“Bacio il sedere alle mie compagne, ma se necessario lo prendo volentieri a calci”. (Hope Solo)

Oggi parliamo di uno dei personaggi più anticonvenzionali e politicamente scorretti che abbia mai calcato un campo da calcio: la campionessa olimpica americana Hope Solo. Figlia di un homeless di origine italiana e di una donna gravemente alcolizzata, Hope nacque 35 anni fa a poche centinaia di metri dalla centrale nucleare di Hanford, a Richland, nello stato di Washington.

Fu iniziata al calcio – non osiamo chiamarlo soccer, sorry – proprio dal padre Gerry. Che fu figura di riferimento nella seconda parte della vita di Hope, ma persona scomoda e destabilizzante nella prima: ha infatti solo 7 anni Hope, quando, assieme al fratello Martin, viene di fatto rapita dallo stesso padre. Dopo 5 giorni di fuga senza una vera meta, i due ragazzini vengono recuperati e il padre – un reduce del Vietnam, tra l’altro – è arrestato dalla polizia. Nel frattempo, la passione per il calcio cresce irrefrenabilmente: Hope lo utilizza sia come veicolo di riscatto sociale che come valvola di sfogo.

FILE - In this Friday, Jan. 27, 2012 file photo, United States goalkeeper Hope Solo (1) clears the ball from in front of her net during the second half against Costa Rica at the CONCACAF women's Olympic qualifying soccer game action at B.C. Place in Vancouver, Canada. Solo has lots to say heading into the Olympics. And she'll have even more to say once the games are done. The goalkeeper for the U.S. women's soccer team is releasing her memoir on Aug. 14 _ two days after the closing ceremony. (AP Photo/The Canadian Press, Jonathan Hayward, File)Con le prime convocazioni nelle nazionali giovanili arrivano anche nuovi contrasti con la madre: “Costa troppo pagarti le trasferte: dovrai smettere”. Fortuna che il suo quartiere si mobilita, raccogliendo fondi per permettere ad Hope di continuare a vivere il suo sogno. Intanto, Hope si diletta anche di “pugilato”: dopo aver scoperto il tradimento del fidanzato, infatti, una 17enne Solo parte alla ricerca della nuova fiamma dell’ormai ex ragazzo.

Una volta trovata, apostrofa la signorina col più classico “Hey you, fucking slut!” e fa partire l’ancor più classico gancio destro. Il naso rotto le costa una settimana di sospensione da lezioni ed allenamenti, e dà a tutti l’impressione che quella carriera così promettente possa naufragare a causa di un carattere schivo, introverso e al contempo violento ed irrequieto. Ma Hope, ancora una volta, sorprende tutti.

Nel 1999 chiede ed ottiene una borsa di studio per meriti sportivi, e comincia a frequentare la Washington University. Salvo poi lasciare – a due esami dalla Laurea – in favore di un contratto professionistico con le Philadelphia Charge. Ma in patria le opportunità di mettersi in mostra latitano, così a fine anno Hope si convince di tentare la strada del calcio professionistico europeo.

Tra i ghiacci svedesi (Goteborg) e il duro campionato d’Oltralpe (Lione), Hope trova la sua giusta dimensione. “Sono cresciuta come essere umano oltre che come giocatore: sono pronta a tornare a casa da protagonista”, dirà più volte.

Ma per giocare nella Serie A americana dovrà aspettare il 2009, anche perché la WPS – il massimo campionato femminile di calcio – fu rifondata solo nel 2007 (salvo chiudere nuovamente nel 2012 per mancanza di fondi e dissidi interni). Nel frattempo pero’ Hope gioca in Nazionale. O meglio, gioca è riduttivo: Hope è alta (176cm) ma soprattutto esplosiva. Para di tutto, la sua leadership non manca mai e guida la difesa come nessuno prima di lei. È interprete della rivoluzione moderna del ruolo al femminile.

Ma i guai extra-campo non mancano mai: è infatti il 2007 quando gli USA annunciano Greg Ryan come nuovo coach. Hope gli dà il benvenuto dichiarando a mezza stampa come fosse difficile trovare un coach più incompetente e meno adatto. Nonostante l’uscita poco conciliante, il coach è costretto a convocare il suo miglior elemento per i Mondiali. Salvo escluderla dalla semifinale (poi persa 4 a 0 contro il Brasile) in favore della veterana Briana Scurry.

Nuova litigata – ovviamente utilizzando i media, come Solo preferisce – e nuova esclusione. Ma questa volta sembra una frattura insanabile: la squadra infatti la ostracizza, costringendola al rientro con un normale aereo di linea e non con quello privato della squadra. Complice il ritiro di alcune senatrici, Hope ottiene la sua redenzione alle Olimpiadi del 2008, vinte dalla selezione americana. Hope festeggia posando nuda per ESPN Magazine, salvo poi pentirsi della scelta e tentare di bloccare – senza successo – la pubblicazione delle immagini.

soloespn

Nel frattempo diviene l’MVP del campionato americano (2009), vince nuovamente i Mondiali (2011) e si regala un paio di scandali: come una mezza squalifica per doping e una serie d’insulti su Twitter ai danni dei tifosi delle Boston Breakers (“fucking racists”). Ma l’apoteosi della carriera di Hope saranno le Olimpiadi di Londra. In Inghilterra arriva la seconda medaglia d’oro olimpica, che Hope festeggia presentandosi ubriaca al “Today Show”, e rilasciando un’intervista senza freni in cui spiegava la vita libertina del Villaggio Olimpico. “Al villaggio olimpico si fa sesso di brutto: ho visto di tutto”, dirà a svariati media.

Tuttora detentrice del record d’imbattibilità nel campionato americano (più di mille minuti), Hope nel 2013 è tornata a casa, firmando per la squadra di Seattle. E, perché no, ritornando all’onore della cronaca per la partecipazione a “Ballando con le Stelle”, oltre che per un matrimonio lampo con una stella della NFL. Il tutto dopo solo un mese e mezzo di fidanzamento, naturalmente.

Non manca, inoltre, l’ennesimo scandalo a luci rosse: è protagonista, suo malgrado, del cosiddetto “Fappening August 2014”, ovvero alcune sue foto osè vengono hackerate e condivise sul web insieme a quelle di star del calibro di Scarlett Johansson e Jennifer Lawrence.

Tra parate pazzesche, leadership straripante, eccessi alcolici, vita notturna sregolata, determinazione selvaggia, trofei internazionali e sparate sui social, Hope non pare aver ancora trovato un giusto equilibrio: è infatti dello scorso anno la notizia che la Solo è stata arrestata per aver aggredito e picchiato la sorella e il nipote di diciassette anni.

La polizia, chiamata attorno all’una di notte, ha trovato una Hope Solo alterata e ubriaca, che urlava di tutto contro i suoi familiari. Quali che siano le vicissitudini extra-calcistiche, nulla toglie a questo straordinario portiere, che ha rivoluzionato il ruolo e l’ha elevato a vette forse irraggiungibili per tutte le altre.

Nel 2016 ha nuovamente fatto parlare di sè; prima diventando il primo portiere professionista (uomo o donna) a parlare 100 rigori in gare ufficiali, poi – a seguito dell’eliminazione di Team USA nei quarti del torneo olimpico da parte della Svezia – inscendando un siparietto (s’è cambiata mettendoci 5 minuti i guanti prima del rigore decisivo svedese nel chiaro e vano tentativo d’innervorire l’avversaria) che le è costato 6 mesi di sospensione dalle attività agonistiche più il forzato e definitivo ritiro dalla Nazionale da parte della Federazione a stelle e strisce.

Ad ogni modo, pazienza per quel carattere fuori dalle righe e un po’ vulcanico. Anzi, la tigre di Washington la preferiamo così: come uno di quegli antieroi della provincia americana descritti nei blues di Johnny Cash. “We catch in a few, Hope”. E grazie di tutto.