga subito, non in tre rate, come ha proposto la Lazio”.

Un anno dopo aver visto svanire Ronaldo, Cragnotti è costretto ancora a masticare amaro. Denilson è un giocatore del Betis. Squadra sicuramente non di prima fascia, ma a lui la cosa non interessa un granché. L’anno di riflessione era in realtà un misero depistaggio. Di comune accordo con il suo procuratore, avrebbe scelto non la squadra più forte, ma quella che gli avrebbe garantito il contratto più ricco.

Se già quella cifra era la più alta mai spesa per un calciatore, Lopéra ci aggiunse una clausola rescissoria da 750 miliardi e, prendendo troppo alla lettera la parole di Zico che aveva affermato: “chi compra Denilson si sistema per un decennio”, un vitalizio di undici anni per un ingaggio totale di oltre 40 miliardi.

Nonostante la spesa folle e la convinzione di Lopéra di interrompere l’egemonia Barcellona-Real Madrid, il Betis è una squadra veramente scarsa. Le prime sette giornate della Liga sono drammatiche: quattro sconfitte, due pareggi e una vittoria (seppur di prestigio al Santiago Bernabéu). Ultimo in classifica. L’allenatore Cantatore viene esonerato e al suo posto arriva Javiér Clemente che però non riesce a portare il Betis ai piani alti. Finirà undicesimo, battuto in Copa del Rey dal Maiorca ed eliminato agli ottavi di Coppa Uefa dal Bologna di Mazzone.

Denilson-jogador-de-futebol

Per Denilson, l’impatto con il calcio Europeo non è dei migliori. Le magie palla al piede ci sono e sono sempre quelle che lo hanno fatto diventare una star ed è anche vero che i compagni di squadra non viaggiano sulla sua stessa lunghezza di pensiero. Nel grigiore e nella mediocrità generale del primo anno in Andalusia, emerge il suo più grande limite: non vede mai la porta. Mai! I numeri sono impietosi: 35 presenze e 2 reti. In media con le 8 in 96 presenze con il San Paolo. Una miseria tenendo conto che gioca trequartista, non ha idea di cosa sia la fase difensiva ed è stato pagato 64 miliardi di Lire.

La stagione 1999/2000 è ancora più desolante. Dopo il solito inizio ad handicap (ultimo in classifica alla settima giornata), il Betis riesce a risalire la china arrivando sesto per un paio di giornate. Ma è un fuoco di paglia. Nel girone di ritorno, non vince per tre mesi (dal 13 febbraio al 7 maggio) e quando il campionato finisce, è terzultimo e retrocesso in Liga Adelante, ridimensionando definitivamente i sogni di gloria e le manie di protagonismo di Lopéra, che durante la stagione aveva addirittura pensato di cambiare il nome dello stadio da Benito Villamarin con il proprio nome e cognome.

Denilson segna un gol in più rispetto alla stagione passata, ma è sempre pochissimo e anche le sue prestazioni, che pur non segnando erano state nel complesso decorose, diventano troppo discontinue. Gioca una partita bene e cinque male. E male non significa male. È proprio dannoso per i pur ancora più mediocri compagni di squadra.

Se sei una stella assoluta del calcio mondiale e giochi in una squadra dove il talento è un optional quanto il tettino apribile di un’automobile, sei obbligato a caricarti i compagni sulle spalle, diventando il loro leader. La stampa lo accusa proprio di questo. Della mancanza di attributi nei momenti decisivi e non. E per una volta non ha torto.

Se Ronaldo usava il doppio passo al fine di saltare il proprio difensore ed arrivare in porta, Denilson lo faceva non per un’utilità, ma soltanto perché si divertiva a farlo. Il calcio che conta inizia a sospettare che quel meraviglioso giocoliere non sia nient’altro che un meraviglioso giocoliere, maniaco del dribbling inutile, tutto apparenza e poca sostanza. Una sorta di trailer cinematografico dove in due minuti venivano montate le scene migliori di tutto il film.

Lopéra è costretto a ridimensionare il budget e il primo sacrificato è proprio Denilson che viene mandato in prestito al Flamengo. L’aria di casa gli fa bene e in Sudamerica è considerato ancora un eroe. Resta in Brasile sei mesi e sembra davvero essere rinato senza la pressione che aveva in Spagna, ma a gennaio il Betis lo richiama all’ovile perché ha bisogno del suo talento per tornare in Liga.

In Andalusia, però, torna il Denilson europeo. Le partite sono di una discontinuità unica e la porta continua a non vederla neppure con il telescopio. Segna un misero gol in sei mesi, ma nonostante la sterilità cronica dentro l’area di rigore, il Betis arriva secondo alle spalle del Siviglia e viene promosso insieme ai cugini e al Tenerife.

Juánde Ramos, nuovo allenatore del Betis, decide comunque di puntare ancora su di lui. Anche perché pur con l’altalenarsi dei suoi voti in pagella, il 2002 è l’anno del Mondiale nippo-coreano e Denilson è ancora nel giro della Nazionale. Il problema però è che nel suo ruolo gioca un ragazzino di Porto Alegre dagli incisivi importanti. L’ennesimo crac brasiliano proprio come era lui quattro anni prima.

Il Betis arriva sesto. Denilson resta sui suoi numeri realizzativi (un gol in trentaquattro partite) e non gioca mai più di due gare consecutive a buoni livelli. Viene comunque convocato nei 23 di Scolari.

Il ragazzino di Porto Alegre è il faro di quel Brasile. Anche lui pratica il futebol bailado: doppi passi, finte, passaggi senza guardare e colpi di tacco come se non ci fosse un domani. Fa tutto quello che faceva Denilson soltanto che lo fa meglio perché, pur irridendo ogni difensore avversario in Ligue 1 e al Mondiale, è maledettamente concreto. È la fantasia di Denilson abbinata alla praticità di Ronaldo. Un doppio passo non è mai fine a se stesso. Un colpo di tacco smarcante è per il compagno che si sovrappone. Non è sola vanità. Quel ragazzino è il calcio del futuro.

Denilson è costretto a giocare qualche spezzone di partita e si sente di dover dimostrare a tutti di essere sempre lui il predestinato, facendolo però nel peggiore dei modi, intestardendosi in dribbling inutili ed estremizzando al massimo la sua etichetta di calciatore egoista. Dà spettacolo in semifinale contro la Turchia, quando viene schierato nell’ultimo quarto d’ora per tenere palla e respingere l’assalto disperato dei turchi alla ricerca del pareggio che avrebbe portato la gara ai supplementari.

In quei quindici minuti, non fa letteralmente vedere il pallone a nessuno degli avversari, venendo osannato dal pubblico giapponese. Si torna sempre al solito punto però: in NBA direbbero che è il classico giocatore da garbage time e quel Mondiale, poi vinto dalla Seleçao contro la Germania, gli diede la conferma di essere soltanto il buffone di corte. Una figura che nessuno, neppure il Brasile che lo aveva fatto scoprire al mondo, riusciva più a prendere sul serio.

Dopo quel mese in Giappone e Corea, Denilson tornò al Betis adagiandosi su quello che ormai era diventato il suo standard e la sua vera dimensione. Anche i tifosi del Villamarin avevano perso le speranze in lui e trovarono nel canterano Joaquín il loro nuovo idolo. Restò in Andalusia altre tre stagioni, giocando titolare fino all’arrivo in panchina di Llorenç Serra Ferrer che gli preferì Ricardo Oliveira. Proprio quel fantasmagorico bidone comprato dal Milan per sostituire Shevchenko.

Per Denilson stare in panchina non fu un problema. Pur non sgroppando più sulla fascia sinistra e giocando col contagocce, percepiva lo stesso la bellezza di cinque milioni di Euro a stagione, legittimando al 100% la scelta di andare a giocare per chi lo avrebbe pagato di più. Lopera però, proprio come la tifoseria, si era disinnamorato del suo investimento stellare. Inoltre, era pieno di debiti e il primo nome sull’elenco dei sacrificabili era, ovviamente, quello di Denilson che fu ceduto, per una cifra ancora oggi sconosciuta, in Francia al Bordeaux.

Nel paese che aveva lanciato il ragazzino coi dentoni di Porto Alegre, che nel frattempo indossava la 10 del Barcellona ed era diventato il calciatore più forte del mondo, Denilson ebbe un improvviso e inspiegabile scatto d’orgoglio. Decise di giocarsi le sue ultime possibilità di poter disputare il terzo Mondiale provando a ritornare quello del 1998.

La stagione fu buona per il Bordeaux che arrivò secondo in classifica, qualificandosi per la Champions League e anche lui fece un campionato onesto. O meglio, onesto se sei un giocatore di livello medio-basso. Mediocre se ti chiami Denilson e una volta valevi 64 miliardi. Tutto sempre secondo gli standard: i soliti mesi di latitanza e la porta sempre piccola come quella del Subbuteo.

Anche il doppio passo aveva perso effetto. Con quel movimento non riusciva più a disorientare gli avversari ma anche se stesso dato che, il più delle volte, finiva per perdere palla. Nonostante tutta la sua buona volontà nel volersi ritagliare ancora un minuscolo spazio in un certo tipo di calcio, il ct Carlos Alberto Parreira lo escluse dai convocati per il Mondiale e al suo posto, nell’onorevole veste di portaborracce, portò in Germania la coppia Mineiro-Ricardinho.

La Denilson mania era ormai finita da anni, ma quell’esclusione simboleggiò la pietra tombale della sua carriera ad appena 29 anni. Decide di lasciare il Bordeaux e di emigrare in Arabia Saudita, strappando un altro contratto faraonico, arrotondando non solo il conto in banca, ma anche il girovita lievitando diversi di chili. Nel Al Nassr è un Dio e può fare tutto quello che vuole, però in un campionato di giocatori locali e calciatori sul viale del tramonto, riesce in quindici partite a realizzare soltanto tre gol.

Prova l’esperienza nella MLS firmando per l’FC Dallas ed anche in Texas viene accolto come un Dio. Gli danno la numero 10 e lo erigono a simbolo di un calcio in continua espansione. Peccato che negli States, la cosa più amata da Denilson sia la salsa barbecue. I chili in eccesso sono diventati una decina e la divisa a strisce orizzontali non aiuta a nasconderli.

Segna un solo gol su rigore e dopo qualche partita ridicola, si ritrova ai margini del roster. Resta nella città della famiglia Ewing per una sola stagione diviso tra lo stare seduto in panchina e nei vari Pizza Hut del posto, approfittando al massimo della sponsorizzazione del colosso della ristorazione americana con la sua franchigia.

L’ultima spiaggia ritornò ad essere quella di Rio de Janeiro. Il Palmeiras, rivale storico del San Paolo, gli offre un contratto annuale a prestazioni. Wanderlei Luxemburgo gli dà fiducia in un trequarti tutta genio e sregolatezza in coppia con El Mago Valdivia. Denilson gioca benino, ma non si muove più. È più fermo del Cristo Redentore e proprio come la statua in cima al Corcovado, ha le braccia larghe in segno di resa. Pur vincendo il Campionato Paulista, il Palmeiras non gli rinnova il contratto.

Prova a darsi un’ulteriore occasione tornando in Europa e sostenendo una serie di provini con squadre di metà classifica della Premier League. Il Bolton sembra convinto di prenderlo, ma è troppo indietro fisicamente e non se ne fa di nulla. Ci fanno un pensierino anche il Torino e la Reggina, così come alcune squadre greche, turche e tedesche. Niente.

L’umiliazione pubblica è servita su un piatto d’argento quando, a 32 anni, firma un trimestrale per l’Itumbiara, squadra di Serie C brasiliana. Gioca una sola partita, segnando un gol, per poi imbarcarsi sul primo volo per il Vietnam dove firma per lo Xi Mang Hai Phong.

Questa sarà l’ultima sfida della mia carriera” dichiara il giorno della presentazione, mostrando orgoglioso la sua nuova maglia con il numero 99. Lo stesso di un altro fenomeno che, per altri motivi, sta finendo la carriera al Corinthians.

Non è più neppure il buffone di corte. È diventato la parodia di se stesso, e non la roba di classe dei fratelli Zucker. Tutto il paese è collegato per seguire in diretta il suo esordio. Dopo qualche minuto segna un gol che viene celebrato quanto gli accordi di pace di Parigi del 1973. Nel secondo tempo però, è costretto ad uscire dal campo per infortunio e a fine partita comunica al proprio presidente di voler rescindere il contratto, lasciando tutti allibiti.

Non mantiene la promessa dell’ultima sfida perché prende un altro aereo ed arriva in Grecia dove firma un biennale con il Kavala. Stavolta però non ci sono dichiarazioni e non c’è neppure l’esordio in Souper Ligka. Dopo due mesi, senza neanche un minuto giocato, strappa l’ennesimo contratto e decide di dare l’addio definitivo al calcio giocato.

Voglio chiudere in questo modo, perché credo di essere stato fin troppo obiettivo nel raccontare la carriera di colui che la mia parte romantica considera il calciatore più forte di tutti i tempi. Anzi no, preferisco raccontarvi il perché di questa convinzione, magari potreste darmi una mano nello scoprire alcune cose che non mi ricordo: sono quasi sicuro che era una partita di ritorno di Copa del Rey dove il Betis aveva perso l’andata.

In una ripartenza da calcio d’angolo, il pallone finisce a Denilson, più o meno nella zona della riga di metà campo. Parte in progressione e salta il primo difensore, poi il secondo, poi il terzo e infine il quarto. Tutto toccando il pallone soltanto con il piede sinistro. Sembra Maradona contro l’Inghilterra. Salta anche il portiere rientrando verso l’interno. La porta è vuota, ma invece che appoggiare il pallone di piatto destro, calcia di esterno sinistro mandandolo fuori di un metro abbondante dal palo lontano.

Adesso chiudete gli occhi, immaginate di essere alla televisione e di vedere quest’azione e poi ditemi se esiste qualcosa di più romantico.

Secondo me no.