Quando sono entrato nello spogliatoio e ho intravisto la sua figura, mi sono emozionato: non riuscivo a guardarlo in faccia. Era un onore giocarci assieme.” (Lionel Messi)

Ci sono pochi rimpianti, nella carriera da allenatore di Carletto Ancelotti. Uno di questi è, nel periodo juventino, quello del “non averci capito nulla su Henry: pensavo sarebbe diventato un ottimo esterno. Invece non ho capito che era uno strepitoso centravanti”.

Chiudendo momentaneamente l’icona del file dei rimpianti juventini su Titì Henry, facciamo un passo indietro e partiamo dal principio: Thierry Daniel Henry, figlio delle Piccole Antille – il padre e la madre vengono dal Guadalupe e dalla Martinica – nacque nel 1977 a Les Ulis, paesino industriale de l’Ile-de-France che proprio quell’anno si rese indipendente da Parigi, e che nei seguenti anni avrebbe visto crescere nelle sue strade un altro capitano della nazionale: lo juventino Patrice Evra.

Dopo gli esordi con varie squadrette locali, nel 1990 fu notato in un Torneo da un osservatore del Monaco ed immediatamente portato nel Principato. L’allora allenatore dei biancorossi era, manco a dirlo, un certo Arsène Wenger. Che qualche anno dopo si sarebbe ricordato di quel ragazzino quasi emaciato, veloce come un fulmine, che lui stesso aveva fatto esordire in League 1 appena diciassettenne.

Nel principato il figlio dei Caraibi esplode: in 5 stagioni s’impone come titolare, vince un titolo Nazionale (1997) e conduce la squadra in Semifinale di Champions (1998) a suon di goal. Nel mezzo, la prima convocazione in Nazionale (sempre nel 1997) e la vittoria d’un Mondiale – da comprimario, ovviamente nel 1998.

Sembra il classico percorso d’un predestinato, che ha vinto quasi tutto il vincibile a non ancora 21 anni. Ed in effetti vivrà una carriera ricca di soddisfazioni. Carriera  che tuttavia subì un brusco rallentamento durante l’annata torinese, quando Titì rischiò di perdersi tra problemi e tecnici e psicologici.

In effetti Lippi prima e Ancelotti poi – a loro discolpa va detto che Henry era reduce da 20 goal in 120 match ufficiali (non pochi ma neanche tantissimi) – lo schierarono esattamente dove lo aveva schierato fin lì la vecchia volpe Wenger: come ala sinistra. Troppo largo, per sfruttare le caratteristiche tipiche di Titì: facilità di corsa, pazzesco controllo di palla e tiro fulmineo e preciso. Oltre che spiccato senso tattico e del goal. Dopo 3 goal in 16 partite, e parecchie botte subite dai “possenti e tatticamente impeccabili difensori italiani”, abbandona dopo una sola stagione la Serie A.

In realtà la sua partenza lascia ai dirigenti ma anche ai tifosi uno strano, insano e difficilmente descrivibile retrogusto amaro. Una malinconica sensazione di fondo, insomma, di quelle che si prova quando si perde qualcosa che si percepisce come speciale e magico, anche se solo sulla carta.

Ad ogni modo, i 15 milioni di euro con cui si presentò il neo tecnico dei Gunners furono giudicati più che sufficienti da Moggi per lasciar partire il giovane francese. Tra le critiche iniziali dei media – che giudicavano eccessiva la spesa per un attaccante così giovane e ancora in fase di consolidamento – l’adattamento al nuovo ruolo di centravanti e la deprimente pioggia di Londra, Thierry fece inizialmente molta fatica; nelle prime 8 giornate, infatti, non riuscì a segnare neanche un goal. Salvo poi sbloccarsi in un pallido 1 a 0 contro il Southampton.

Fu il primo di 17 goal di quel campionato (in 30 presenze), che l’Arsenal chiuse a 18 punti dal Manchester campione e sconfitto in finale di Coppa Uefa dal miracoloso Galatasaray di Fatih Terim. Ma la carriera di Titì è oramai nuovamente in ascesa: nei suoi 8 anni londinesi diventerà il giocatore più rappresentativo della storia dei Gunners. Quando viene ufficializzato il passaggio al Barcellona, infatti, il tassametro conta 377 presenze ufficiali, condite da 228 goal. Numeri da record, roba epocale.

Cifra che lo rende il miglior realizzatore Gunners della storia, e che lo fa immortalare nel nuovo stadio con una statua all’ingresso: la sua fedele riproduzione nella tipica posa da esultanza post-gol. Un privilegio concesso a pochissimi eletti, proprio a pochi passi dall’uscita “Arsenal” della metro londinese.

credits: flickr.com/marcwillson

Con i cannonieri vince pure 2 campionati e 3 FA Cup, negli anni in cui dominava lo United e si registrava l’irresistibile ascesa di Chelsea prima e Manchester City poi.

L’attaccante più forte con cui ho giacato? Mi viene in mente Henry. Come secondo? Thierry Henry. Il terzo? Dico Titì.” (Zinedine Zidane)

Nei suoi anni londinesi, Henry divenne icona planetaria del calcio che piace: quello pulito, “da famiglia allo stadio”, politically correct e globalizzato. E Titì ha sempre incarnato il prototipo del bravo ragazzo, oltre che calciatore, con quell’immagine sempre linda, di classe e con commenti mai fuori posto e (pressoché sempre) lusinghieri nei confronti di compagni, arbitri e spesso avversari.

Insomma, è il perfetto uomo copertina a uso promozionale in un mondo sempre più legato a business e affari ultra-milionari.

La due volte scarpa d’oro europea – dal 2004 al 2006, sempre in compagnia di Dieguito Forlan – è l’uomo per cui gli sponsor faranno sempre a cazzotti, alla disperata ricerca della faccia perfetta da associare ai prodotti più svariati. E Titì, come sempre nella vita, si è concesso “il lusso di selezionare”, scegliendo quelle marche che più sentiva confacenti al suo modo d’intendere la vita oltre che il calcio.

Amatissimo dal gentil sesso, ambasciatore Unicef e Onu, lascia la Premier League come quinto cannoniere di sempre; traslocando alla volta delle Ramblas di Barcellona per la “miseria” di 12 milioni di sterline e lasciando un vuoto nel centro del petto dei suoi tifosi, ancor prima che nello scacchere tattico dell’unico vero maestro di Henry: Arsène Wenger.

Ma lontano da Londra il meccanismo perfetto di Henry s’inceppa. O meglio, Titì tornò un normale terrestre, e nei tre anni spagnoli non è propriamente più lui. Continua a segnare molto, l’oramai ultratrentenne campione. Soltanto nel primo anno e mezzo, però, quando la media realizzativa rimane molto alta. Una curiosità: Henry spesso ha esultato mettendo le dita in modo da formare la lettera “T” in onore dell’unica figlia: Téa. Ma lo scatto, la progressione e i fulminei giochi di gambe non sono più quelli dei tempi d’oro.

Con le critiche e le numerose panchine, arriva per Titì la consapevolezza che la sua avventura col calcio europeo fosse agli sgoccioli. Dopo la débàcle in Champions contro l’Inter del Triplete, lascia la Catalogna con 35 goal in 80 presenze.

Migra forte di un contratto spaventoso verso New York, dove immediatamente provoca numerosi sold-out nelle gare interne dei Red Bull con la sola sua presenza. È il campione che gli americani adorano, nella loro concezione di spettacolo applicata al gioco.

Nel mezzo, un fugace ritorno nell’amata Arsenal (2012, con sole 4 presenze) e diversi impegni nel sociale, tra cui la sua fondazione – sponsorizzata dalla Nike – “Stand up speak up” che raccoglie fondi per combattere l’intolleranza razziale nel mondo. Idea che nasce in un preciso momento, durante un Francia – Spagna del 2004, quando il ct iberico Aragonés rivolgendosi a Reyes apostrofa così Thierry:

«Dì a quel negro di merda che tu sei molto meglio di lui. Glielo devi dire in faccia. Diglielo da parte mia. Devi credere in te, sei migliore di quel negro di merda.»

Si ritira nel 2014, dopo aver alzato pure il titolo di MVP del Campionato americano, ponendo fine ad una carriera spettacolare, fatta di goal, premi individuali, corse sfrenate con la palla incollata ai piedi, tagli fulminei alle spalle dei difensori e precisi colpi di biliardo rasoterra che spesso accarezzano il palo prima d’insaccarsi.

È l’emblema del calcio da Playstation, quello che scorre dallo schermo di una tv a 30 pollici direttamente al campo da gioco: velocità supersonica, controllo fluido in corsa, versatilità nei ruoli e nell’interpretazione di questi. Thierry Henry sembra più un prodotto perfetto confezionato in un laboratorio ludico che non un calciatore di fine millennio. È, insieme a Ronaldo il Fenomeno, uno dei massimi riferimenti dell’attaccante moderno. Un precursore.

Ed è anche l’icona dell’Arsenal che abbandona il glorioso Highbury per trasferirsi nell’ultra moderno “Emirates”. Anche in questo, pare la figura adatta: l’uomo della transizione verso una nuova era. Lungo una ventennale carriera che lo proclama come un vincente nato, nonostante qualche incomprensione e un passaggio a vuoto nell’età forse più importante.

Tra tocchi di prima e dribbling secchi alla velocità della luce, c’è una sola, grave macchia nella carriera di Henry: quando permise alla sua amata Francia di passare nello spareggio contro l’Irlanda del Trap, aggiustandosi clamorosamente la palla con la mano prima di fornire l’assist per il gol decisivo a Gallas.

“Sì, ho fatto un evidente fallo di mano, ma io non sono l’arbitro.”

Questo il laconico e tutt’altro che signorile commento a fine partita. L’unico rilasciato da Henry. Ma come si dice in questi casi, citando Billy Wilder: nessuno è perfetto. Nemmeno quel ragazzo dell’Ile-de-France che gioca, corre e segna come un predestinato.