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Esistono gol che rimangono impressi come istantanee di un’epoca o di un particolare momento della vita. Esistono, poi, calciatori che sprigionano lo stesso effetto sul nostro muscolo della memoria. Esistono infine delle invenzioni, dei piccoli grandi trucchi che hanno segnato l’immaginario collettivo. Entrando nella storia del gioco lungo un attimo fuggente.

Opere di outsider, che hanno liberato talento e fantasia per svelarle agli occhi del mondo. Facendoci sbalordire almeno una volta davanti a quelle mosse speciali che ricordano da vicino i videogames. Fra le numerose opzioni, ne ho selezionate cinque che mi hanno colpito più di altre.

Boba

La Boba. Più ci penso e più mi ricorda da vicino la Macarena: fenomeni passeggeri di un’estate o poco più. Potrebbe finire sotto l’etichetta di tormentone mediatico più che sotto quella di mossa speciale o dribbling cervellotico. Ad ogni modo, la sua genesi si deve ad una delle meteore per eccellenza del calcio argentino: il trequartista Andrés D’Alessandro.

Salito alla ribalta delle cronache grazie a questo dribbling spettacolare e difficilmente riproponibile, sbarca in Europa con le stimmate del predestinato. A Wolfsburg, tra maggioloni e industrie, non riesce però a lasciare il segno, rivelando una scarsa capacità d’adattamento al calcio europeo. Nonostante fosse un giocatore dalla cifra tecnica di base elevata rimarrà per sempre in quel limbo fluttuante tra delusione e talento sovrastimato. Troverà la sua terra promessa in Brasile, all’Internacional de Porto Alegre.

Riuscirà comunque a rimanere nella memoria collettiva grazie alla sua personale sequenza palla al piede: suola, tunnel e scatto. La Boba: insano prototipo del numero mediatico.

Cuauhteminha

Una delle icone del calcio spensierato e un po’ folle degli anni ’90. È la Cuauhteminha, traslitterazione dal numero 10 per antonomasia del calcio messicano: Cuauhtémoc Blanco. Un colpo da cortile o da cartone animato, più che da professionismo del calcio. Rimane impressa negli occhi degli appassionati fin dai Mondiali francesi del ’98, dove viene proposta a più riprese dal fantasista di Città del Messico.

Un salto nell’aria con la palla incollata tra i piedi: un vero gioco di prestigio che appartiene a quella parte anarchica e infantile del calcio. Un colpo unico – che va oltre il regolamento stesso – per danzare in bilico fra divertissment e sberleffo. Blanco, con le sue movenze felpate e il suo gioco totalmente fuori dagli schemi, rimarrà per sempre l’emblema di un calcio scanzonato e puro. Attingendo da un infinito bagaglio di trucchi e derisioni, fatto di stop di fondoschiena, pallonetti con le spalle e colpi di tacco volanti.

Profeta di un gioco povero ma oltremodo fantasioso, bizantino. Chiedere a Zambrotta e Maldini per ulteriori conferme.

Trivela

Con la trivela la faccenda si fa grave, ma non seria. Metafora del calciatore limitato e che deve mettersi in mostra ad ogni costo, la trivela rimane legata ad un solo nome: Ricardo Quaresma. L’ala portoghese che stregò l’Europa con un paio di stagioni ad alto livello nel Porto di Jesualdo Ferreira. Soprattutto grazie ai colpi di trivela, quella mossa apparentemente innaturale che sfoggiava con una continuità impressionante. Ad ogni occasione.

«Avevo i piedi storti verso l’interno e mi veniva di toccare il pallone così: sempre d’esterno e sempre col destro. L’allenatore non ne poteva più e un giorno mi fa: ‘Se calci un’altra volta in quel modo, ti mando fuori’. Un’azione dopo ero già nello spogliatoio, tristissimo. Lui voleva solo che migliorassi, ma poi si è rassegnato: quel colpo mi usciva e tuttora mi esce così, naturale.»

Insomma, da una malformazione nasce una delle mosse speciali più bizzarre e forse inutili del calcio. In linea con la tradizione portoghese, che predilige estetica e fantasia alla concretezza, Quaresma si guadagna un posto fra i grandi del pallone. O meglio, tra i presunti tali. Sbarcato a Milano – con un acquisto a peso d’oro da parte dell’Inter sotto consiglio e desiderio di José Mourinho – Ricardo mostra tutti i suoi limiti.

Anzi, va oltre. Diventa uno dei bidoni simbolo dell’Inter: 18 milioni di euro di trivela. Totalmente inutili, ça va sans dire. Dopo essere stato sbattuto fuori a calci dal Chelsea di Guus Hiddink, ritrova in parte l’ispirazione primigenia facendo ritorno al Dragao. Dove rimane tutt’oggi un calciatore amato e rispettato. Misteri e incanti lusitani.

Aurelio

Rodrigo Taddei, probabilmente il meno brasiliano fra i brasiliani. Eppure proprio il jolly paulista è inventore e protagonista di uno dei trucchi più spettacolari del gioco: l’Aurelio. 18 ottobre 2006, Atene, gara di Champions League fra Roma ed Olympiakos. Nella bolgia infernale del Karaiskakis la Roma è sullo 0-0. Taddei riceve palla poco dentro il vertice sinistro dell’area greca, punta l’avversario e sfodera un dribbling mai visto.

È l’Aurelio: colpo provato più volte in allenamento fin dai tempi in cui militava nel Siena. Sfidato dal vice-allenatore giallorosso, Aurelio Andreazzoli, a portarlo a compimento in partita, Taddei non tradisce le aspettative e vince la scommessa. Infila quel dribbling da contorsionista e decide di dedicarlo proprio ad Andreazzoli, ribattezzandolo col suo nome.

Retaggio degli anni adolescenziali passati a giocare a futsal a San Paolo, l’Aurelio verrà riproposto soltanto un’altra volta in tutta la carriera. Ma questo poco importa, perché ormai pure Rodrigo è entrato nella storia. A modo suo.

Scorpione

Come poteva mancare il gesto folle per eccellenza? Icona di un calcio che mai esisterà, emblema di un talento fuori controllo e dell’incoscienza dei numeri primi. È lo Scorpione di René Higuita. Il Re Scorpione, come verrà successivamente chiamato a più riprese. Il portiere colombiano che ha spostato in avanti il concetto di anarchia nel calcio sarebbe un’inesauribile miniera d’oro e fango a cui attingere.

Ma la sua sconfinata carriera resta inevitabilmente legata a doppio filo a questo gesto circense eseguito in un’amichevole contro l’Inghilterra.

Non sarebbe corretto parlare semplicisticamente di “calcio” davanti allo Scorpione: ci troviamo nella dimensione dei sogni, della metafisica. Higuita è colui che ha messo in pratica le fantasie più recondite di ogni bambino che la sera si addormenta fantasticando sulla partita del giorno dopo.

Più che nel gesto, il segreto dello Scorpione su quell’inutile cross fuori misura di Redknapp è probabilmente questo: sposta in alto l’asticella di ogni fantasia calcistica più proibita e schizoide. Riportando tutto alla dimensione del gioco e della meraviglia. Almeno per un attimo. Grazie René, sua maestà dell’imprevedibile.