“Se vuoi tutto e subito non vai da nessuna parte, bisogna sempre inseguire i sogni e avere la curiosità di capire perché uno è più bravo di te. E fare di più affinché tu possa diventare meglio di lui.”

È un giorno come tanti altri quando, in una piccola fabbrica di mobili della Brianza, suona la sirena delle 18. Quella della fine del turno. Se la maggioranza degli operai si ferma per una Peroni nei bar attigui, ce n’è uno che invece si infila nella sua scassata BMW di seconda mano, inserisce nel mangianastri una musicassetta dei Black Sabbath e parte sfrecciando alla volta del campo d’allenamento della Caratese, squadra brianzola militante in Serie D.

Quel falegname 22enne è Moreno Torricelli, colonna della Juventus di fine millennio nonché uno dei migliori terzini destri italiani degli ultimi anni.

Ma torniamo a quel lontano 1992. Moreno, oltre che un buon falegname, è anche un ottimo calciatore. E infatti cominciano progressivamente ad accorgersene molte squadre, che gli propongono contratti che valgono il salto di categoria; che per lui – calciatore per divertimento e non per fama o denaro – significa quello che ripetono spesso i suoi concittadini: “l’è mej ves rich da gent che da danée”. Tradotto: stazionare in serie C o, nella migliore delle ipotesi, in B.

Significa Pro Vercelli o – se tutto fila alla perfezione – Como o Verona. Invece la chiamata arriva improvvisa da una big di Serie A. E che big: la Juventus degli Agnelli. Che in un ordinario giovedì dell’estate del 1992 ha bisogno di giocatori prestati da alcune squadre locali per giocare un’amichevole contro la Pro Vercelli, avendo numerosi calciatori ancora in vacanza. Moreno scende così in campo per la prima volta con la maglia della Juventus. Un puro caso. O forse no.

Perché quella maglia non se la toglierà più per i successivi sei anni. Il tecnico bianconero all’epoca è Giovanni Trapattoni, che prima gli offre un mese di prova – Moreno si mette infatti in aspettativa presso il mobilificio – e poi convince personalmente l’Avvocato Agnelli a sborsare l’esosissima cifra di 50 milioni di lire per accaparrarsi quel giovane difensore tutto corsa, grinta e polmoni.

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Arriva così la firma in bianco su un contratto da 80 milioni di lire più bonus all’anno, che permettono a Moreno di acquistare una Lancia Thema ed una nuova cassetta dei Black Sabbath, visto che nel frattempo la vecchia BMW gli era pure stata rubata.

Geppetto – come fu subito ribattezzato da Baggio in quel ritiro estivo – viene spostato proprio da Trapattoni dalla posizione di libero sulla fascia destra, e diventa una colonna portante della Juventus dei Baggio, Vialli, Peruzzi e Ravanelli; quella che vince nelle due stagioni col Trap pure una storica Coppa Uefa.

L’incredibile sta nel fatto che Torricelli diviene fin da subito un titolare fisso, cominciando immediatamente a macinare chilometri sulla fascia destra (ma giocherà un po’ ovunque in difesa), coi capelli lunghi al vento ed una Marlboro rossa pronta per il dopo partita. È, insomma, il classico numero 2 di un tempo: “gamba”, resistenza, grinta, sguardo spiritato e tackle decisi. La carriera alla Juve è lunga e costellata di numerosi successi, anche se, dopo un salto del genere, non mancano ad un certo punto le inevitabili difficoltà:

«Cambiava un’epoca. Dall’Avvocato si passava al Dottor Umberto. Da una dirigenza a gestione familiare ad una più fredda e tecnica. Da Boniperti a Giraudo e Moggi. Non fu un passaggio indolore. Della vecchia gestione rimase solo il magazziniere. Per stare al passo con il Milan era l’unica strada da percorrere. E Moggi rappresentava il top, comprese le voci maligne.»

Oltre alla dirigenza, nel frattempo cambia pure l’allenatore: arriva infatti Marcello Lippi. I due inizialmente si prendono male, arrivando in una famosa e furibonda litigata quasi alle mani. Se col Trap si poteva scherzare in dialetto, col rampante Marcello non si può assolutamente sgarrare e c’è poco tempo per ridere e sdrammatizzare: rispetto delle regole – come quella del non fumare mai, neanche in vacanza – ed abnegazione cieca alla causa vengono prima di tutto il resto. Una gestione inflessibile, quasi spietata, del gruppo.

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In realtà, con Lippi in panchina Moreno vive le due stagioni più esaltanti della sua carriera: dal 1994 al 1996, infatti, vince lo Scudetto, la Coppa Italia, la Coppa dei Campioni, la Coppa Intercontinentale, la Supercoppa Italiana e la Supercoppa Europea. Nelle annate 1996/97 e 1997/98 è ancora protagonista e, anche se le presenze diminuiscono rispetto alle stagioni precedenti, conquista due nuovi titoli nazionali e raggiunge altre due finali di Champions. Un curriculum da campione affermato.

Quelle due finali, contro Borussia e Real, le perde entrambe, senza che diventino però veri e propri rammarici. Perché il rammarico non è ammissibile per uno che soltanto quattro anni prima sudava e sgomitava sugli sgangherati campi dei dilettanti brianzoli.

“Non ci sono rammarici veri e propri nella mia carriera. Potrei dire le finali perse, ma in realtà io credo che le sconfitte ti facciano crescere più delle vittorie, perché sono lezioni da cui si deve sempre imparare.”

È nel 1996 che arriva con Sacchi la prima convocazione in Nazionale. La carriera in azzurro finirà dopo 21 chiamate, con una partecipazione da comprimario agli Europei del 1996 e ai Mondiali del 1998. Nel frattempo, dopo 230 partite con la Juve, rifiuta il passaggio al Middlesbrough per firmare con la Fiorentina. Allenatore? Trapattoni, of course.

Il primo anno in viola è memorabile: per un ex-juventino come lui, riuscire ad affermarsi a Firenze è una sorta di consacrazione personale: il ribaltamento di una regola non scritta. La Fiorentina del Trap viaggia a vele spiegate in testa al campionato, poi, dopo il crac di Batistuta e i voli intercontinentali di Edmundo, si affloscia. Ma riesce comunque a chiudere al terzo posto, entrando così in Champions League.

Dopo quattro ottimi anni in viola, fatti di prestazioni energiche e devozione alla causa degna di un samurai, a causa del fallimento dei gigliati con relativa Serie C2, decide di emigrare prima in Spagna (Espanyol per una stagione) e poi rientrare in Italia (Arezzo, in Serie B). Dopo qualche esperienza come allenatore arriva però un tremendo lutto: la moglie si spegne a causa di un tumore a soli 40 anni, lasciandolo vedovo a crescere i tre figli e facendogli prendere la decisione di ritirarsi dal calcio. Senza nessun rimpianto.

“Tutte le cose belle finiscono: io lo so bene.”

Attualmente vive in una specie di eremo in un’isolata valle nel cuore della Val d’Aosta, a Pont-Donnaz/Hône-Arnad, dove collabora come supervisore e allenatore delle giovanili della squadra locale. Con l’umiltà e la tranquillità che da sempre l’hanno contraddistinto, con quella chioma ormai sale e pepema ancora lunga e fluente, tra un riff tagliente di Tony Iommi, un’immancabile sigaretta alla sera e la quiete di un luogo ameno.

“Cosa fa la differenza nella vita? La testa. Di gente con i piedi migliori dei miei ce n’era, come nel quotidiano puoi trovare gente più intelligente. Ma io ero votato al sacrificio e al lavoro e questo ha fatto la differenza, oltre naturalmente alla fortuna. Se hai forza di volontà farai bene a prescindere da dove arriverai. In tutte le cose.”

Moreno Torricelli, emblema di un calcio fai-da-te costruito con pazienza e umiltà. Pezzo su pezzo, lontano da ogni riflettore. Proprio come un laborioso artigiano di periferia.