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“La tecnica è il pane dei ricchi, la tattica è il pane dei poveri.” (C. Mazzone)

È il decano degli allenatori italiani, con la sua infinita carriera che va da Trastevere ad Ascoli, passando per tutte le province del centro-sud d’Italia. Un’epopea di romanticismo e passione: vissuta costantemente a bordo campo. Fra urla, virgolettati cult, corse a perdifiato e un amore viscerale per il gioco. Carletto Mazzone e il suo calcio alla carbonara.

Non è esercizio semplice riuscire a riassumere – per quanto possibile – una figura di grande spessore umano, ancor prima che tecnico, come quella di Carlo Mazzone da Roma. Emblema di un calcio fisico e periferico, vicino alla strada e al folklore popolare, Mazzone rimane tuttora una delle figure più amate e ricordate nella storia del calcio italiano. Accendendo ricordi tra i più diversi, portandosi dietro una scia di simpatia e riverenza che è patrimonio esclusivo dei grandi.

“Er Sor Magara” e Costantino il Grande

Due città, più di altre, segnano la vita e la carriera di Carlo Mazzone. Una è Roma, la sua Roma: quella dove è nato e cresciuto, fra Santa Margherita in Trastevere e una fede giallorossa mai celata; l’altra è una città ben più piccola e periferica: Ascoli. E la storia di Mazzone parte da qui, dalla provincia italiana a cavallo fra Marche e Abruzzo. Ascoli Piceno come palcoscenico di debutto e ascesa.

Sotto la guida di una delle figure simbolo del calcio italiano del XX secolo, Carlo inizia la sua corsa a bordo campo. Un percorso che durerà più di 30 anni, tra salvezze sofferte e momenti esaltanti. Quella figura paterna si chiama Costantino Rozzi, e ancora oggi è venerato come un santone dalle parti della Città delle Cento Torri. È sua l’intuizione più audace e istintiva, quella di lanciare Mazzone come allenatore della Primavera prima e della prima squadra poi.

“Rozzi, dopo aver tentato di recuperarmi come calciatore ed aver verificato che per me non c’era possibilità di tornare a giocare, ebbe grande considerazione della mia situazione, avevo una famiglia a carico e decise di affidarmi la guida della Primavera. Successivamente Rozzi in due occasioni esonerò il tecnico della prima squadra e decise di darmi il compito di traghettare i ragazzi sino alla fine del campionato: attraverso queste esperienze riuscii a mettere le basi per il mio futuro da allenatore.”

La verità è che la vita spesso è beffarda e affidata al caso. Mazzone, infatti, inizia il suo curriculum di allenatore grazie alla frattura della tibia in un contrasto andato male con un attaccante avversario. Da difensore a uomo, di quelli tutta sostanza e zero fronzoli, Carlo entra alla disperata per salvare un’occasione da gol. È lì che sente un crac sordo e saluta la carriera calcistica, iniziata sotto discrete aspettative ad Ascoli. Ma è proprio grazie a quell’incidente che Mazzone comincia un nuovo viaggio, quello a bordo campo.

Rozzi è un presidente tanto vulcanico quanto generoso. È quello dei calzini rossi e delle frasi taglienti. Ed è quello che non tarda a spingere Carletto verso la carriera di mister, intravedendone un potenziale carisma che in campo già appariva evidente. Rozzi è questo: rappresentazione fisica del presidente di calcio dell’Italia di provincia, quella ancora lontana anni luce dall’edonismo e dal rampantismo anni ’80.

È il simbolo, prestato al pallone, di una generazione che ha costruito basi e fondamenta del paese: figura ideale per la crescita professionale del Sor Magara, come lo chiamano affettuosamente ad Ascoli per via di quel marcatissimo accento romano che non vuol certo camuffare. Rozzi e Mazzone costruiscono così un tandem di ineguagliata efficacia, riuscendo a portare una realtà limitrofa come Ascoli nel gotha del calcio italiano.

Quella serie A che al Del Duca potranno ammirare per anni, un miracolo di provincia. Significativo il fatto che i tifosi ascolani, dopo la rivoluzione mazzoniana, ribattezzino la strada che va verso lo stadio Via del Calcio Spettacolo.

Dalla serie C alla serie A, con relativa salvezza nell’anno d’esordio. È la personale eredità del Sor Magara, un passepartout per panchine più prestigiose nella massima serie. È il 1975 e la figura di un uomo imponente dalla parlata boccaccesca si staglia sulla serie A a fianco di santoni come Liedholm, Bersellini e Trapattoni. Carletto è un emergente che si è conquistato un posto di rilievo; fa così le valigie dopo dodici anni di Ascoli – tra calciatore e allenatore – traslocando in una piazza ben più complicata: Firenze.

È da queste parti che acquista lo spessore e la giusta consapevolezza per manovrare e gestire una realtà con ambizioni più elevate. In una città ricca di passione e pressioni in egual misura, Carletto riesce a mantenersi in equilibrio e si fa notare per il suo calcio pragmatico e solido. E va oltre: dopo un campionato senza particolari slanci, nella stagione ’76/’77 centra un sorprendente terzo posto con i viola.

Lancia definitivamente due giovani calciatori, un elegantissimo numero 10 e un attaccante scattante dal fisico compatto: Giancarlo Antognoni e Claudio Desolati. Insomma, Mazzone lascia il suo personale segno facendo da chioccia a quel giovane talento che più di ogni altro scriverà la storia del club gigliato. Quello con i riccioli ribelli, il lancio telecomandato a 50 metri e lo sguardo rivolto verso le stelle. Il mito fiorentino di Antognoni e del suo calcio aristocratico sboccia proprio in questo triennio.

Il suo operato è corroborato inoltre dal lancio di altri giovani, come Caso e Di Gennaro, che si formano sotto l’ala protettiva del Sor Mazzone da Trastevere. Sarà un binomio costante nella sua carriera: gestione e compattamento del gruppo attorno al suo carisma da un lato, audacia e perspicacia nel processo di crescita dei giovani dall’altro. Potrebbe brevettarla in larga scala come formula chimica del successo di un allenatore di provincia: la Coca-Cola secondo Mazzone.

Professione: salvezza. Benvenuto al Sud

Fatte le valigie, Carletto imbocca la direttrice maestra della sua carriera, la A1. Il versante tirrenico: quella lunga striscia che porta verso sud tra vegetazione che si appiattisce lasciando spazio a colori saturi, scogliere a picco sul mare e lunghe giornate di caldo. Stavolta va a Catanzaro. Un’altra missione disegnata su misura. È l’uomo della sfida impossibile: salvare il Catanzaro neo-promosso in A.

Mazzone impone la sua formula e riesce in una delle migliori imprese del proprio curriculum. Forgia il gruppo e coagula la squadra intorno al talento del mancino micidiale di Massimo Palanca, quello dei gol olimpici. Quello che sta alla Calabria come Zico sta ad Udine. Il mister ha le idee chiare e propone un calcio a zona mista che esalta le capacità di Massimè al servizio del collettivo. Ed è salvezza. Doppia. Le due stagioni sulla panchina giallorossa si chiudono con due storiche salvezze.

“Dicevano: Mazzone è il Trapattoni dei poveri. Rispondevo: amici miei, Trapattoni è il Mazzone dei ricchi.”

È il momento del ritorno al futuro per Carletto. Come McFly alla guida della De Lorean, il mister di Trastevere prende la rincorsa e torna a chiudere i conti in sospeso nella sua Ascoli. Rozzi, come Doc, chiama e Mazzone non può tirarsi indietro: questione di riconoscenza. È il 1981/82, l’Italia del pallone ha riaperto da poco le frontiere e al Del Duca la serie A è sempre più in bilico. È l’ennesima missione speciale per un maestro elementare all’Università del Calcio. Che puntualmente avviene.

Carlo, al primo anno, centra un sensazionale sesto posto. Frutto di un calcio anomalo, lontano dalla nomea che lo accompagnerà per gran parte della carriera: un 4-3-3 offensivo a zona quasi integrale. Qualcosa che pare cozzare con quell’uomo schietto e senza filtri. Un antidivo per eccesso. Come se dovesse scontare la sua naturalezza: il fatto di non essere personaggio, di parlare con accento marcato e di allenare in tuta di rappresentanza. Come se il talento in panchina non potesse andare d’accordo con la spontaneità verace del Sor Magara. E invece Mazzone dimostra a tutti il contrario, compiendo una vera impresa.

“Un giornalista durante l’allenamento mi disse: Mister, se andate così domenica pareggiate con la Juventus. Gli risposi “Sì, magari…”. Poi, a fine allenamento, mi disse: Secondo me la Juve la potete pure battere domenica. “Battere? Magara!”.

Probabilmente è in questa celebre frase, più di ogni altra, che si nasconde il segreto del Carlo Mazzone allenatore. Quello che porta l’Ascoli ad una dimensione sconosciuta, e poi ritorna per riconoscenza compiendo l’ennesimo miracolo sportivo; quello che fa infiammare Catanzaro per le salvezze insperate e le giocate di una squadra pienamente meritevole della massima serie; quello che conosce anzitutto i suoi limiti e quelli del suo gruppo, svolgendo esercizio di umiltà ogni volta che sale sul terreno da gioco.

È proprio in quel “Magara!”, scandito con incredulità ed entusiasmo, che si nasconde il mister che tutta Italia ricorda – a distanza di decenni – con affetto e stima. È la ricetta del calcio alla carbonara del Sor Mazzone: 1/3 di determinazione, 1/3 di pragmatismo, 1/3 di preparazione e una spolverata di magara: ingrediente non essenziale e per questo più affascinante.

Imbocca una via lunga e tortuosa che lo porterà dove tutte le strade finiscono. Ma lanciandoci per un attimo in un parallelismo strambo ma reale, Carletto, come Riquelme, è viaggiatore da mulattiera. Da accidentata strada panoramica ricca di curve e paesaggi. Non è uomo da ingresso dalla porta principale. Ed è proprio così che dopo un pellegrinaggio di sei anni speso con alterne fortune tra Lecce, Pescara e Cagliari, il mister di Trastevere tornerà a casa. Lì dove tutte le strade confluiscono, appunto: Roma. Sponda, manco a dirlo, giallorossa.

Giallo, Rosso e Mazzone

È il sogno di Mazzone. Fin da bambino, fin da quando in una Roma deflagrata dalle cicatrici della Seconda Guerra Mondiale, tirava i primi calci ad un pallone nella piazza sotto casa: Santa Maria in Trastevere. Fra mercati di strada, macerie in ricostruzione e Roberto Rossellini che immortalava la città eterna sul volto tragico di Anna Magnani, dando vita al Neo-Realismo. E da queste parti allenatore più neo-realista di Carlo non potrebbe esserci.

È il 1993 e Mazzone diventa l’allenatore della Roma di Franco Sensi. Sono passati 24 anni dall’esordio sulla panchina dell’Ascoli e, per una volta è vero, il tempo è galantuomo. Soprattutto con Carletto. L’impatto con la piazza giallorossa è quasi imbarazzante per un romano doc come lui. È la rappresentazione fisica dell’archetipo del tifoso capitolino di mezz’età: sanguigno, di estrazione popolare e tremendamente sincero ed ironico al tempo stesso. Come se Mario Brega fosse eletto sindaco di Roma.

“Nel mio periodo sulla panchina della Roma Totti mi ha dato enormi soddisfazioni. Ho avuto da subito la sensazione che fosse uno dei migliori, ma l’ho nascosto, non ho avuto pubblicamente grandi slanci nei suoi confronti: Roma è una città molto difficile calcisticamente e ho sempre avuto l’istinto di difenderlo, tenendo per me le idee che avevo su di lui. È stato un onore essere stato il suo allenatore.

La fisionomia è la stessa: quella del pizzicagnolo testaccino dal cuore giallorosso che fa assaggiare il presciutto dolce come n’ zucchero e le olive greche ad un intimoritissimo Carlo Verdone nel cult Borotalco. Decisamente meno roboante e rude rispetto ai personaggi di Brega, ma con un allure borgataro e una parlata romanesca pressoché identici. Umorismo compreso.

Roma è il suo habitat naturale; le sue radici che si mostrano con orgoglio e malcelato imbarazzo davanti alla sua gente. Perché Mazzone, in fondo, è un timido. Come lui stesso dirà di sé: è un insegnate di scuola elementare finito a tenere corsi all’Università del Calcio. Una mosca bianca in un plotone di allenatori più sofisticati, quelli dalla carriera calcistica costellata di successi.

Se Roma è Caput Mundi, Mazzone è il mister della porta accanto; resta quello che ama giocare a scopa in ritiro come a casa, quello che passa a trovare gli amici del bar ad Ascoli e che mangia il pesce nella stessa trattoria di sempre sul litorale.

Mazzone sotto la Sud

Seduto sulla panchina della Roma riesce fin dall’inizio ad imporre il suo spartito, nonostante una pressione enorme mista ad una crescente voglia di traguardi tangibili. Mazzone, al primo anno, prende le misure con ambizione, spogliatoio e ambiente.

Centra un sufficiente settimo posto che non accende gli entusiasmi ma che sarà la base per la riconferma nelle due successive annate. Quelle più importanti, quelle dove grazie anche al suo lavoro certosino riesce a consegnare alla storia del calcio il più grande talento italiano degli ultimi 40 anni insieme a Roberto Baggio e Del Piero: Francesco Totti.

Se Boskov recitò la parte dello scopritore del Pupone, Mazzone fu il padre putativo del numero 10 di Porta Metronia. Già alla prima, travagliata stagione lo lancia fra i grandi facendogli collezionare otto presenze in campionato e due in Coppa Italia. Alla seconda stagione, il minutaggio e la fiducia crescono di pari passo con l’attesa spasmodica che in città si è creata attorno a quel ragazzo biondo e un po’ taciturno. È il 1994/95, una delle annate fondamentali della carriera di Francesco.

Carletto sa come gestire i giovani talenti, ma uno così a Roma non l’hanno mai visto. Il lavoro di tira-e-molla del mister è imprescindibile nella crescita di Totti: alterna partite da titolare a panchine, spezzoni di gara a sostituzioni e infine arriva pure a controllare alcuni aspetti della sua vita privata, centellinando con saggezza carota e bastone. Figura paternalista, Mazzone centra perfettamente la strategia di lancio e affermazione del 10 giallorosso. Lo stesso Totti, in seguito, continuerà a coltivare il rapporto paterno che si è creato fra i due, rimarcando in più occasioni l’importanza del lavoro di Mazzone.

“Mazzone, con le sue bacchettate, mi ha insegnato a diventare calciatore. A Napoli non passai il pallone a Delvecchio a centro area, preferendo tirare io: s’imbestialì. Mi urlò: “Sai che non ti faccio più giocare a calcio? Nemmeno in C?”. Mi controllava la vita privata, mi faceva chiamare dal suo vice, Menichini, per sapere se ero davvero a casa nei giorni in cui non concedeva distrazioni. Un grandissimo maestro.”

La capitale è ambiente tanto generoso e passionale quanto incandescente e scivoloso, soprattutto per un ragazzo appena maggiorenne nato per le strade dell’Appio-Latino. E Carlo, più di tutti, detiene questo merito per il calcio italiano e per ogni appassionato del lato tecnico: la consacrazione di un fuoriclasse.

Le punzecchiature ad hoc con fare sornione in conferenza stampa; le urla in romanesco a bordo campo; le telefonate nel cuore della notte per accertarsi che stesse dormendo. E poi la sconfinata fiducia nel Totti calciatore: libero di sprigionare un talento calcistico unico in campo, protetto da quella sagoma incombente in panchina. È il suo personale trionfo a Roma: la sua vera eredità. Oltre a due campionati chiusi entrambi al quinto posto e un tripudio nel derby capitolino del 27 novembre 1994, quando i giallorossi schiantano la Lazio per 3-0. Con liberatoria corsa di Mazzone sotto la Sud, per il delirio del tifo romanista.

Una delle tante corse di Carletto. Forse la più sentita, ma non certo l’ultima. Replicherà, in maniera differente, qualche anno dopo e qualche centinaio di kilometri più a nord in ben altre circostanze.

Mazzone, al crepuscolo di un discreto ciclo triennale, viene sollevato dall’incarico da un Franco Sensi bisognoso di trofei in una bacheca miseramente vuota da troppo tempo. La decisione è sofferta ma la piazza spinge e l’avvicendamento avviene nell’estate del 1996. Arriverà Carlos Bianchi: un cambio di guida dagli esiti imbarazzanti. Ma l’impronta di Mazzone è servita ad elevare il livello di una squadra e una società nuove e smaccatamente ambiziose, consolidandole nell’alveo delle prime cinque della Serie A dopo anni di buio.

Carlo lascia così Roma. Senza troppi rimpianti né veleno, con un dispiacere intimo che forse fa rima con troppo amore. Torna a Cagliari, dove aveva portato a referto una straordinaria qualificazione in Uefa pochi anni prima, ma stavolta è tutto diverso. O forse è proprio Mazzone ad esserlo. Incappa poi in un flop roboante a Napoli (1997/98), prima di approdare a Bologna. Altra grande dimenticata del calcio.

Sotto gli Asinelli riparte come un tempo, ingranando risultati e rivelandosi artefice della rinascita di un altro talento purissimo del nostro calcio, Giuseppe Signori. Un mancino mortifero che spolvera con facilità il sette delle porte avversarie e calcia i rigori con un passo. Porta i felsinei all’ottavo posto in campionato, ma soprattutto in semifinale di Coppa Italia ed in semifinale di Uefa, dopo aver vinto una sfiancante Coppa Intertoto. Sotto la sua ala, Beppe Signori torna bomber e infila 23 marcature stagionali dopo due anni di anonimato. È l’ennesima (ri)nascita di un talento a firma Sor Magara.

Nell’estate del 1999 Mazzone fa di nuovo le valigie e trasloca, tanto per cambiare, in provincia. Direzione: Perugia. Carlo accetta la chiamata di Gaucci: una coppia potenzialmente incandescente, difficilmente gestibile. E invece passerà alla storia per essere stato uno dei pochissimi allenatori ad iniziare e concludere un’intera stagione col pirotecnico presidente umbro. Guadagna un 10° posto che sa di assoluta tranquillità e soprattutto si rende protagonista del finale thrilling del campionato, che vede la Juventus soccombere con un gol di Calori sotto al biblico acquazzone del Curi. Regalando così il tricolore alla Lazio.

E chissà in quel momento nei bar di Trastevere cosa avranno pensato del Sor Carletto e di quello scudetto consegnato ai biancocelesti di Eriksson in una palude di emozioni.

Un Catalano, Mozart e il Divin Codino

Siamo ormai nel nuovo millennio, ma qualcosa ancora manca al decano dei tecnici italiani. L’ultimo tassello di un puzzle senza fine. Quello che manca è il Nord: dimensione socio-culturale, ancor prima che tecnica. E Mazzone, a 63 anni e per la prima volta, migra nel profondo Nord. Si trasferisce al Brescia di Corioni. Resterà tre anni, diventando figura amatissima in terra lombarda. E, quasi superfluo ricordarlo, traghettando il Brescia a tre salvezze memorabili.

Il bilancio finale decreta due noni posti e un decimo posto. E la sensazione diffusa lungo lo Stivale di aver creato una piccola macchina di meraviglia calcistica. Quella dei gemelli Filippini, di un giovane centravanti boa un po’ sgraziato, Luca Toni, e di tre veri fuoriclasse con indosso la maglia delle Rondinelle. Materiale tecnico e umano che probabilmente a Brescia rivedranno fra un secolo. O forse mai più.

I Tre Moschettieri sotto la guida del Sor Carletto sono un catalano che ascolta e rielabora come un computer, un bresciano che disegna traiettorie come un architetto e un veneto dal codino ingrigito che inventa calcio: Guardiola, Pirlo e Roberto Baggio. È una triade da far invidia ai pistoleri solitari di Sergio Leone, quelli di pochissime parole e tanto carisma. Quelli che sanno come e quando premere il grilletto quando tensione e posta in palio si alzano.

Sarà l’ennesimo viaggio trionfale del Sor Magara. Stavolta in un luogo a lui distante, abituato ad insegnare calcio con la benedizione del sole e del mare del centro-sud. È una provincia contraria, fatta di lunghe giornate in fabbrica avvolte da una nebbia silenziosa. Ma cosparsa di una passione viscerale per la propria squadra: elemento base della tavola chimica mazzoniana. Mazzone nei tre anni a Brescia compie l’ultima impresa della sua carriera da record, quella che terminerà con 795 panchine in Serie A.

Inocula in un Guardiola sul viale del tramonto i fondamentali della gestione del gruppo da allenatore; stuzzica il fuoriclasse catalano sulla sua indole introversa e taciturna, facendo leva su un orgoglio da campione navigato, infine lo circonda di gregari dai polmoni d’acciaio per liberare il suo palleggio morbido e compassato oltre ogni costrizione tattica.

“Pep è un ragazzo di una serietà pazzesca, a volte troppa. Per raccontare un aneddoto: mi ricordo che a Brescia a un certo punto vedevo che non parlava mai e gli faccio: “Aò, ma te vuoi sta’ zitto?” E lui: “Ma come? Non ho detto niente!”. E io: “Appunto, te prendo in giro. Non mi dici niente? Non hai osservazioni da fare?” E lui mi diceva che era così: non contestava, apprendeva e basta.”

E Pep lo ricompensa a modo suo. Nei due anni spesi con la casacca delle Rondinelle torna – seppur a sprazzi – quel magnifico centrocampista di palleggio e pensiero in mezzo al campo. Una regia d’eccezione, costantemente al servizio della squadra. Una seconda giovinezza sul sipario di una carriera ricchissima.

Ma prima del catalano taciturno, il vero capolavoro tattico di Mazzone fu un altro. Sempre là, nel cuore del gioco: in quella posizione di regista che sembrava non appartenere più ad interpreti puri. Invece, per l’ennesima volta, Carlo ci mette del suo e consegna l’intuizione della vita all’Italia pallonara. Quel giovane bresciano che ha sempre agito da mezzapunta un po’ atipica viene retrocesso di 25 metri. Il suo raggio d’azione si restringe, ma le sue capacità sbocciano come una melodia classica.

Non a caso lo chiameranno Mozart: è Andrea Pirlo. Calciatore unico, per talento e caratteristiche, deve al mister romano la sua esplosione su larga scala e l’ingresso nel pantheon dei migliori registi di sempre. Perché Carletto, prima di tutti, vede dove gli altri neanche s’immaginerebbero e decide di fare di Pirlo il suo centro di gravità. Un dieci che giocherà regista, coadiuvato dal sacrificio dei gemelli Filippini in un centrocampo a tre che gira come una giostra.

Pirlo è la quintessenza del calcio pensato e dell’intuizione, un calciatore così è patrimonio inestimabile. Ancor più in provincia, in campionati giocati sul filo della salvezza. Pirlo è la pennellata d’armonia che dirige l’orchestra del Rigamonti come nessuno. E il successivo quindicennio di calcio italiano – da Ancelotti a Conte, fino a Lippi ed Allegri – passerà all’incasso grazie a quella trovata geniale.

Infine c’è una storia speciale. Un buddhista a Brescia: il Divin Codino, ingrigito nella chioma e nelle articolazioni ma non nell’animo. Roberto Baggio, trovandosi svincolato, decide di ripartire da zero. E accetta il trasferimento a Brescia. Condicio sine qua non: sulla panchina deve esserci Mazzone. In caso di esonero o dimissioni del mister, Baggio avrebbe potuto rescindere il contratto senza penali. Un attestato di stima che pesa come un macigno. Ma ormai l’abbiamo imparato: con Mazzone il tempo è galantuomo.

Roby è semplicemente il calcio. Inutile, perfino retorico sviscerare le prodezze che compie dai 33 ai 37 anni sul terreno del Rigamonti. È materiale a metà fra magia e prestigio, calcio di un altro livello: che pare appartenere a una dimensione tutta sua. Carletto, come ribadirà più volte, deve soltanto gestire quel capitale tecnico. Perché Baggio è semplicemente un amico che la domenica gli fa vincere le partite. Il segreto risiede tutto qui. E Mazzone deve soltanto farsi trovare pronto la domenica: come quel 29 settembre 2000.

“I tifosi dell’Atalanta hanno fatto cori razzisti nei confronti di Roma, e offese ai miei genitori romani che non ci sono più. Avevo promesso a quei tifosi che mi sarei fatto sentire in caso di pareggio. Sono stato di parola. Sul pari sono andato, e ho detto loro di tutto. Ora pagherò quel che devo, ma qualsiasi siano i giudizi su di me domani, me ne sbatto. È stata offesa la mia città e la mia infanzia.”

Rimane l’episodio più celebre del Sor Magara. Un cult a tutte le latitudini. Sotto di due gol, Mazzone è subissato di fischi e cori dal settore ospiti bergamasco, in un derby da sempre giocato sui fili dell’alta tensione. Poi Roberto compie il miracolo e infila una doppietta che trascina il Brescia sul 3-3. Carlo non ci vede più. E va. Corre. Come quando correva per le strade di Trastevere o sul campo del Del Duca. È uno sfogo istintivo, un esercizio d’esorcismo delle sue stesse paure. Nessuno riesce a trattenerlo, e il suo scatto rabbioso e orgoglioso al tempo stesso termina proprio sotto al “curvino” nero-azzurro.

Il labiale è eloquente, l’espressione forse ancor di più. Mazzone si libera così di tensioni e stress accumulati lungo l’arco di una carriera da record. Lasciandosi andare. Dr. Mazzone & Mr. Hyde. Non si pentirà mai di quel gesto eclatante. Perché Carlo è soprattutto questo: uomo oltremodo sincero e senza filtri, umanità straripante e reazioni istintive.

Caratteristiche che da sempre mal si sposano con il gotha del calcio nostrano. In un mondo spesso basato su falsità e ipocrisie Mazzone si erge ad ultimo paladino popolano di uno sport passionale e sincero. Quella corsa è una testimonianza. È sempre lì a ricordarcelo. Con la stessa forza, oggi come allora.

L’Allievo supera il Maestro: una dedica speciale

Dopo le annate lombarde, il Nostro ha 66 anni suonati. Ma si concede altri tre anni di panchina, a Bologna prima e a Livorno poi. Superfluo aggiungere che salverà entrambe le compagini, chiudendo la sua corsa a bordo campo alla soglia dei 70 anni. Un moloch della panchina.

Ma la parentesi più bella e significativa arriva una sera di maggio del 2009, cornice d’eccezione la sua Roma. Stadio Olimpico, si gioca la finale di Champions League tra Barcellona e Manchester United.

“Pep mi ha chiamato per salutarmi e per invitarmi alla finale all’Olimpico contro il Manchester. Io ho detto: ‘Ao’, ma chi parla?’ E lui: ‘Sono Pep Guardiola’. Pensavo a uno scherzo. Sono veramente commosso, Pep è stato meraviglioso.”

Sembra un siparietto comico fuoriuscito da uno sketch da varietà Rai anni ’60, e invece Guardiola è già un allenatore di livello internazionale. È riuscito a plasmare con le sue idee di calcio una creatura che macina palleggio e giocate ad una velocità d’esecuzione quasi impensabile. È il suo Barcellona, quello del tiki-taka di stampo iberico influenzato dalla scuola olandese. È, senza dubbio alcuno, la squadra più forte del pianeta. A Pep però manca ancora uno scalino, quello della consacrazione finale: la Champions League. Nell’anno di esordio in panchina. Vetta di una carriera da predestinato.

Se la gioca a Roma contro Sir Alex, Rooney e Cristiano Ronaldo. Il risultato è netto, 2-0 con reti di Messi ed Eto’o. È il trionfo di Pep, che porta a casa un triplete al primo anno da allenatore. E la dedica? Prima il pensiero va alla leggenda Paolo Maldini, che aveva appena abbandonato il calcio giocato fra l’indifferenza di buona parte del pubblico rossonero e poi sbuca lui, il Sor Magara da Trastevere.

“Vorrei fare una dedica per questa vittoria al calcio italiano e al mio maestro Carlo Mazzone: sono davvero orgoglioso di averlo avuto come tecnico.”

L’insegnante elementare che riceve il bacio accademico dall’allievo, che ormai ha superato il maestro. È la soddisfazione più grande per Mazzone, seduto in tribuna a tifare blaugrana fin dal primo minuto. Tutto quello che il calcio italiano non gli ha mai perdonato – quell’umanità strabordante, quella parlata da borgata, quell’essere troppo schietto e sanguigno – è tutto ciò che l’ha incoronato tra i miti del calcio. Proprio per mano di quel catalano schivo e attento.

Perché Mazzone è sentimento. È la voglia di mandare a fanculo chi se lo merita. È il padre che ti rimprovera spesso ma che ti aiuta sempre. È il mentore di tre grandi numeri 10 italiani. È il record-man assoluto delle panchine in Serie A. È l’allenatore in tuta che striglia la squadra per 95 minuti. È la spontaneità in uno sport sempre più incentrato su marketing e showbusiness. È, probabilmente, quello che tutti noi vorremmo che il calcio fosse.