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Era il pomeriggio del 13 giugno 1998, quando in panciolle sul divano mi stavo godendo l’inizio dei tre mesi di vacanze scolastiche. Nonostante il relax, il sole e un bel bicchiere di Coca-Cola ghiacciata a farmi compagnia, non riuscivo a non pensare ad un paio di cose:

“Mi avranno promosso? Dove vado a giocare l’anno prossimo?”

Apro una parentesi off topic: in quegli anni, nel mondo cestistico giovanile, la rivalità cittadina tra la Laurenziana e l’Affrico era paragonabile a quella tra Celtic e Rangers. Io giocavo nei biancorossi di Rifredi e la stagione appena conclusa era stata una cavalcata trionfale con la conquista dell’Interzona a La Spezia. Il problema era che lo zoccolo duro dei ragazzi dell’81 era diventato juniores e ai soli tre ’82 rimasti, che dovevano fare un altro anno cadetti, avrebbero aggregato tutto il gruppo degli ’83. Sulla carta, la squadra sembrava nettamente inferiore alla precedente.

Inoltre, non avevo un bel rapporto con il coach. I presupposti non erano dei migliori e per avere ancora più dubbi, mi erano venuti a cercare due dirigenti dell’Affrico che con il mio “acquisto” volevano rinforzare un roster già fortissimo. Non sapevo cosa fare. Il Matteo buono continuava a ripetermi di restare dov’ero, e di prepararmi psicologicamente ad un’annata piena di amarezze affrontate però con dignità e rispetto verso quei colori che un mese prima mi avevano regalato un traguardo che ai nastri di partenza appariva come un sogno.

Il Matteo cattivo invece, non aveva la minima idea di passare una stagione con più sconfitte che vittorie e la cosa giusta da fare era una soltanto: passare dal biancorosso al biancoazzurro e continuare ad essere protagonista con una squadra fortissima, pur venendo etichettato come infame e traditore.

Perché può sembrare assurdo, ma dico sul serio. Andare dalla Laurenziana all’Affrico o viceversa era una trade inconcepibile. Pensavo molto più al mio futuro cestistico che a quello scolastico ed era diventata una vera ossessione.

Accesi la televisione e su Rai Tre trovai una partita dei Mondiali: Corea del Sud-Messico.
“Ah, però” sussurrai, “calcio champagne”, ovviamente in tono ironico, ma pur di distrarre la mia testa per almeno 90 minuti, decisi di guardarla. Rimasi colpito dal numero 11 messicano.

“Cuauhtémoc Blanco. Cuauhtémoc? Ma che cazzo di nome è?. Per semplificare la cosa, lo ribattezzai Dino Erre, come la famosa marca di camicie della pubblicità di Maurizio Costanzo, e mi chiesi come poteva fare il calciatore con quel fisico: oltre ad essere brutto come la morte, era basso, tozzo, con la pancia da bevitore, aveva la testa incastonata nelle spalle senza un minimo accenno di collo e gli scarpini dei colori della bandiera messicana.

Pur essendo agli antipodi del prototipo del mio calciatore ideale, provai una gran simpatia per quel gordito. La velocità non era la sua dote migliore, però con il pallone tra i piedi ci sapeva fare, anche se non capivo come mai raramente puntava il difensore avversario, preferendo farsi raddoppiare dai coreani che stavano addirittura vincendo per 1-0 in inferiorità numerica.

Dopo il pareggio di Pelaez in mischia su calcio d’angolo, Blanco ha il pallone sulla fascia sinistra. Davanti a lui c’è il terzino Lee Min-Sun che aspetta l’arrivo del compagno Lee Sang Yoon per raddoppiarlo come avevano fatto nel corso della partita. Questa volta, però, accade l’incredibile: Témo si mette il pallone nel mezzo agli scarpini e con un salto si libera di entrambi gli avversari per poi crossare dentro l’area.

La mia reazione è tutt’altro che composta: mi alzo in piedi dal divano in una frazione di secondo, mi metto le mani nei capelli che una volta avevo, spalanco gli occhi e la mascella mi crolla verso il basso. Sembro Jim Carrey in The Mask la prima volta che vede Cameron Diaz cantare al Coco Bongo, anche perché di solito mi basta molto meno per farmi delirare.

“La mossa del canguro!” urlano i telecronisti della Rai.

Una manciata di minuti dopo il copione è lo stesso. Solita fascia, solito attore protagonista. Solita Fatality. Cambia soltanto una delle due vittime. Non più Lee Sang Yoon ma Choi Sung Yong ad aiutare il povero Lee Min-Sun. La doppia mossa del canguro ha lo stesso effetto psicologico che ha avuto il cucchiaio di Pirlo contro l’Inghilterra. Il Messico rinvigorisce mentre la Korea, che già è in 10 ed è scarsa a dei livelli mai visti, finisce in buca. Luís Hernández segna una doppietta in dieci minuti e i Tricolor vincono per 3-1.

Al triplice fischio, mi rendo conto di aver trovato un nuovo idolo e lo capisco con il passare dei giorni perché i pensieri sulla scuola e sulla pallacanestro spariscono. Nella mia mente c’è solo quella giocata da fantascienza di Cuauhtémoc Blanco.

Il Messico gioca la seconda partita del girone contro il Belgio di Scifo, Lulù Oliveira e Wilmots. Dopo un primo tempo dominato e due traverse colpite, Pavel Pardo si fa espellere per un’entrata assassina su Borkelmans. Wilmots porta in vantaggio il Belgio grazie ad una papera di Jorge Campos per poi raddoppiare all’inizio del secondo tempo. Sembra il presagio di una goleada fiamminga, ma anche il Belgio resta in 10 uomini per un fallo da rigore di Verheyen.

Il capitano García Aspe accorcia le distanze e cinque minuti più tardi, un cross dalla sinistra di Ramón Ramirez taglia tutta l’area piccola e finisce nella zona di Cuauhtémoc che si lancia in spaccata e con la punta riesce a pareggiare. Il Messico ha anche l’occasione di vincere, ma il sinistro di Arellano viene parato da De Wilde. Finisce 2-2 ed è la seconda rimonta per i ragazzi di Lapuente.

Cuauhtémoc non mi ha regalato un altro salto del canguro, ma è stato incredibile. La cosa più divertente è che si concede due-tre scatti a partita. Sembra un videogioco: come quando devi ricaricare la barra di energia prima di poter effettuare la super-mossa. Ed è proprio nei videogiochi che dimostro al mio nuovo idolo tutto il mio amore: sia a Virtua Striker in sala giochi, sia a Fifa 98: Road to World Cup, il Messico è la mia unica e sola scelta. Ovviamente, lo schema è alla Robin Friday: palla a lui e tutti a guardare e meno male che ancora non c’era il tasto R3, altrimenti sarebbe stato un salto continuo.

La terza ed ultima partita del girone è contro la stellare Olanda. Cocu e Ronald de Boer portano gli Oranje sul 2-0, ma quello di Francia ’98 è il Messico delle rimonte. Ancora Pelaez e Luís Hernández nei minuti di recupero riescono nella doppia impresa di pareggiare e di mandare a casa il Belgio che non riesce ad andare oltre l’ 1-1 contro la già eliminata Korea. Per il Messico è la terza remuntada in altrettante partite.

L’accoppiamento per gli ottavi non è dei più fortunati. Pur avendo una vittoria e due pareggi proprio come l’Olanda, il Messico è secondo per differenza reti e quindi deve giocare contro la Germania, da sempre una delle favorite alla vittoria finale.

Credo molto al destino e alla casualità, infatti per la prima volta il Tricolor passa in vantaggio con il solito Hernández su assist di Témo. Ha addirittura l’occasione per raddoppiare, ma il tiro di Arellano, deviato da Matthaeus e da Köpke, finisce sul palo e la debole ribattuta di Hernández viene parata dal portiere tedesco.

Il calcio è strano, specialmente in questo caso quando nel mezzo c’è la storia di una civiltà. Nel XVI secolo, il conquistador Cortés era bloccato alle porte di Tenochtitlán dalla strategia dell’ultimo Sovrano azteco, che fece distruggere i ponti che collegavano la Capitale del regno – situata su un’isola nel mezzo al lago Texcoco – alla terraferma. Ci vollero più di due mesi di battaglie prima che Cortés riuscisse ad impadronirsi dell’ultima città non ancora conquistata dalle sue truppe, sancendo definitivamente la fine dell’impero azteco.

L’Imperatore, che fu giustiziato qualche anno dopo, si chiamava Cuauhtémoc e la sua resistenza diventò leggenda.

Blanco portava quel nome non come fardello, ma come motivo d’orgoglio. Non ha la fascia di capitano al braccio, però è evidente che è il leader emotivo della squadra. Se gira lui, i compagni lo seguono. Se si mette a pesticciare per il campo, i compagni vanno in confusione e a differenza del suo omonimo, non ha strategie difensive nella testa. Per Témo, in campo bisogna attaccare. Attaccare e basta: indipendentemente dal blasone dell’avversario.

“Abbiamo due occhi, due gambe e due braccia. Siamo proprio uguali, l’unica differenza è che loro giocano in Europa”. (C. Blanco)

Romanticamente, mi piace pensarla così. Che sia stato proprio quel gol di Luisito a far sì che il cammino del Messico finisse agli ottavi. Perché quei 22 ragazzi erano l’immagine del loro giocatore con più talento. Non erano fatti per gestire, ma per rincorrere. Klinsmann fa 1-1 a metà secondo tempo e a cinque minuti dalla fine, Bierhoff timbra il cartellino con la specialità della casa.

Come ho scritto nel post su Denilson, dopo Francia ’98 ho deciso che il Messico sarebbe stata la mia “seconda” squadra del cuore e sono andato in crisi mistica quando quattro anni dopo, Messico ed Italia si ritrovarono a giocare contro nella partita decisiva del girone eliminatorio del Mondiale Nippocoreano.

Cuauhtémoc non aveva più l’11 sulle spalle ma un più adeguato numero 10, anche se non era così sicuro di essere convocato nei ventitré. In patria aveva fatto il vuoto con il Club Ámerica e in prestito per una stagione al Necaxa, con caterve di gol e almeno il quadruplo di assist ed aveva vinto la Confederations Cup del 1999 da capocannoniere e miglior giocatore della manifestazione, ma le due stagioni in terra iberica con la maglia del Valladolid erano state al di sotto dei suoi standard abituali.

Témo si sentiva un pesce fuor d’acqua e non l’aquila che cadde sull’isola di Tenochtitlán da cui l’etimologia del suo nome. Troppa tattica, troppi allenamenti, troppa fatica. E poi siamo onesti, per fare la differenza nel calcio europeo bisogna avere una condizione fisica perfetta, cosa che non ha mai avuto (e mai avrà).

Javiér Aguirre lo porta perché non c’è nessun giocatore con il suo talento e Témo ogni volta che c’è un Mondiale si esalta. Segna su rigore contro la Croazia nella partita d’esordio e manda al manicomio la difesa ecuadoregna trascinando i suoi alla vittoria per 2-1. Gli Azzurri invece hanno vinto la prima contro l’Ecuador dello spauracchio De La Cruz e perso 1-2 contro i croati.

Dopo un primo tempo narcolettico, Témo con un lancio dalla trequarti trova Borgetti che con un gran colpo di testa batte Buffon. Del Piero, sempre di testa, fa 1-1. Al gol di Pinturicchio esulto. Sono contento per il pareggio, ma tutto il mio delirio si è consumato pochi minuti prima quando Blanco ha saltato alla sua maniera Zambrotta e Cannavaro.

La mossa del canguro in realtà ha un suo nome registrato alla SIAE messicana: “la Cuauhtémiña” ed è diventata il suo simbolo quanto la Z per Zorro. Ma non solo, perché Blanco si diverte a coniare un nome per ogni cosa lo riguardasse sul campo di gioco: l’esultanza dopo un gol, in ginocchio, con le braccia ad angolo retto e le mani distese in avanti è la Témo Señal, il passaggio-sponda di schiena è la Jorobiña, mentre lo stop di natiche è la Nalguiña.

Italia e Messico vengono eliminate agli ottavi e, dopo quel Mondiale, per Blanco inizia il periodo più difficile della sua carriera. Perché il suo caratterino tutt’altro che mite e pacifico prende il sopravvento sul suo talento. Sferra una gomitata in pieno volto ad Anderson Lima durante una partita di Coppa Libertadores tra Club Ámerica e São Caetano e viene squalificato per un anno da tutte le competizioni internazionali. Apostrofa Virginia Tovor, prima donna a fare il guardalinee in Serie A messicana, come ragazza di facili costumi, consigliandole di tornare a casa a lavare i piatti.

Sostiene che il nuovo capitano del Tricolor, Rafa Márquez, sia “un hombre sin cojones”. Litiga un po’ con chiunque, specialmente con i portieri avversari. Promette al numero uno dell’Atlas, Hernández, un’umiliazione pubblica in caso di un suo gol. Detto, fatto: calcio di rigore, palla in rete ed esultanza a quattro zampe con gamba alzata come un cane che sta facendo la pipì. Mentre il povero David Grosso, che si era permesso di festeggiare una parata sbeffeggiando la Témo Señal, viene prima impallinato con una tripletta e poi irriso con l’ennesima esultanza provocatoria.

Aveva perso completamente il controllo e sarà proprio una discussione con l’ex compagno di Nazionale, Jorge Campos, entrato nello staff tecnico del nuovo CT La Volpe, ad estrometterlo dai convocati per il Mondiale tedesco. In Messico, i tifosi organizzarono un corteo dallo stadio Azteca fino alla sede della Federazione. Ma la decisione dell’allenatore fu irremovibile. Ovviamente, non la prese benissimo:

“Vorrei che La Volpe avesse il coraggio di dirmi le cose in faccia. Campos si è sempre calato i pantaloni di fronte a La Volpe, ma se lo incontrassi un giorno, gli farei tremare le gambe”.

In fondo, l’ex portiere era stato onesto dicendo che Témo doveva prendersi un po’ di riposo dalla Nazionale per recuperare la forma fisica. Purtroppo, non sempre l’onestà premia. Blanco ha l’occasione di vendicarsi durante la Coppa Libertadores del 2007, quando La Volpe era l’allenatore dell’Atlas di Guadalajara. Segna il gol del 2-0 e festeggia la rete sdraiandosi sull’erba davanti alla panchina dell’odiato nemico, guardandolo negli occhi e sorridendo.

Nonostante sia sempre più un idolo per il popolo messicano, Témo decide di provare una nuova avventura calcistica e viene ingaggiato dal Chicago Fire in MLS con un contratto triennale e la possibilità di tornare “a casa”, in prestito, quando il campionato si ferma. Inaspettatamente, il vento dell’Illinois lo fa rinascere sotto tutti i punti di vista.

Si tiene lontano da ogni polemica e lascia che sia il campo a parlare per lui. In tre anni manda 26 volte in porta i suoi compagni e realizza 19 gol, tra cui il Goal of the Year alla sua stagione d’esordio: contro il Real Salt Lake riceve palla sulle 15 yard (il giardiniere non aveva tolto le righe del football), controlla di destro e da fermo (ovvio) calcia di sinistro sul secondo palo, mettendo il pallone all’incrocio.

È con quel gol che conquista l’America diventando per i suoi tifosi The King. Il simbolo non solo di una squadra, ma di un intero movimento sportivo. Decide poi di ritirarsi dalla Nazionale Messicana nel 2008 con un’ultima partita nel glorioso stadio Azteca, giocando gli ultimi cinque minuti nell’incontro di qualificazione ai Mondiali tra Messico e Canada.

“Ho sempre detto che avrei voluto chiudere bene la carriera, ritirarmi nello stadio Azteca e giocare lì la mia ultima partita con la nazionale”.

Terminati i tre anni negli States e dopo aver flirtato con il Catania di Pulvirenti che non riesce ad acquistarlo per la regola degli extracomunitari, a 36 primavere sulla pancia, torna in Messico ed inizia un pellegrinaggio fatto di quattro squadre in altrettanti anni.

Il Mondiale Sudafricano si avvicina e Blanco inizia a sentire il richiamo del palcoscenico calcistico più importante. È sempre più lontano dal suo peso forma e anche quei due-tre scatti a partita sono un ricordo annebbiato come i capelli sulle tempie. Però Aguirre, che è tornato sulla panchina del Tricolor, decide di convocarlo perché crede ciecamente nelle sue qualità.

“È capace di chiudere un match e magari anche di riaprirlo, non ha grande autonomia ma può servirmi anche così. Magari quando sarà in campo, useremo qualche schema da calcio balilla”.

Quegli schemi funzionano eccome. All’esordio contro i padroni di casa, sotto il tremendo ronzìo delle vuvuzelas, dipinge calcio per 20 minuti e la partita dopo contro una Francia allo sbaraglio, realizza su rigore a 37 anni il suo terzo gol in altrettanti Mondiali. Purtroppo, il Messico non riesce a sfatare il tabù degli ottavi di finale. Questa volta è l’Argentina di Tévez a rispedirli al mittente.

Il peregrinare come un predicatore calcistico inizia a svuotarlo. Il calcio continua a piacergli, ma sente di aver bisogno di altro. Decide quindi di intraprendere un percorso parallelo: una produzione televisiva lo ingaggia come attore per la soap opera “Triunfo del Amor”. Lo so: fa ridere, però stiamo parlando di Cuauhtémoc Blanco. Uno che ha detto ad una guardalinee di tornare a casa a lavare i piatti.

Il suo ruolo è quello di Juanjo, un calciatore fallito sposato con la gradevole Larissa Riquelme, ulteriore motivo per accettare la proposta senza pensarci neppure un secondo.

A differenza dell’avere un pallone tra i piedi, Témo sul set è veramente un disastro. I giornalisti si accaniscono, gli spettatori minacciano di boicottare la soap. Non che gli altri attori siano migliori e probabilmente c’erano troppe aspettative verso di lui, ma alla produzione non resta che una sola scelta: Juanjo deve morire. E infatti muore. Peraltro non bene. Eppure doveva aspettarselo.

Testimonial della Pepsi da anni, in una pubblicità del 2008, sbaglia a pronunciare il nome della bevanda trasformandola in “Pecsi”. Ecco, se oggi andate in Messico e trovate le lattine o le bottiglie con entrambi i nomi avete scoperto il motivo. Perché dopo quell’errore di pronuncia, la Pepsi ha fatto un altro spot, sempre con Témo come testimonial, per lanciare sul mercato proprio la Pecsi.

La Federazione Messicana organizza un’altra partita d’addio alla Nazionale poco prima dell’inizio del Mondiale brasiliano sempre all’Azteca. Gioca i primi quaranta minuti e quando esce c’è uno stadio e un popolo intero a tributargli la giusta ovazione.

Però lui non vuole smettere e riesce a trovare l’ennesima squadra, la nona maglia di un club messicano della sua carriera. È il Puebla, che oltretutto gioca le partite in casa in uno stadio da oltre 40mila posti che si chiama come lui e come il suo omonimo del XVI secolo. A 42 anni, realizza una doppietta contro il Santos Laguna. In rimonta. Tanto per gradire.

Il 22 aprile, subito dopo aver vinto la Coppa del Messico contro il Guadalajara, Blanco ha dato l’addio al calcio giocato dopo oltre 800 gare e quasi 300 gol in 23 anni di carriera. Non resterà nel mondo del fútbol, ma ha deciso di buttarsi in politica candidandosi come sindaco della città di Cuernavaca e sinceramente con quel carattere non so quanto riuscirà ad essere diplomatico.

Cuauhtémoc Blanco, l’Ultimo Imperatore. Nove Oscar sarebbero comunque troppo pochi per descriverne la grandezza. Per me resta uno dei più grandi di tutti i tempi al pari di Denilson, El Mudo e di un altro che non voglio spoilerare; e il ricordo della prima Cuauhtémiña che vidi in diretta è una cosa che davvero non dimenticherò mai.

Perché pur essendo così brutto, vederlo in campo metteva lo spettatore in pace con uno sport. Quel non correre, quella pancia cresciuta di uno o due centimetri al passare di ogni stagione, avere come prima scelta il cercare sempre il compagno libero o posizionato meglio, sono il simbolo di un calcio che, forse, ci ha lasciato e probabilmente non tornerà.

“Non mi sento famoso. Mi sento come un inserviente o come uno qualunque che lavora per il club. Ci sono persone con fama e soldi ma senza alcun sentimento, è questo ciò che importa realmente.”

P.s. Ah, dimenticavo. Credo sia inutile dire che alla fine vinse il Matteo cattivo.