Partiamo da un assioma: nel calcio odierno la boa è in via d’estinzione. Anzi, probabilmente è già estinta ma non lo sa. Condivide, insomma, lo stesso destino del dodo. Eppure è esistito un periodo non troppo lontano che consegnava ai nostri occhi immagini di uomini giganti e allungati, che stazionavano per interi minuti nelle aeree di rigore della Serie A tra sgomitate e sponde volanti nello spazio tra le nuvole.

Erano i centravanti-boa: un’istituzione degli anni ’90. Al pari del ciuffo ingellato di Dylan McKay in Beverly Hills 90210, delle t-shirt col volto di Kurt Cobain e delle prime riforme del lavoro che avrebbero clamorosamente spalancato le porte alla precarizzazione dei trentenni di oggi. Insomma, quella specie singolare e un po’ goffa fa parte di un immaginario collettivo che tuttora abbraccia ricordi tra i più disparati.

Ma di quella categoria variegata ci ricordiamo ancora gli interpreti. Alcuni più di altri. Rigorosamente prendendo le misure, secondo un Rasoio di Occam che prevede l’altezza minima di 190 centimetri per poter rientrare nel novero dei “pennelloni”: cinque centravanti-boa che hanno lasciato il segno nella Serie A degli anni ’90.

Kennet Andersson

(credits: Laurence Griffiths/ALLSPORT)

1,93 per 91 kili. Un über-corazziere delle aree di rigore, un airone dalle gambe infinite che nasce nel verde che corre fra Goteborg e Stoccolma. Lo svedese dalle leve agili e dal colpo di testa infallibile arriva a Bari nell’estate del 1995, ma è già una star internazionale. Ha infatti messo a referto 5 gol in 7 partite nel Mondiale di USA ’94 guidando la Svezia – insieme al compagno di reparto Dahlin – ad un incredibile terzo posto finale. Con tanto di perentoria doppietta alla sorprendente Bulgaria del genio Stoichkov.

Andersson è l’ariete silenzioso che tutti vorrebbero avere in squadra. Almeno in quel periodo storico fatto di maglie in acrilico taglia XXL e calcio già moderno ma non ancora agonisticamente esasperato. Bari prima, Bologna poi – dove diventa una vera celebrità – e infine un fugacissimo passaggio alla Lazio, per calare il sipario ancora una volta sotto agli Asinelli. Quasi 50 gol in cinque campionati e soprattutto quella sensazione costante che bastasse sparare un rinvio sbilenco verso la metà campo avversaria perché potesse succedere qualcosa.

Che fosse un fallo o una delle numerose sponde aeree ad altezze da divinità nordiche, poco importa. Kennet sapevi di poterlo trovare: una certezza negli interminabili momenti di sofferenza e apnea difensiva. Una boa di salvataggio che fece grande il Bologna di Ulivieri creando spazi, mettendo giù decine di palloni e dominando i duelli ad alta quota. A fine anno, non a caso, il fatturato di Roberto Baggio recita 22 gol, pure quello di Kennet è da record con 12 marcature. Una coppia idealtipica da romanzo fantasy.

Andrea Silenzi

1,91 per 86 kili. Pensi pennellone e l’accostamento vien da sé, naturale. È Andrea Silenzi da Roma: il pennellone per eccellenza del calcio italiano. O meglio, per dirla con uno dei soprannomi più azzeccati degli ultimi 25 anni: il Totem. Andrea Silenzi, nomen omen, è sempre stato uno che alle parole preferiva l’impegno sul campo. Spiccato spirito di sacrificio e generosità agonistica in eccesso, il Totem rimane legato soprattutto agli anni passati con la casacca granata indosso.

Stagione 1993/94. In panchina – ovviamente – Emiliano Mondonico, reduce da una cavalcata passionale fra campionato e Coppa Uefa: quella dell’iconica sedia alzata al cielo di Amsterdam. Il Totem, sfruttando la cessione dell’altro colosso, Casagrande, si guadagna spazio fin da subito e lascia il segno in campionato. Eccome. Infila 17 centri, gareggiando per la cannonieri fino agli sgoccioli della stagione e chiudendo come rivelazione dell’anno, arrivando addirittura alla convocazione in Nazionale a pochi mesi dal Mondiale statunitense.

Dopo il triennio di Torino, Silenzi diventa un pioniere: è il primo italiano della storia a sbarcare in Premier League, sponda Nottingham Forest. Avventura naufragata nel soffio di una stagione, con il Totem che entrerà pure nei dieci flop più clamorosi della storia della Premier. Un fallimento da precursore. Alcune stagioni crepuscolari e un po’ malinconiche con Venezia, Reggiana e Ravenna, e infine il pennellone dal cuore giallorosso chiuderà la carriera proprio con l’arrivo del nuovo millennio.

Del Totem, oltre all’allure da Joey Ramone della Tuscolana, ci rimangono i posizionamenti a portar via i difensori per il compagno più agile e dotato, le capocciate ad alta quota, le cariche su portieri e centrali, le interminabili sgomitate sui rinvii dalla difesa e un costante sacrificio in nome del collettivo. Guerrigliero in trincea.

Tomas Skuhravy

1,93 per 90 kili. È il tank venuto dalla Cecoslovacchia cigolando come un mezzo d’assalto militare: Tomas Skuhravy, il boemo che ha incantato Genova. Con un grifone cucito sul petto. Uno dei bomber più prolifici e strutturati di sempre: in questo caso la categoria boa va strettissima. Rimane il centravanti principe dei gol genoani in Serie A: ben 57. Un’icona del calcio spettacolo al Marassi in coppia con un uruguagio minuto e scattante, che sembrava costruito appositamente per ronzargli attorno.

Pato Aguilera e Tomas Skuhravy. L’archetipo della coppia d’attacco: il 9 e il 10. La potenza e l’agilità; la concretezza e l’estro; difficile scovare un altro tandem offensivo con tanta efficacia e complementarietà, sia fisica che tecnica. Il gigante ceco porta in dote potenza sovraumana unita ad una coordinazione da normolineo, arricchita da colpi da attaccante di spessore internazionale. È un ariete di sfondamento che non disdegna rifiniture di classe. Ed è quello che entra nella memoria collettiva grazie alle sue caratteristiche capriole.

“Si chiama Tomas Skuhravý, con le sue reti si vola, facci la capriola, facci la capriola!”

È il coro che rimbomba dalla gradinata nord di Marassi. Il personale omaggio del tifo rossoblù a quel carrarmato col mullet e gli scarpini total black. Uno che gioca Mondiale (1990), Europeo, campionato e Coppa Uefa con la stessa attitudine punk, sempre all’assalto delle difese avversarie.

Centrattacco poderoso e completo, boa per difetto e realizzatore raffinato, idolo del Grifone: Tomas Skuhravy è l’evoluzione di una specie che non ha fatto in tempo ad evolversi.

Oliver Bierhoff

1,91 per 90 kili. Esemplare massimo di panzer teutonico. È Oliver Bierhoff da Karlsrühe, emblema dell’efficienza tedesca in ambito pallonaro. Concretezza al limite delle possibilità umane e professionalità d’acciaio, Bierhoff è un centravanti che ha marchiato il decennio con i suoi colpi di testa dalle traiettorie impossibili e le sue sponde pulite in favore dei compagni di reparto. Una macchina da gol affidabilissima, come quelle Volkswagen che solcano con passo regolare le autobahn tedesche.

Oliver è qualcosa di più di un pennellone, è la quintessenza del centravanti aereo. Forse il miglior colpitore di testa degli ultimi 25 anni, almeno in rapporto ai gol messi a referto. Perché appena la palla sorvolava in quota 2 metri (e oltre), la fronte spaziosa di Bierhoff era pronta ad incocciare con una precisione geometrica il pallone. Che puntualmente finiva dentro la porta avversaria. Magari dopo aver disegnato traiettorie ricche d’effetto, spesso difficilmente spiegabili.

Insomma, il panzer è un campione: Europeo del 1996 vinto grazie ad una sua doppietta, clamoroso scudetto col Milan di Zaccheroni nell’anno di esordio coi rossoneri – condito da 19 gol – titolo di capocannoniere (27 gol) con l’Udinese di Zac al centro del tridente cult che vedeva Marcio Amoroso e Paolo Poggi ai suoi fianchi. E pensare che aveva esordito come “scarto” dell’Inter girato in prestito all’Ascoli di Costantino Rozzi.

Laureato in economia e manager della nazionale tedesca, Bierhoff sta al ruolo di centravanti come Schumacher alla Formula 1. Macchina bionica.

Andrea Tentoni

1,90 per 85 kili. Il meno alto del lotto è anche quello col curriculum più limitato: l’outsider per antonomasia. Andrea Tentoni, prototipo della prima punta di provincia. Quello che tutti tendiamo a idealizzare come il bomber con la maglia numero 9 e i calzettoni sporchi di fango, la faccia solcata dalle rughe e la voglia di rifilare spallate all’avversario per liberarsi al tiro. Tutto questo armamentario oltremodo vintage risponde al nome di Andrea Tentoni da Rimini.

Numero 9 possente e atipico, dotato di un’ottima progressione che lo rendeva adatto al gioco di ripartenza – pardon, contropiede – delle squadre in lotta per la salvezza, è legato sostanzialmente ad un trienno speso in maglia grigiorossa: quella della Cremonese di mister Gigi Simoni e dei talenti Maspero e Dezotti. E proprio il suo allenatore dell’epoca battezza così l’artillero della Riviera:

“Tentoni è il più forte centravanti d’Italia se si gioca in contropiede.”

Troppa grazia. Andrea è un centravanti ultra mobile che fa del taglio in anticipo sul proprio marcatore un segno distintivo, ma rimane un attaccante da battaglia, da bosco e da riviera: l’usato sicuro pronto per ogni evenienza. Un bufalo da far galoppare libero nella prateria. Non arriverà mai in doppia cifra, sfiorandola in due stagioni e alternerà momenti di gloria, infilando doppiette inaspettate quanto pregevoli, a lunghe pause. La sua sgroppata si concluderà dove tutto ebbe inizio: Rimini, ritirandosi appena 31enne nell’estate del 2000.

Improbo – e probabilmente inutile – scovare oggi più di un attaccante titolare con queste particolari caratteristiche. Come se il pennellone facesse parte di un piccolo mondo antico già distante e sorpassato, cosparso di una patina nostalgica da film di Wes Anderson. Nonostante qualche sparuto esemplare sia stato avvistato nelle pianure centro-europee.

Specie estinta o a rischio, poco importa: il pennellone rimane il freak del gioco del calcio. Diverso fra uguali. Figura di culto per chi preferisce vivere la vita, come il calcio, fuori da canoni predefiniti. E magari, ogni tanto, prenderla a testate.