Paolo Sollier rappresenta una parentesi a sé nel panorama nostrano. Colui che potrebbe essere la pecora rossa del calcio, per citare una commedia-icona di quel periodo storico fatto di lotte operaie e rivendicazioni sociali, politiche e culturali. Dopo la lettura del celebre “Calci e Sputi e Colpi di Testa”, abbiamo fatto una rapida chiacchierata con l’ex trequartista militante, per usare uno dei suoi soprannomi più celebri.

Non si può introdurre una discussione con Paolo Sollier come fosse un calciatore qualsiasi. E, da quel che ho capito, neanche partendo dalla sua militanza politica. Ogni categorizzazione è limitante. Come per ogni persona: perché di questo parliamo, non di personaggi tanto rassicuranti quanto finti.

Gli atteggiamenti divistici non gli sono mai piaciuti. Un esempio per tutti, il suo odio verso gli autografi: non per altezzosità, ma esclusivamente per non creare una barriera tra persone, elevandone una allo status di celebrità (fittizia) e umiliando l’altra come “non famosa”, costretta cioè a rincorrere feticci di una insensata fama altrui. O, più prosaicamente, per dirla direttamente con le parole di Paolo Sollier:

“È uno dei primi passaggi per accettare le cose come stanno. Il mondo è composto da persone importanti e non importanti. Sono un esempio di una delle regole di questo sistema: dare valore a cose che non ne hanno alcuno”.

Presentarlo come calciatore è riduttivo, dicevamo. Perché il calcio è un mestiere che si è trovato a fare per un po’, senza che diventasse tanto totalizzante da riempirgli la testa, di belle donne prima e di nostalgia poi. Era semplicemente uno spazio diverso dove provare a diffondere le proprie idee, approfittando della sua enorme cassa di risonanza.

Anche leggendo Calci e Sputi e Colpi di Testa lo si capisce subito: il calcio è lo sfondo, ma il protagonista è un uomo. Con le sue riflessioni politiche – sull’individualismo rampante, sulla Resistenza, sul PCI – ma anche con le sue paure e le sue scopate, riassunte in quell’eloquente “le mie fughe e le mie fighe”.

Quella che è sincera contestazione viene facilmente pacificata dai media, enfatizzando l’attività politica fino a stereotiparla, come se la mosca bianca fosse parte del grande circo del calcio. Se temi un messaggio, puoi sempre renderlo parte del tuo spettacolo: ed ecco che il saluto a pugno chiuso di Sollier inizia a fare notizia, proprio per neutralizzarne la carica eversiva. Da anti-sistema muta in elemento organico. Almeno mediaticamente.

Ad ogni modo, Paolo Sollier resta sempre consapevole della sua condizione di privilegiato: sa che è facile parlare di comunismo e condivisione, in un mondo dove i soldi girano che è un piacere. Sono state le esperienze e i contesti in cui è cresciuto – e che si è personalmente scelto – a renderlo diverso: l’infanzia a Chiomonte; la sorella impiegata alla Fiat; l’incontro con Potere Operaio prima e con Avanguardia operaia poi; l’esperienza con il volontariato; la vita nelle comuni e il lavoro in fabbrica ai tempi della Serie D a Cossato, in Piemonte.

Niente a che vedere con giovani wannabe’s che – oggi come allora – crescono nella torre d’avorio di una squadra giovanile: convinti di essere predestinati, decisi a fuggire da quel mondo reale da dove vengono i loro padri e i loro amici, e spesso anche i loro tifosi. Forse è per questo che si sentono superiori, quasi a voler ribadire di avercela fatta, rinnegando il passato e temendo che il fischio finale li riporti da dove sono venuti. È stata proprio questa la grande intuizione di Sollier: aver capito che il calcio è un mondo bellissimo, che riflette quello vero, ma non può inglobarne i conflitti e la complessità.

E se il rischio di alienazione è alto per un giocatore, è facilissimo che lo spettatore diventi parte passiva anche nella vita politica, catalizzando ansie e conflitti reali in rivalità sportive (che peraltro si fanno sempre più fittizie con il progressivo distacco di identità tra squadra e città). È così che la militanza rischia di diventare una chimera sul campo, cosa ormai “normale”, ma anche e soprattutto sugli spalti:

“La partita della domenica è come la ciliegina sulla cattiva torta di ogni giorno, aiuta a mandar giù, a scaricare la rabbia. Invece questa rabbia non deve passare come un mal di testa, ma deve prendere forma e coscienza.”

Trentacinque anni dopo i pugni al cielo di Sollier, molte delle contraddizioni del calcio sono esplose, fino ad essere assorbite dalla società. Il pubblico spesso è anestetizzato e finge di indignarsi per scandali oramai ciclici; tutto è diventato opinabile, perfino il numero degli scudetti; una stampa sempre più gossippara crea ed inventa personaggi-giocatori; il calciomercato è permanente, come le campagne elettorali; il sensazionalismo riempie sempre più prime pagine, mentre il calcio è sempre più showbiz e sempre meno sport.

Insomma, il cosiddetto “calcio moderno” sembra sempre più una bolla destinata a scoppiare, e le flebo di diritti tv e plusvalenze non sembrano poterlo rianimare. Se non per un periodo più o meno limitato.

Sollier ne aveva capito le contraddizioni prima di tutti. Qui risiede il suo fascino e la sua forza. Aveva capito che “il mondo del calcio è in ritardo rispetto al mondo reale”; e che le contraddizioni erano paragonabili, perché le fratture della società si possono guardare anche da dentro il campo, magari nelle doppie barriere di plexiglass tra una curva e una tribuna coperta.

Paolo Sollier in 5 frasi

“La violenza negli stadi? Certo, finché il calcio verrà usato come una droga, bisogna aspettarsi che la gente si ribelli quando si accorge che quella somministrata è di seconda qualità.”

Sul provincialismo della stampa italiana: “Non siamo forse nella patria della concentrazione delle testate, degli indebitamenti folli, tanto paga la Montedison? E inoltre non prospera da noi la stampa del ficcare il naso, del rotocalco che si interessa delle vite private (meglio se famose), dello scandalo ad ogni costo?”

“Il pericolo è l’abitudine all’insabbiamento: la gente s’incazza e poi dimentica, s’incazza e poi dimentica, così va a finire che dimentica di incazzarsi; si abitua a questi generali da Sudamerica.”

“Non ti accorgi che siamo noi ad aver mitizzato questo mestiere? Perché allora meravigliarsi se io, che non ero neppure un campione, restavo entro confini umani? Perché gridare al miracolo se leggevo Pavese, Evtuscenko o Masters? L’errore non è in me, ma si trova dall’altra parte della barricata”.

“Giocare a calcio o leggere i quotidiani sportivi era una cosa da cazzari. Peccato, perché alla fine il Sessantotto nel calcio è stato solo una questione di look.”