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“I quattro turchi presi dalle milanesi? Tutte pippe.” (Luciano Moggi, Agosto 2000)

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Non c’è riuscito Solimano il Magnifico, fermato nel XVI secolo in Ungheria nella sua avanzata verso l’Europa Centrale e il Nord Italia, a conquistare Milano; figuriamoci se potevano riuscirci, questa volta naturalmente non a livello letterale, i 3+1 moschettieri turchi sbarcati ad inizio millennio nella città della Madunina.

Ma andiamo per ordine: è il 2000, l’anno in cui (quasi) inspiegabilmente il Galatasaray di Fatih Terim e Capitan Popescu vince con pieno merito la Coppa UEFA (primo trofeo internazionale per un club turco), scatenando un’asta a livello Europeo per i suoi gioielli: nell’ordine, “Il toro del BosforoHakan Sukur, il “Maradona del BosforoEmre Belozoglu, il trottolino Okan Buruk e – infine – il “tedesco” (è nato in Germania) Umit Davala.

Data la allora potenza economica delle italiane, a spuntarla sono l’Inter e il Milan, a cavallo tra l’estate del 2000 e quella del 2001. L’Inter nel caso dei primi tre sopra citati.

Sbarcano a Milano accompagnati da un serpeggiante scetticismo, non hanno mai realmente convinto. Con buona pace dell’onesto mestierante Okan Buruk – a differenza degli altri preso a scadenza di contratto e non pagato miliardi di lire, giocò tre stagioni all’Inter per un totale di 25 partite – vi presentiamo gli altri tre.

Secondo un ordine speciale, quello dal “più basso rendimento a dispetto delle aspettative”.

3- Emre Belozoglu

Nettamente il più forte dei tre – nel 2004 un Pelè di manica larghissima l’ha inserito nella lista dei migliori 100 giocatori viventi, un giorno ci spiegherà perché – Emre era già titolare a 17 anni nel Galatasaray. Col quale ha vinto 3 scudetti e la famosa Coppa Uefa dal 1997 al 2001.

Nell’Inter ha giocato 4 anni, collezionando 115 presenze e vincendo una Coppa Italia (2005). Frenato dagli infortuni e dall’arrivo di Dejan Stankovic, lasciò l’Italia per l’Inghilterra con qualche rimpianto – storica la doppietta che sancì la rimonta dell’Inter contro la Lazio nel 2002. Qui, come in Italia, mise in mostra una buona tecnica, considerato anche che il ragazzo di Istanbul correva veramente a perdifiato.

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Carattere fumantino, si è auto-definito “razzista in certe situazioni” (e cosa voglia dire lo sa solo lui) quando fu intervistato a seguito di due noti episodi: sembra infatti che fu scaricato dal Newcastle dopo che in match di Premier diede degli “sporchi negri” a tre giocatori dell’Everton. Vizio deprecabile che non è riuscito a togliersi neanche una volta tornato in patria – questa volta sulla sponda del Fenerbahce – quando ha definito nello stesso modo Zokora del Trabzonspor.

Tra risse coi tifosi avversari, clamorosi ritorni sul continente (Atletico Madrid, nel 2012), tackle al limite e colpi di genio, il piccolo Emre continua a 36 anni a correre sui campi di calcio.

2- Umit Davala

Arrivò nella Milano rossonera, fortemente voluto dall’allenatore che l’aveva lanciato nel 2001, Fatih Terim. S’impose subito da titolare. Almeno finché Terim – nel novembre dello stesso anno – fu sostituito da Carletto Ancelotti. Che relegò il 28enne turco in panchina.

Umit se ne andò a fine anno, malinconicamente scambiato col nerazzurro Dario Simic. Di fatto non scenderà mai in campo con l’Inter, che lo spedirà in prestito al Galatasaray prima e al Werder Brema poi.

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Si ritirerà nel 2006, dopo qualche buona stagione proprio a Brema, per diventare giocatore professionista di Calcio a 5 (ha giocato i Mondiali da capitano della selezione). Nel mezzo, l’incredibile cavalcata con gli altri due della nostra classifica ai Mondiali del 2002, chiusa dalla Turchia col terzo posto.

Proprio nei Mondiali rilanciò la moda del taglio alla Mohicana, reinterpretato proprio di questo periodo da molti colleghi calciatori. Onestamente, se la giocava per bruttezza con la mezzaluna del campione del mondo Ronaldo, quello originale.

1- Hakan Sukur

In questo caso, apriamo con un detto turco: “Bir adama kırk gün deli dersen deli olurmuş”. Tradotto, suona come “Se dai del matto a uno per quaranta giorni finisce per diventarlo davvero”.

Questo dev’essere successo in Italia – dove ha giocato con Torino, Inter e Parma – al Cecchino di Istanbul: a forza di dargli della pippa, ha finito per giocare come una pippa. O forse pippa lo era per davvero, il buon Hakan. Anche se s’è presentato all’Inter forte di 120 goal in 150 presenze col Gala.

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Della serie “i gol li devi comunque fare, anche se giochi in un campionato modesto”. Insomma, quando fu chiamato a sostituire Ronaldo qualche credenziale la poteva presentare. Fu infatti Moratti che diede l’input economico decisivo per strappare il Toro dalle grinfie dell’Arsenal e del Bayern Monaco.

Non l’avesse mai fatto; se nella prima esperienza italiana al Torino – chiusa a Gennaio del primo anno con 5 partite ed un goal all’esordio – si poteva accampare la scusa della verde età e della nostalgia del Bosforo – “mi mancano le polpette di Sakarya”, una delle sue leggendarie e autoassolutorie dichiarazioni ai media – nell’esperienza interista non ci sono alibi. E il flop è fragoroso.

“Questa volta sono pronto. Nella mia prima esperienza mi sono sposato soltanto per non rimanere solo nell’avventura italiana.”

Perché pronto, Sukur, non s’è mai dimostrato. Eppure le chance ci sono, Hakan gioca 25 partite in campionato, ma i goal sono appena 5. Totalmente avulso dal gioco di squadra, è ben chiaro a tutti che Hakan la palla non la sa proprio trattare. Lui è bravo a buttarla dentro, la palla. Ma per qualche misterioso motivo è in grado di farlo solo in patria. Proprio come un altro centravanti ex-Galatasaray finito a svernare ad Ancona.

I difensori italiani erano troppo veloci per lui”, sentenziò Terim qualche anno dopo. Nonostante un bellissimo gol contro il Milan in un derby, a fine anno Sukur venne prestato al Parma prima e al Blackburn poi: due buchi nell’acqua. Alla fine torna in patria.

Risultato? Manco a dirlo, un’altra caterva di gol per il bomber dei Dardanelli. Come se certe alchimie funzionassero solo e soltanto in un luogo ben preciso, come nelle novelle de Le Mille e una Notte. È la magia del Bosforo. O delle polpette di Sakarya, chissà.